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Da quassù, dove grazie al perdono di Papa Bonifacio VIII, riesco da sette secoli a godermi il meritato riposo, pur dopo una breve e un po’ scomoda sosta in Purgatorio, seguo le vicende di Matteo Renzi con vivo interesse, misto qualche volta al compiacimento, non foss’altro per la comune toscanità, qualche volta all’apprensione, altre volte ancora al disappunto.

Certo, averne avuti di uomini come lui nella mia compagnia di ventura, che non fu solo una “banda”, come i miei detrattori continuano ancora a considerarla e a chiamarla, avrei potuto fare ancora di più e di meglio a Radicofani e altrove. Dove non taglieggiavo i viandanti per il gusto di fare loro del male, come del resto sperimentò l’abate di Clignì, da me curato e guarito come nessuno aveva voluto o era riuscito a fare, ma per distribuire più equamente le risorse. Toglievo ai ricchi per dare ai poveri. Ero un uomo, a mio modo di sinistra. Come mi pare che voglia fare appunto Renzi, a patto però che sappia ben distinguere i ricchi dai poveri, non scambiando per ricchi degli indigenti decorosi e per poveri dei furbacchioni che sanno nascondere bene i loro guadagni evadendo il fisco e quant’altro.

La baldanza di Renzi, la sua spavalderia, la rapidità e la disinvoltura con le quali ha saputo arrivare dov’è, rottamando uomini e cose che avevano cercato di contrastarlo, ricordano in qualche maniera un altro politico italiano –questa volta non toscano come me ma siculo-lombardo- al quale negli anni passati fu affibbiato per disprezzo il mio nome. Che lui però accettò coraggiosamente di assumere, sfidando conformisti e ignoranti, sino ad usarlo come pseudonimo per attaccare o contrattaccare gli avversari. Parlo naturalmente di BettinoCraxi, che come mio emulo fu pubblicamente e coraggiosamente difeso in un congresso di partito solo da Arnaldo Forlani, che ne era d’altronde il vice alla guida del governo. Solo lui, Forlani, cattolico militante, ebbe l’accortezza di studiarsi la mia storia e di valutarmi per quello che meritava la considerazione che riuscii a guadagnarmi presso il Papa regnante ai miei tempi.

Auguro naturalmente a Renzi di fare una fine ben diversa da quella drammatica di Craxi, costretto a riparare all’estero, morendovi, visto che le sue condanne per concussione, corruzione e finanziamento illegale della politica erano reclamate e scritte ben prima che si potessero svolgere i suoi processi, essendo diventato interesse di troppi, non meno pratici lui in certe cose, la sua eliminazione politica.

Ma per non fare la fine di Craxi il buon Matteo deve evitarne gli errori. Che non consistettero solo nella tolleranza, se non nella pratica di un modo francamente balordo di finanziare partiti e politica, dati i mezzi esigui garantiti lecitamente da una legge intrisa d’ipocrisia e irrealismo. Bettino sbagliò anche, o soprattutto, a rinunciare alle riforme che pure aveva con preveggenza proposto per ammodernare il Paese, a cominciare dalla sinistra che riteneva di rappresentare ma che in gran parte, quella costituita in particolare dal Partito Comunista, lo rifiutava e odiava, considerandolo un intruso, un infiltrato della destra, un “bandito”, com’era capitato a me di essere parecchie volte bollato, prima del perdono del Papa, nel lodevole proposito –ripeto- di togliere ai ricchi per dare ai poveri, quelli veri.

Craxi, pur avendo dato buona prova alla guida del governo, sfidando corporazioni fortissime, compresa quella dei magistrati, da cui non fu mai perdonato per il sostegno al referendum sulla responsabilità civile delle toghe, rinunciò ad un certo punto alle riforme. Le rinviò a tempi migliori, in attesa che si riducessero le resistenze della Dc, nella maggioranza, e del Pci, all’opposizione. Nella Dc, in particolare, sperava che all’aiuto di Forlani potesse aggiungersi una sinistra diversa da quella a lungo guidata da Ciriaco De Mita. Nel Pci egli sperava invece nel “migliorista” Giorgio Napolitano. Che ogni tanto dava l’impressione di volerlo spalleggiare, ma si tratteneva sempre dal passo decisivo.

Anche Renzi ora è alle prese con il buon Napolitano, nel frattempo assurto per due volte consecutive alla Presidenza della Repubblica. Il quale ha doverosamente preso atto degli equilibri politici cambiati con l’elezione di Matteo a segretario del Pd-ex Pci ed ex sinistra democristiana, sino a consentirgli un clamoroso sgambetto ad Enrico Letta e l’approdo alla guida anche del governo, conservando quella del partito.

Napolitano, buon uomo, ha ereditato dalla sua lunga e vecchia militanza politica l’abitudine ad un certo ritardo sulla strada del cambiamento e dell’onesto riconoscimento dei propri errori: un ritardo sia pure inferiore a quello medio di una ventina d’anni e più dei suoi compagni di una volta. Egli ha avuto il merito, per esempio, di aspettare non venti ma solo dieci anni dalla morte di Craxi per riconoscere, in una lettera del 18 gennaio 2010 alla vedova, le forzature compiute contro di lui, trattato dalla giustizia “con durezza senza uguali”, come si fa con i capri espiatori di turno.

Ora vedo da quassù che Napolitano incoraggia sì Renzi a procedere sulla strada delle riforme, ma gli raccomanda in pubblico e in privato di evitare quelle ch’egli considera “divisive”. E che riguardano, per esempio, i rapporti con la magistratura e con i sindacati. Ma le riforme per essere davvero tali non possono che essere, appunto, divisive. O Renzi se ne convince, anche a costo di deludere Napolitano, o si condanna a finire male pure lui. Come il povero Bettino.

Un paio di consigli (alla Ghino di Tacco) per Matteo Renzi

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