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Che ci siano, ognun lo dice; dove siano nessuno più lo sa. Strano destino quello dei «moderati». È un articolo di fede che non si possano vincere le elezioni contro di loro, irritandoli, spaventandoli, mettendoli in fuga; ma chi fa appello a loro, e magari costruisce un partito tutto per loro, è rimasto spesso deluso dalle urne, buon ultimo Mario Monti, che dei moderati italiani potrebbe quasi essere il prototipo.

Questo libro di Andrea Camaiora ha indagato dunque il mistero dei moderati. Dalla parte dei moderati, perché l’autore simpatizza senza remore per questa tradizione politica che tanto ha dato all’Italia, guidandola politicamente nel miglior momento della storia unitaria, quando, dopo la guerra distruttrice, il paese riuscì a rimettersi in piedi in po- chi anni, a realizzare un miracolo economico, a entrare tra le grandi potenze industriali del pianeta.

Ma, allo stesso tempo, Camaiora non vive di ricordi e di nostalgie, ha perfettamente presente quale sia il problema politico che affligge oggi i moderati, e cioè la loro progressiva perdita di identità, a poco a poco diluitasi e disciolta- si nel fuoco della seconda Repubblica, dove di moderato è rimasto ben poco, e ciò che è rimasto è stato travolto dal trionfo del bipolarismo belluino per il quale ha contato solo stabilire se si era contro o per Berlusconi. (Per i moderati in questo ventennio si potrebbe rispolverare una vecchia storiella relativa alla guerra civile nord-irlandese: all’ingresso di un quartiere di Belfast c’è un posto di blocco di uomini armati; a chiunque passa viene chiesto se sia cattolico o protestante, prima di decidere se farlo entrare. Arriva un vecchietto e alla domanda risponde: «Veramente io sono ebreo». E i soldati: «Sì, va bene, ma ebreo cattolico o protestante?».)

I due grandi momenti dei moderati italiani sono stati senza dubbio il periodo post-Risorgimento, fino al fascismo, e il periodo della prima Repubblica, dominato dalla DC. In entrambe queste fasi il centro moderato si è fatto forza dell’esclusione dei due estremi per presidiare e monopolizzare quella che lo storico Giovanni Sabatucci ha definito «l’area della legittimità». Dopo l’Unità, la sinistra rivoluzionaria e repubblicana era all’opposizione del processo risorgimentale esattamente come lo era la destra clericale e conservatrice, che vi era rimasta estranea, impedita dal «non expedit» del Vaticano.

Fu dunque gioco facile per la borghesia moderata governare l’Italia dal centro, poiché almeno dal 1872 in poi sinistra e destra diventeranno due ali del- lo stesso partito, e spesso infatti governeranno insieme, in edizioni di «strane maggioranze» ante litteram, e «connubi» vari. Più o meno quello che succederà con la Democrazia Cristiana dopo la seconda guerra, quando il nuovo centro poté presentarsi come la garanzia della libertà e del benessere tagliando le due ali, quella della destra postfascista e quella del comunismo filosovietico.

Il bipolarismo, importato a furor di referendum nel terribile inizio degli anni ’90, quando il sistema politico prece- dente viene minato dalla rivolta leghista del Nord, travolto da Tangentopoli, e seppellito dalla macerie del Muro di Berlino, rompe definitivamente questa rendita di posizione dei moderati, così come la sottrae al «partito dei cattolici». Da allora in poi i moderati sono in perenne ricerca di un pensiero, di un sistema di valori, di punti di riferimento ideali, senza i quali – in questo ha ragione l’autore – è impossibile immaginare ritorni di fiamma dell’elettorato.

Eppure dei moderati c’è un estremo bisogno. Lo dimostra l’incapacità di governare che dimostrano i due poli, quello di destra e quello di sinistra, ogni volta che se ne dimenticano, si radicalizzano, competono tra di loro in estremismo. E, soprattutto, lo dimostra la condizione dell’Italia, che in questi 20 anni non è cresciuta, e anzi è sprofondata in una crisi che non è solo economica ma di fiducia, di autostima, di speranza nel progresso.

Come richiamarli in servizio, dunque, questi moderati in sonno? Come vivificare della loro cultura politica entrambi i poli, in modo da costruire finalmente un bipolarismo all’europea, mite, temperato, e soprattutto fattivo, proiettato al bene comune? È la riflessione che propone questo volume, che potremmo anche rititolare «In cerca di un De Gasperi». Ciò che è certo è che, come scrive l’autore: «Nel DNA dei moderati esistono gli anticorpi per reagire al diffuso degrado culturale, politico e morale della società italiana». Ma isolare il gene giusto, in quel DNA, e trapiantarlo altrove, appare come il più difficile degli esperimenti politici.

Moderati alla ricerca dell'identità perduta

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