Gli Emirati Arabi Uniti, anche con la scelta di spostare il fine settimana al sabato e domenica, si muovono sulla sfera diplomatica con l’intenzione di sfruttare l’Expo e il periodo favorevole per diventare l’hub delle distensioni nella regione mediorientale e mediterranea

Dall’inizio del prossimo anno gli Emirati Arabi Uniti passeranno a una settimana lavorativa di quattro giorni e mezzo con un fine settimana che andrà da venerdì pomeriggio fino a domenica. La decisione serve ad allineare meglio l’economia emiratina con i mercati globali (i cui tempi sono dettati dalle regole occidentali), ma le aziende private saranno libere di scegliere come gestire la loro settimana lavorativa. Secondo Abu Dhabi questo “assicurerà transazioni finanziarie, commerciali ed economiche senza intoppi con i Paesi che seguono un fine settimana sabato-domenica, facilitando più forti legami e opportunità di business internazionali”.

Si tratta di una decisione quanto tecnica tanto di immagine: dimostrare che i nuovi Emirati sono più orientati alla diplomazia economica e all’emancipazione culturale, piuttosto che a una politica militarmente assertiva. Tutto perfettamente in linea con il momento che gli emiratini stanno cavalcando – dal ritiro in Yemen al dialogo con l’Iran, dalle mediazioni in Libia ai colloqui con la Turchia. Mosse prese perché Abu Dhabi ne ha percepito la necessità tattica piuttosto che riconosciuto una convinzione strategica. Ma d’altronde è tutto anche sul solco del rinnovato spirito multiculturale che soffia in quella che i generali americani chiama(va)no “la piccola Sparta” secondo la definizione che gli diede Jim Mattis due decenni fa (quando guidava il CentCom).

Dai musei francesi, alle università americane fino ai progetti architettonici ecumenici come la “Abrahamic Family House” – con cui la britannica Adjaye Associates progetta di mettere insieme, in un’unica piazza sull’isola di Saadiyat (davanti ad Abu Dhabi) una chiesa, una moschea e una sinagoga. Tutti fratelli, come titolava il documento uscito dall’incontro di Papa Francesco con Ahmed el-Tayeb, il Grande Imam di al-Azhar, durante lo storico viaggio negli Emirati del febbraio 2019: “Lavorare strenuamente per diffondere la cultura della tolleranza e della convivenza pacifica”, è il messaggio dei due leader religiosi che l’erede al trono Mohammed bin Zayed sta cercando di mettere in atto – almeno nella forma, almeno in questo cinquantesimo anno del regno, che secondo il documento programmatico viene dedicato alla crescita.

Il motto è in fondo quel “L’unità ci porta alla forza, all’onore al bene comune” usato per raccontare l’Expo di Dubai. “Connecting Minds, Creating the Future” è il titolo dell’Esposizione mondiale che si tiene nel più globale degli emirati, e – come scrive l’esperta Eleonora Ardemagni sul sito dello IAI – questo dà “il senso dello zeitgeist che (almeno a parole) orienta oggi le scelte di Abu Dhabi: davanti al disimpegno di Washington per l’arena mediorientale e le incertezze del mondo pandemico, gli Emirati mettono al primo posto l’economia”. E se l’economia è centrale, ragiona Ardemagni, allora non c’è spazio per polarizzazioni e posture militaresche – sebbene il rafforzamento non è certo abbandonato, come dimostra la commessa da (altri) 80 jet Rafale della Dassault Aviation con cui Abu Dhabi ha salutato la visita nel Golfo del presidente francese, Emmanuel Macron.

Dalla sfera economica passano due decisioni emiratine centrali per le dinamiche regionali. La prima è la distensione con la Turchia, basata pragmaticamente su un valore totale di 10 miliardi di dollari che riguardano i temi di commercio, energia, tecnologia, finanza e investimenti. Dietro il business un dialogo riaperto da qualche tempo all’interno di due Paesi protagonisti della faglia interna al sunnismo sull’interpretazione dell’Islam politico. La seconda riguarda una sorta di rappacificazione con l’Iran, che ruota attorno alle relazioni economico-commerciali tra i due Paesi e che procede speditamente – di recente Sheikh Tahnoon bin Zayed, consigliere per la Sicurezza nazionale del trono emiratino, era a Teheran per incontri di alto livello (un evento che non si vedeva da una decade almeno).

Pochi mesi fa, sempre Sheikh Tahnoon è stato protagonista di una foto a tre con l’erede al trono saudita e il sovrano qatarino in cui i tre si mostravano in relax, in abiti casual, mentre discutevano in modo definito “fraterno” il futuro di un regione che fino alla riconciliazione di al Ula del gennaio 2021 era spaccata anche dall’isolamento in cui Abu Dhabi e Riad avevano messo Doha (colpevole di proteggere la Fratellanza musulmana e dialogare con l’Iran). In questi giorni, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha visitato l’Oman, il primo porto di scalo in un tour di tutti gli altri cinque Stati del Golfo, compreso il Qatar – sua prima visita da quando ha messo fine all’embargo sullo stato gasifero. Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia, è stato anche lui protagonista di una visita di Stato di due giorni nel Qatar, stretto alleato regionale.

In questo Medio Oriente in forte dinamizzazione – i cui movimenti sono da tenere in primo piano per un Paese come l’Italia che proietta la sua politica estera quanto nell’Europa occidentale tanto più nel Mediterraneo allargato – Abu Dhabi si muove come protagonista per una doppia ragione. Da un lato, come ricordava Giuseppe Dentice (CeSI) ha meno appesantimenti e più rapidità d’azione, dall’altro è protetto e sponsorizzato dalla firma degli Accordi di Abramo. Washington ha catalizzato l’intesa e continua a farlo per i progetti conseguenti come quello idrico-eolico tra Israele, Emirati e Giordania (su cui Riad si è trovata in difficoltà). Allo stesso tempo Gerusalemme trova in Abu Dhabi un alleato utile per portare avanti approcci che difficilmente potrebbe condurre in forma diretta (come in Siria, dove gli Usa sono più preoccupati, e come soprattutto con l’Iran).

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