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Martedì 16 settembre il circo della videopolitica riaprirà i battenti: Giannini contro Floris, Benigni contro Crozza, Rai3 contro La7. Cambia qualche nome, cambia qualche sigla, cambia qualche comico, ma i protagonisti restano sempre gli stessi: i leader politici, quelli che lo sono e quelli che credono di esserlo.

In Italia, la loro presenza in televisione è stata a lungo ingabbiata in forme ritualmente codificate. A partire dalla metà degli anni Ottanta, invece, i leader politici sono tracimati prima nei talk-show e poi nelle trasmissioni di intrattenimento, per ballare, cantare, cucinare, nel tentativo di apparire più vicini -o simpatici- ai loro potenziali elettori.

Questa mutazione genetica rifletteva tendenze più ampie che hanno segnato la “cultura del narcisismo”, come l’ha definita Christopher Lasch nel 1979.

La prima tendenza è la spettacolarizzazione della società, teorizzata da Guy Debord nel 1967. La seconda tendenza, naturale conseguenza della prima, è la spettacolarizzazione della politica. Essa è stata oggetto di infinite analisi, a partire da quelle di Neil Postman nel suo profetico “Divertirsi da morire”.

“Forse è esagerato affermare – egli scriveva nel 1986 – che i politici divi hanno tolto valore ai partiti: ma non si può negare che c’è una certa correlazione tra l’aumento della fama dei primi e il declino di questi ultimi. […] La televisione non ci dice qual è l’uomo migliore di un altro. In realtà essa rende impossibile stabilire se uno è migliore di un altro, intendendo per migliore il più capace di negoziare, il più creativo nel decidere, il miglior conoscitore degli affari internazionali, e così via. La ragione deve venire a patti, quasi completamente, con l’immagine”.

In realtà, tutto questo l’aveva capito già vent’anni prima il presidente-attore Ronald Reagan: “La politica è come un’industria dello spettacolo”. In questo senso, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Beppe Grillo gli devono ancora molto.

Con Ballarò e DiMartedì il circo della videopolitica riapre i battenti

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