Uno statement firmato da sette potenze, tra cui l'Italia (e la Turchia) blocca il tentativo di Haftar di mettere le mani sul petrolio della Libia orientale

L’ambasciata statunitense in Libia (che opera ancora da Tunisi per ragioni di sicurezza, ma sta recuperando assertività totale sul dossier) è la prima dei sette Paesi firmatari a diffondere pubblicamente un comunicato congiunto sulla richiesta di stabilità e mantenimento di terzietà della Noc, la National oil corporation, ossia la compagnia libica statale del petrolio – asset fondamentale per il Paese.

Lo statement è asciutto e iper-diretto: “Supportiamo pienamente la Noc come unica compagnia petrolifera indipendente, legittima e non-partisan del Paese. Ora è il momento di consolidare le istituzioni economiche nazionali anziché dividerle. Per motivi di stabilità politica ed economica della Libia e per il benessere di tutti i suoi cittadini, sosteniamo esclusivamente la Noc e il suo ruolo cruciale a nome di tutti i libici”.

Queste parole sono diretta conseguenza di una contingenza: tre giorni fa, il governo della Cirenaica – un’istituzione non riconosciuta da nessun attore internazionale, con base a Beida e sotto il controllo militare del signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar – aveva lanciato l’ipotesi di creare un consiglio di amministrazione indipendente per la Brega Petroleum Marketing Company.

La Bpmc è una compagnia controllata dalla Noc che opera nella fascia orientale del Paese, e mentre renderla indipendente portava la targa di una richiesta di “maggiori forniture di carburante nella regione orientale”, in realtà era un metodo con cui Haftar voleva mettersi in proprio nella vendita di petrolio.

Il capo miliziano della Cirenaica ha lanciato il 4 aprile una campagna contro Tripoli per conquistare la città e intestarsi il Paese come nuovo rais, ma finora l’operazione – rivendicata dalla sua propaganda come una liberazione della Libia dal terrorismo – s’è scontrata con la resilienza dei miliziani di Misurata, una città-Stato della Tripolitania che protegge politicamente e militarmente il governo tripolino noto come Gna, che è emanazione dell’Onu (ed è l’unico legittimamente riconosciuto dalla Comunità internazionale).

“Noc respinge qualsiasi tentativo di spartizione e politicizzazione del settore petrolifero libico per servire interessi ristretti e programmi stranieri. […] Il vero motivo dietro questo tentativo è quello di creare una nuova entità illegittima per l’esportazione illegale di petrolio dalla Libia. Cerchiamo di essere chiari, se la Noc perde il suo monopolio sulle esportazioni, la futura integrità della Libia è a grave rischio. È deludente che le persone dietro questo tentativo di dividere la nazione mettano le loro ambizioni personali davanti all’unità e all’integrità del paese”, aveva commentato il chairman della società, Mustafa Sanata, annunciando l’uso di misure diplomatiche. Che sono arrivate in un formato molto interessante, vediamo.

Lo statement è state firmato dal P3+3, ossia lo schema diplomatico composto da Francia, Regno Unito e Stati Uniti, più Germania, Italia ed Emirati Arabi, a cui si aggiunge stavolta l’adesione della Turchia. È un contesto politico-diplomatico che va spiegato partendo proprio dal ruolo turco. Come anticipato da Formiche.net, il governo italiano ha lavorato per includere Ankara in questi processi attorno alla Libia, perché i turchi sono piuttosto vicini ai misuratini (che hanno ottimi collegamenti anche con Roma e un ruolo nevralgico nel futuro libico).

L’inserimento in modo diretto nel dossier responsabilizza il governo turco – che potrebbe aver violato gli embarghi Onu inviando armi in Tripolitania – e allo stesso tempo bilancia la presenza degli Emirati Arabi, che sono i più attivi sostenitori di Haftar, anche loro con violazioni degli stessi embarghi. Allo stesso tempo, rafforza la posizione italiana tra gli europei: se Abu Dhabi trova la sponda più o meno discreta di Parigi, ora Roma nella sua postura apertamente pro-Gna (e dialogante con l’Est) trova sostegno ad Ankara – dove si gioca anche un confronto interno con i Paesi del Golfo per il dominio del mondo sunnita.

In mezzo ci sono poi Stati Uniti e Germania. I primi hanno recentemente, con la nomina del nuovo ambasciatore e il ritorno del dossier in mano al dipartimento di Stato, aumentato le loro attività sulla Libia e da poco diffuso uno statement in cui definivano il Gna un partner (con cui hanno nei giorni passati hanno organizzato un raro raid contro un leader delle spurie dello Stato islamico libico). I tedeschi stanno invece organizzando una conferenza che chiederà ad Haftar – e “a tutte le parti”, formula che ha ragioni di diplomatiche – di deporre le armi.

È un’iniziativa politico-diplomatica che ha avuto il sostegno pubblico del Quirinale (uscito durante la visita dell’omologo tedesco della scorsa settimana) e che si allinea su una scia di aumento di interesse sulla crisi, frutto anche di una discussione che avverrà in sede Unga.

Tutti questi movimenti non sono un buon segnale per Haftar, invece, che vorrebbe conquistare il Paese con le armi, rilancia attacchi che trovano più spazio nella propaganda che sul campo di battaglia, e cerca nel petrolio della Cirenaica un metodo di finanziamento indipendente per sostituire il sostentamento esterno finora ricevuto – perché a fronte della lentezza del fronte e di certi posizionamenti diplomatici, i suoi sponsor potrebbero discretamente chiudere i rubinetti (intanto Abu Dhabi ha firmato lo statement sulla Noc: necessità diplomatica, ma è ovvio che davanti a certi allineamenti gli emiratini, dovessero, sceglierebbero le potenze internazionali e non Haftar).

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