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L’annuncio della dipartita di Alcide De Gasperi giunse via radio nelle prime ore del 20 agosto di sessant’anni fa, cogliendo l’Italia di sorpresa, anche se, in ambienti ristretti della famiglia e, in altri, ristrettissimi, della Dc, si temeva un fatale peggioramento. De Gasperi era stato l’uomo che aveva portato l’Italia fuori dalla guerra civile, alla prime schermaglie democratiche, allo scontro politico ragionato e non rissoso, alla assemblea costituente, alla repubblica dopo un lungo servaggio al mussolinismo e con il timore di non riuscire a recuperare in tempi brevi gli italiani al rispetto d’ogni opinione e alla difesa degli interessi nazionali.

L’età degasperiana ebbe praticamente inizio alla vigilia del colpo di Stato monarchico del 25 luglio 1943 e si concluse col grande discorso del leader scudocrociato al congresso di Napoli di fine giugno 1954: quando consegnò il testimone ad una seconda generazione democristiana in parte non avvezza al pluralismo politico, ansiosa di dimostrare la propria capacità operativa, ma alquanto acerba quanto ad assimilazione delle regole democratiche che sono facili a richiamare, difficilissime ad applicarsi correttamente in funzione generale. De Gasperi, fra l’altro, soltanto a Napoli scoprì l’esistenza di una terza generazione di giovanissimi democristiani che leggevano, discutevano, affrontavano le posizioni avversarie ed erano meno interessati alle lotte per il potere interno, poco nobili e quasi mai comprese dagli elettori.

De Gasperi fu un grande statista, produsse corpose riforme strutturali (anche se veniva accusato immotivatamente di immobilismo), insegnò la democrazia ai cattolici, maggioranza nel paese, ma tenendo ben fermi i concetti di autonomismo e di libertà nelle alleanze, non proprio graditi nelle stesse stanze vaticane. Oltre che negli organismi cattolici ferreamente organizzati, che miravano ad alternare De Gasperi nel potere con formule esclusivistiche, laddove lo statista trentino intendeva invece favorire l’alternanza democratica fra cattolici e laici, condizione reale per superare le tragiche lotte plurisecolari fra guelfi e ghibellini.

Anche in ricostruzioni televisive andate in onda la notte passata su canali Rai si sono ascoltati accostamenti generosi fra De Gasperi e Togliatti, il leader dell’opposizione comunista, presentato come fosse l’altra faccia d’una medesima medaglia democratica. Una tale narrazione è falsa e non rende giustizia né a De Gasperi, né allo stesso Togliatti, né soprattutto alla democrazia italiana: che prevalse perché vinse De Gasperi, anche nella considerazione internazionale, non perché Togliatti rifiutò di presentarsi a Mosca per assumere le funzioni di segretario generale del Cominform, dopo la frattura fra Mosca e la Jugoslavia titina e di consegnare il Pci a Longo e Secchia, entrati nelle grazie di Stalin in quella delicatissima fase di possibile passaggio dalla guerra fredda alla guerra reale.

La scomparsa di De Gasperi fu avvertita davvero come un lutto nazionale. Anche se non mancarono – specie nelle regioni rosse – espressioni di giubilo per la morte del grande ricostruttore della Dc e della democrazia italiana. L’impressione che ebbi, partecipando all’ultima veglia nella Chiesa del Gesù e nel lungo corteo che di lì si mosse sino a Piazzale dei Cinquecento e poi al Verano, è che il «popolo minuto», cioè la gente che lavorava, comprese il valore di De Gasperi quand’egli non c’era più. Mentre un’ondata di preoccupazioni insorse nel mondo laico ufficiale: che si sentiva garantito da De Gasperi, e non dai suoi eredi politici: molto abili nel cercare di replicare il modello di partito di massa introdotto dal Pci, laddove De Gasperi aveva fatto, della Dc, un partito di popolo rispettoso di tutte le opinioni, anche le più lontane dalle democristiane.

Tornare a De Gasperi sarebbe un miracolo, per un’Italia che si è scomposta proprio nei suoi comparti cattolici. Occorre realismo. E il senso del reale deve poter scuotere la coscienza di chi è stato degasperiano non per conquistarsi qualche rendita politica, ma lo è stato per stare sempre al passo coi tempi che mutano di per sé e sotto gli impulsi della politica, se e quando c’è. Anche il mondo laico che amò De Gasperi da vivo e sembra averlo dimenticato anche per le grandi trasformazioni successive, meriterebbe si dedicasse a qualche riflessione sul senso dell’autonomia democratica che la Dc insegnò agli italiani. Un parziale ritorno alle origini degasperiane non farebbe male né ai cattolici né ai laici, che vivono in altra epoca, ma hanno urgenza di rinverdire le proprie idee per evitare di essere sopraffatti da nuovi ideologismi e integralismi: purtroppo pericolosissimi e carichi di un odio razziale bellicoso e punto politico.

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Tornare a De Gasperi

L’annuncio della dipartita di Alcide De Gasperi giunse via radio nelle prime ore del 20 agosto di sessant’anni fa, cogliendo l’Italia di sorpresa, anche se, in ambienti ristretti della famiglia e, in altri, ristrettissimi, della Dc, si temeva un fatale peggioramento. De Gasperi era stato l’uomo che aveva portato l’Italia fuori dalla guerra civile, alla prime schermaglie democratiche, allo scontro…

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