Intervista ad Angelica Donati, imprenditrice edile e nuova presidente dei giovani di Ance (imprese delle costruzioni): “L’aumento vertiginoso del prezzo delle materie prime è la principale urgenza: senza un intervento risolutivo del governo, moltissime aziende entreranno in crisi”. La burocrazia? “Le procedure vanno semplificate, ma il problema non sono le gare”

Punto uno: “L’aumento vertiginoso del prezzo delle materie prime è la principale urgenza che le imprese di costruzioni si trovano a fronteggiare in questa fase: senza un intervento risolutivo del governo, moltissime aziende entreranno in crisi”. Punto due: “Le procedure vanno sveltite e semplificate, ma il problema non sono le gare, semmai tutte le attività che le precedono e le preparano”.

Parola di Angelica Donati, imprenditrice edile e nuova presidente dei giovani di Ance, l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le imprese del comparto delle costruzioni. “Secondo un approfondimento del nostro centro studi, il 48% delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza impatterà direttamente o indirettamente sul mondo dell’edilizia: in un certo senso, come ha affermato il  presidente Gabriele Buia, è come se fossimo co-intestatari per metà del Pnrr”, ha commentato a inizio intervista Donati, che poi ha subito ricordato: “Un investimento che prevede scadenze temporali piuttosto rigide: tutte le opere realizzate nell’ambito del piano dovranno entrare in esercizio entro la scadenza del 2026. Stiamo parlando in pratica di domani, dobbiamo fare presto e bene”.

In questo senso è inevitabile che vi sia una certa apprensione da parte dei costruttori e degli altri imprenditori a vario titolo interessati dal Pnrr: “Credo sia naturale, temiamo che il nostro Paese non riesca a spendere per tempo ed efficacemente i fondi del recovery Plan e a sfruttare appieno questa occasione, che è storica e irripetibile”. Un rischio innegabile, ad avviso di Donati, confermato pure dai dati: “L’Italia impiega il doppio della media europea per portare a compimento un’opera pubblica. Ad esempio, nel caso di quelle di grandi dimensioni, ci mettiamo mediamente 15 anni mentre gli altri Paesi Ue non superano di regola gli 8”.

Ecco, per quale ragione ci mettiamo tanto?

Il vero problema non sono le gare, bensì tutte le attività che le precedono e le preparano. E’ in quella fase, di progettazione e approvazione dell’opera, che viene persa la maggior parte del tempo. In quest’ottica è certamente positivo quanto sta facendo il governo per accelerare la Via, la Valutazione d’impatto ambientale, che può essere considerata al momento la procedura più farraginosa e lenta che c’è. Nessuno di noi ovviamente vuole ledere l’ambiente, anzi. Ma da imprenditori e cittadini chiediamo che le cose si possano fare in tempi ragionevoli.

Perché, quanto tempo ci vuole in media per una gara?

E’ una procedura che in sé dura uno o due mesi. Era stato addirittura proposto di ridurne la lunghezza a due settimane. Improponibile a nostro modo di vedere: occorre dare alle imprese il tempo necessario per studiare i progetti e preparare le offerte, a tutela innanzitutto dell’interesse pubblico. Non sono i due mesi della gara il problema. Pensi che invece in alcuni casi ci vogliono anche 6 mesi dopo la consegna perché siano aperte le buste con le offerte formulate dagli operatori. Ecco, questo ovviamente non è accettabile.

Quindi su cosa occorre lavorare prioritariamente?

Uno dei motivi per i quali spesso i lavori non partono è la non adeguata qualificazione delle stazioni appaltanti. Questo è un punto decisivo su cui insisteva, purtroppo senza risultati, anche il codice del 2016 e su cui scommette fortemente anche il disegno di legge delega attualmente al vaglio del Senato.

A cosa si riferisce?

Soprattutto alle tante piccole stazioni appaltanti del nostro Paese, che spesso e volentieri non risultano attrezzate per portare a compimento l’iter procedurale e poi a realizzazione definitiva le opere, ma in parte anche a quelle più grandi. Per questa ragione l’attività di recruitment che si sta svolgendo con i fondi del Pnrr per assumere nuovi tecnici nella pubblica amministrazione è importantissima. Non si può pensare che una struttura già deficitaria di competenze e organici e in difficoltà nella gestione dell’ordinario riesca a realizzare anche tutte le opere del Pnrr senza un rilevante sostegno.

Ma in questo senso quanto rischia di pesare in negativo l’attuale assetto normativo ancora incentrato sul codice degli appalti del 2016?

Sappiamo tutti che quel codice non funziona, Ance lo denuncia praticamente da sempre. Calcolando però la tempistica prevista per l’approvazione del nuovo codice, è inevitabile che buona parte delle opere del Pnrr venga aggiudicata con le regole vigenti. E’ un sistema certamente imperfetto ma, vista la situazione, non possiamo che procedere in questo modo, introducendo eventualmente alcune modifiche in corso d’opera, com’è stato fatto ad esempio in ultimo con il Semplificazioni Bis.

Che ne pensa dell’ipotesi ventilata, tra gli altri, dal presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli di sospendere l’applicazione del codice e di procedere direttamente con la disciplina Ue in materia di appalti?

Penso si tratti di una soluzione che non possa funzionare in Italia. Le direttive europee non sono complete e demandano numerose questioni alla disciplina di dettaglio dei singoli Stati membri. Senza contare che non rispecchiano la complessità di un mercato, come quello italiano, che solo adesso ha iniziato a uscire da una crisi durata praticamente 12 anni.

I numeri appunto, si pensi a quelli più recenti del Cresme, evidenziano l’importante rilancio che sta vivendo in questa fase il mondo delle costruzioni. Cosa occorre perché questo trend non si interrompa ma, al contrario, si intensifichi ancora?

La principale urgenza del settore è rappresentata dall’adeguamento dei prezziari per rispondere all’aumento del costo delle materie prime. Un’impennata che non può essere considerata temporanea ma che è invece destinata a durare almeno fino a tutto il 2022. La politica e il governo non possono certo far finta di niente di fronte a questa situazione, non si può pensare che le imprese si accollino da sole l’onere di questo immenso aumento delle materie prime.

Ma di quali materie prime parliamo? E di che tipo di aumenti?

Ne sono state mappate centinaia, con percentuali di aumento più o meno pesanti, ma sempre rilevanti. Tra le altre cito l’acciaio tondo per armatura fondamentale per la realizzazione delle infrastrutture: tenga conto che in un anno, da novembre 2020, ha fatto segnare una crescita del 250%. Ma penso anche ai carburanti, all’energia elettrica, al legname, al Pvc, ora anche al calcestruzzo.

Dipende anche dal Superbonus, come sostengono alcuni?

Chi addita il Superbonus sbaglia, perché la misura ha iniziato a decollare solo la scorsa estate mentre questi fenomeni inflazionistici vengono riscontrati da ormai più di un anno. E’ poi è un processo globale, che non sta risparmiando nessuno e che è conseguenza di diversi fattori: la ripartenza post-pandemia, l’impennata della domanda in Cina, i problemi della logistica internazionale, che non sono legati solo alle costruzioni, ma a tutti i comparti produttivi. Non passa quasi giorno senza che qualche bene si aggiunga a questo paniere dei prezzi in aumento, nell’edilizia come nell’automotive, nell’alimentare e in moltissimi altri settori.

A questo riguardo, dunque, chiedete che le stazioni appaltanti adeguino i loro prezziari. Cioè?

Vogliamo che analizzino i prezzi alla base dei loro listini per adeguarli all’inflazione delle materie prime. In poche parole, che le stazioni appaltanti paghino di più le imprese, perché queste ultime spendono molto di più per acquistare i materiali.

E se ciò non fosse possibile?

Innanzitutto credo che dovrebbe essere spiegato chiaramente il perché. E poi dovrebbe almeno essere prevista la revisione prezzi automatica per quelle voci di costo che sono chiaramente aumentate. La legge approvata in estate (il cosiddetto decreto Sostegni Bis, ndr) e il successivo decreto del ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, che compensano solo ex post gli operatori, sono iniqui.

Perché?

Perché si riferiscono solo a 56 materiali – moltissimi, come il legno o il calcestruzzo, sono stati esclusi – e perché prevedono tempistiche molto lunghe. Il decreto è stato convertito in legge in estate mentre a novembre è stata pubblicata la lista dei materiali con le percentuali di compensazione: ciò vuol dire che verosimilmente le risorse a favore di chi ha fatto domanda per il primo semestre 2021 arriveranno forse a primavera 2022. In pratica, si calcola che un’impresa che abbia sostenuto una spesa a gennaio 2021 sia destinata a ottenere una compensazione solo parziale – mediamente meno della metà del valore della materia prima – più di un anno dopo averla sostenuta. Un problema che non è solo burocratico, ma anche di cash-flow. E così le imprese rischiano di fallire.

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