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Le nuove linee guida emanate dal ministero dell’Istruzione e del merito in tema di educazione civica saranno operative già a partire dal prossimo anno scolastico (2024-2025), ma è necessario ripensare la vita dei bambini e degli adolescenti, non soltanto dare loro delle formulette che nessuno mette in pratica.

La questione demografica nel nostro Paese è ormai nota a livello globale, al punto che più che di “minori” sarebbe giusto parlare di “minoranza”. Secondo i dati Istat, i ragazzi tra gli 11 e i 19 anni rappresentano meno del 9% della popolazione, e l’andamento sui nuovi nati, che vede nel 2023 un calo di quasi il 35% delle nascite rispetto al 2008, non lascia ben sperare nel futuro. Si tratta di dati noti, a cui il nostro Paese sta cercando di dare risposte, anche se l’insieme di iniziative adottate non pare affatto riflettere una visione generale per il futuro.

Ciò che fa riflettere è anche la scarsa visione del presente che spesso viene trasmessa dai partiti politici, di governo o di maggioranza. I grandi temi che riguardano i ragazzi pare si esauriscano con le preoccupazioni: dati preoccupanti sull’utilizzo dei social media e di internet, sui tassi di abbandono scolastico, sulle abitudini alimentari e sulla socialità. Il che è qualcosa di gravissimo se si pensa al numero di giovani che vive nel nostro Paese: si tratta di poco meno di 6 milioni di ragazzi distribuiti in tutta la penisola; un numero del tutto esiguo, a cui tuttavia il nostro Paese non offre soluzioni che risultino adeguate né alle preoccupazioni degli adulti, né alle aspettative dei ragazzi.

Ora il ministero emette queste linee guida, con enfasi su temi sintetizzati dalla stampa come “Centralità della persona e cultura del rispetto”, “Identità italiana, europea e cultura della Patria”, “Cultura dei doveri e responsabilità individuale”, “Promozione della cultura d’impresa”, “Legalità e contrasto alla criminalità”, Sviluppo sostenibile e tutela del patrimonio”, “Salute, benessere e stili di vita responsabili”, “Sicurezza stradale e rispetto delle regole”, “Pari opportunità e cultura del rispetto”, “Educazione finanziaria e previdenziale”, “Cultura del lavoro e cittadinanza attiva”, “Uso responsabile del digitale”.

Per quanto sia difficile non essere sarcastici, è tuttavia necessario portare la riflessione ad un altro livello, guardando un po’ più da vicino il problema. Analizzando seriamente la nostra condizione attuale, è necessario in primo luogo sottolineare un tendenziale disallineamento tra il nostro sistema partitico e la società che vorrebbe governare: se le idee della politica sono elaborate per riflettere le intenzioni di voto della maggioranza, poco potranno contare le idee dei più giovani, che saranno in ogni caso chiamati a crescere in una dimensione sociale che gli è tendenzialmente estranea.

Come fa notare Conte, in un suo articolo per il Corriere della Sera, gli studenti italiani privi di cittadinanza nel 2022-2023 sono stati pari a circa 872mila. Secondo l’Istat, i ragazzi tra gli 11 e i 19 anni stranieri residenti sono circa 500mila; e quasi il 60% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni è favorevole allo ius soli. Non è soltanto una questione di idee politiche: è che per le nuove generazioni italiane, avere un gruppo multietnico è in molti casi normale, a differenza di quanto possa esserlo per un anziano. Ma sempre secondo l’Istat, la quota di persone con più di 80 anni è stata maggiore della quota di bambini tra 0 e 9 anni in quasi tutte le Regioni, ad eccezione di Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Trentino Alto Adige.

Così, mentre la politica parla ad un mondo di votanti, che è la maggioranza, i giovani, che tra l’altro spesso non hanno ancora maturato il diritto al voto, si trovano a dover assistere a dibattiti che riguardano un mondo che, per loro, semplicemente non esiste. Non si tratta di un consueto avvicendarsi generazionale: se nell’ultimo secolo abbiamo assistito, generazione dopo generazione, a modi differenti di guardare il “mondo”, qui ad essere differente è proprio “il mondo” che si guarda.

I cambiamenti che si sono avvicendati negli ultimi anni sotto il profilo economico, politico, sociale, tecnologico e culturale sono troppi e troppo incisivi per pensare di educare le nuove generazioni secondo criteri che possono piacere ai votanti. E il senso reale di tutto ciò è visibile nelle modalità con cui vengono concretamente dichiarati i valori alla base delle nuove linee guida.

Si prenda ad esempio il caso degli smartphone: limitarsi a proibirli non avrà mai un effetto concreto, perché per molti di questi ragazzi l’uso dello smartphone (che tutti gli adulti utilizzano costantemente nelle proprie giornate) è semplicemente naturale. E non solo per distrarsi, ma anche per “trovare risposte immediate a tutto”. Promuovere l’utilizzo di tablet scolastici potrebbe essere più efficace, probabilmente. Impartire lezioni e ripetizioni di educazione civica che caldeggiano ad una visione comunitaria della Patria (termine indicato dalla Costituzione – come ci tiene a chiarire sin da subito il comunicato stampa), ha ben pochi effetti se poi sono assenti servizi che, come i vecchi oratori, favoriscano la creazione di una reale “comunità” entro la quale muovere i propri passi.

Annunciare l’importanza dello sport per la salute è ben vano se poi 2 milioni di cittadini tra i 3 e i 17 anni nel proprio tempo libero non fa attività sportiva, e a svolgere con continuità attività di questo tipo è soltanto il 52% dei ragazzi intervistati. L’isolamento di cui tanto si discute non è attribuibile esclusivamente alla tecnologia, ma è una concausa di fattori. Fare un salto nella realtà forse può essere utile a chiarire questo passaggio. Si prenda ad esempio una città di medie dimensioni di una Regione centrale come Frosinone. Qui, nel 2002, i ragazzi tra i 10 e i 14 anni erano circa 2.700; quelli tra i 15 e i 19 erano circa 3mila. Nel 2023, sempre a Frosinone, erano rispettivamente 1.985 e 1.931. Quasi la metà.

L’incremento del lavoro femminile incide anche sul rapporto tra genitori e figli, sia da parte dei padri che delle madri, mentre la migrazione interna (per motivi di lavoro) ha determinato negli anni una minore presenza familiare (prevalentemente nonni e zii) a comporre il tempo trascorso tra adulti e ragazzi. Nel frattempo, per i ragazzi, è notevolmente incrementato il numero di ore dedicate ai compiti, il che comporta minori opportunità di spostarsi per frequentare corsi o luoghi deputati allo svago.

È necessario dunque prendere atto di una carenza, e di una distanza, che è necessario in qualche modo colmare. La cultura, senza dubbio, può giocare un ruolo centrale in questa tipologia di servizio, ma spesso è la scarsa capacità di creare servizi di rete da parte dei singoli attori e delle singole istituzioni culturali a penalizzare questo segmento che potrebbe, forse, essere l’unico in grado di fornire risposte ad esigenze tacite.

L’offerta di campi estivi da parte dei musei è lodevole, così come le offerte legate alle visite guidate create per generare uno spazio di condivisione tra genitori e figli. I Pon e i progetti scolastici pomeridiani pure agevolano, così come la presenza piuttosto capillare di scuole sportive. Manca, tuttavia, un’offerta integrata, in grado di trasformare questa minoranza in cittadinanza attiva. Mancano organizzazioni in grado di favorire che tutti possano partecipare ad iniziative culturali, sportive, o ludiche, in grado di formare una “comunità”.

E la comunità, è, a ben vedere, la premessa essenziale dell’educazione civica. Se vogliamo davvero costruire cittadini migliori, inseriamoli prima di tutto in un contesto sociale e collettivo, e poi spieghiamo loro quali sono le regole che vanno rispettate per far sì che tale contesto funzioni. Altrimenti, è come richiedere loro di imparare le istruzioni per far funzionare un Vhs.

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È la comunità, a ben vedere, la premessa essenziale dell’educazione civica. Se vogliamo davvero costruire cittadini migliori, inseriamoli prima di tutto in un contesto sociale e collettivo, e poi spieghiamo loro quali sono le regole che vanno rispettate per far sì che tale contesto funzioni. La riflessione di Stefano Monti

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