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Questo post non riguarda Giulio Santagata, politico di area democratica che ha rivestito molti incarichi istituzionali, sia in Parlamento che al Governo e a livello locale. Questo post riguarda il disegno di legge omonimo, quello oramai arcinoto perché citato in continuazione (spesso a sproposito) che l’allora governo Prodi tentò, senza successo, di approvare. Disegno di legge che, appunto, prende il nome del suo principale committente, l’allora ministro per l’attuazione del programma di governo, Giulio Santagata.

Il DDL Santagata ha tanti pregi e, forse, altrettanti difetti. Tra i pregi c’è quello di essere stato il primo tentativo organico e ragionato di disciplinare le lobby da parte del governo (il Parlamento ci provava già da qualche anno); quello di aver fatto precedere alla stesura del testo una consultazione tra le parti interessate; e quello di aver posto i paletti per la discussione degli anni a venire. Si può essere d’accordo o meno con i contenuti del DDL Santagata, ma quasi sempre è necessario confrontarsi con quelli, per condividerli o per dichiararli superati.

I difetti tecnici del DDL qui non ci interessano. Ci interessa un difetto, chiamiamolo così, “acquisito”. Che è poi la conseguenza (perversa) del terzo dei pregi elencati sopra. Il fatto cioè che “il Santagata”, come viene  chiamato tra gli addetti ai lavori, sia divenuto così noto, ma così noto, da aver ucciso il dibattito istituzionale. Si contano sulle dita di una mano i tentativi di andare oltre, di proporre testi originali, con parole diverse, e con impostazioni dissimili da quelle del DDL del 2007. Tutto il resto è, bene o male, una copiatura maldestra di quel testo. Copiatura che, nel caso parlamentare, ha due semplici spiegazioni:

anzitutto, è frutto della pigrizia dei parlamentari. Ma, prima ancora che dei parlamentari, degli addetti ai lavori. I funzionari dei legislativi che assistono i parlamentari, ai quali viene chiesto di scrivere testi su qualsiasi materia dello scibile umano, in tempi spesso molto ristretti. La conseguenza è il “copificio”. Si cerca qualcosa di simile – o, se si è fortunati, identico – al testo che si deve preparare (sia esso un emendamento o un interno disegno di legge) e lo si copia. Quasi sempre va bene perché l’obiettivo non è davvero quello di proporre un testo da discutere, ma quello di essere presenti nel dibattito (che poi, quasi sempre, non ci sarà).

E qui veniamo alla seconda spiegazione. I deputati e i senatori conoscono bene ormai le classifiche di produttività di Openpolis. Quelle che calcolano la presenza in aula e in commissione, ma soprattutto il “tasso di produttività individuale”. Cioè il numero di interventi scritti e orali che ciascuno di loro fa. E poiché oggi più che mai non è affatto un bene essere negli ultimi posti della classifica, tutti si affannano a produrre, senza alcun interesse per la qualità. è nota la vicenda della deputata Carlucci, che dopo aver scoperto di essere tra gli ultimi in classifica, fece fare le necessarie indagini al suo staff, e poche settimane dopo lambiva la top10.

Tutto questo per spiegare (in parte) perché la macchina legislativa è lenta e ingolfata, perché il drafting legislativo è spesso mediocre e perché la pretesa di onniscienza che avremmo nei confronti dei rappresentanti del ceto politico è controproducente, e crea questi mostri. Ma torniamo al Santagata. Arriva in Senato l’ennesima proposta di legge sulle lobby. E indovinate a chi si ispira?

I firmatari sono tanti, alcuni dei quali noti alle cronache (non necessariamente per eventi piacevoli). Il tema è, appunto, quello della regolazione dell’attività di rappresentanza di interessi. La, piccola, novità è che nella spiegazione che precede il testo vero e proprio si fa riferimento esplicito al DDL Santagata. Anzi si presenta il testo come la riproposizione dello stesso, seppure “con le dovute modifiche”. Quali queste siano è esercizio che lascio ai più pazienti. QUI trovate il nuovo DDL. Il Santagata invece lo trovate ovunque, basta un Google.

Oramai il Santagata è così noto che si rinuncia al tentativo di copiarlo di nascosto, fingendosi originali. Lo si cita direttamente come fonte, e ci si accontenta di aggiornarlo. Cut&Paste 2.0.

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