Come noto, la regione dell’Indo Pacifico sta acquisendo crescente centralità geopolitica, ma questo comporta anche un aumento delle attività militari all’interno dei vari delicatissimi quadranti. Il rischio di nuove tensioni, e soprattutto di incidenti, mentre anche nel 2023 crescerà il numero di esercitazioni e dimostrazioni di forza

È del tutto prevedibile che nel 2023 l’Indo Pacifico sarà teatro di una fitta serie di esercitazioni militari, che vedranno impegnate le potenze regionali tanto quanto Stati Uniti, Cina e probabilmente Russia e qualche Paese europeo. Questo indica che la regione è in una condizione di equilibrio temporaneo, e accresce il rischio di incidenti. Anche di questo hanno recentemente parlato il segretario di Stato statunitense e il nuovo collega degli Esteri cinese, concordando di tenere aperte le vie di comunicazione (che la Cina ha interrotto sul piano militare dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan).

L’intensificarsi della rivalità tra Cina e Stati Uniti ha spinto entrambi i Paesi a intensificare la preparazione militare nella regione, e ha fatto da base a un generale riarmo strategico – frutto anche di vari contenziosi in corso. Da un lato Washington cerca di sfruttare il clima per spingere i propri interessi, che nel caso delle acquisizioni militari sovrappongono il valore commerciale delle commesse a quello politico nella scelta del fornitore. L’obiettivo americano è creare, attraverso la vendita di armamenti e l’aumento della cooperazione militare, un fronte compatto che agisca per il contenimento cinese e per il mantenimento degli equilibri (l’Indo Pacifico “libero e prospero”). Pechino, le cui tecnologie e capacità nel settore Difesa stanno aumentando da tempo, mette in operatività i suoi nuovi assetti. E nel frattempo ha sviluppato la partnership con Russia (e in minor grado con l’Iran), coinvolgendola in attività all’interno di alcuni quadranti indo-pacifici.

I passaggi visti negli ultimi mesi del 2022 indicano che il trend è in corso e difficilmente sarà invertito. La regione si sta organizzando per potenziali conflitti militari; allo stesso tempo, il riarmo stesso potrebbe essere ragione per attività militaresche, con i Paesi che vedendo le proprie Forze armate rafforzate potrebbero essere portati più facilmente all’uso della forza.

Per esempio, non più tardi del 20 dicembre, gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno condotto un’esercitazione aerea in risposta ai lanci missilistici della Corea del Nord – la cui centralità nelle dinamiche sia politiche che di sicurezza della regione sta aumentando. In queste recenti manovre, i mezzi strategici di Washington, come i caccia stealth F-22 e i bombardieri B-52, hanno lavorato con quelli di Seul per la prima volta in quattro anni. In quegli stessi giorni, la marina cinese e alcuni mezzi russi si esercitavano nelle acque della provincia di Zhejiang. Il quotidiano della Difesa cinese ha scritto che l’esercitazione mirava a dimostrare la determinazione e la capacità dei due Paesi di affrontare congiuntamente le minacce alla sicurezza marittima. 

L’ex presidente russo Dmitry Medvedev, vice capo del Consiglio di sicurezza del Paese, ha visitato Pechino durante l’esercitazione congiunta. Il leader cinese Xi Jinping ha detto in quell’occasione che la Cina è “disposta a lavorare con la Russia per far progredire le relazioni bilaterali nella New Era e promuovere congiuntamente la governance globale in una direzione più giusta e ragionevole”. Nel frattempo, Pechino ha inviato alcune navi verso Guam (il territorio fortificato che ospita una base strategica statunitense in mezzo al Pacifico).

Cina e Russia stanno promuovendo legami più stretti – sebbene asimmetrici, a convenienza cinese – in risposta alle attività militari di Washington nella regione. Attraverso la partnership con Mosca, Pechino intende deviare la politica degli Stati Uniti di bloccare la sua ascesa nella regione. Mosca, allo stesso tempo, cerca di alleviare la pressione degli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Ucraina attraverso legami più stretti con Pechino. Cina e Russia si stanno unendo per creare una struttura che resista all’impegno degli Stati Uniti con i suoi alleati.

D’altronde, che gli Stati Uniti cerchino un rafforzamento – sebbene pieno di complessità – nelle relazioni con i proprio alleati è ormai evidente. Washington percepisce le esigenze dei partner e via adatta le sue necessità per ricevere impegni reciproci. In una dichiarazione congiunta rilasciata a novembre, per esempio, i ministri della Difesa di Stati Uniti e Corea del Sud avevano concordato di utilizzare un maggior numero di mezzi strategici statunitensi nella penisola coreana per fornire una “deterrenza estesa” contro la minaccia nucleare della Corea del Nord.

Andrew Yeo, senior fellow e presidente della SK-Korea Foundation per gli studi sulla Corea presso la Brookings Institution di Washington, ha detto al South China Morning Post che se la Corea del Nord continuerà a sviluppare armi nucleari, gli Stati Uniti e i loro alleati continueranno ad aumentare la loro capacità di risposta militare a Pyongyang. “Sembra che ci troviamo di nuovo in una fase di escalation delle tensioni militari, il che significa che sono ancora in programma esercitazioni congiunte più ampie”, ha affermato. “Anche se la Corea del Sud e gli Stati Uniti hanno offerto dialogo, aiuti e incentivi economici, questi saranno difficili da accettare per la Corea del Nord”.

Le attività americane-coreane che riguardano il Nord non sono distanti a quelle che guardano alla Cina (ed è qui che si gioca parte delle reciprocità Washington-Seul). Nei giorni attorno a Natale, anche il Giappone – protagonista principale del riarmo strategico regionaleha annunciato un aumento della cooperazione militare con l’Australia, anche in ottica contenimento cinese. Canberra, parte dell’accordo AUKUS, è molta attiva anche sul piano del cyberwarfare, che resta un terreno di confronto in cui esercitare prontezza e resilienza.

A novembre, l’esercito statunitense e le Forze di autodifesa giapponesi hanno condotto un’esercitazione congiunta nelle isole sudoccidentali del Giappone, con l’obiettivo di scoraggiare l’intensificarsi dell’attività militare cinese nel Mar Cinese Orientale, dove si trovano le contestate isole Diaoyu. Gli otto atolli disabitati sono rivendicate dalla Cina continentale, da Taiwan e dal Giappone, che le controlla e le chiama Senkaku.

Il mese scorso il Giappone ha rivisto la sua Strategia di Difesa Nazionale, aggiungendo piani per l’acquisizione di capacità di contrattacco e l’aumento della spesa militare al 2% del prodotto interno lordo entro il 2027. Il documento ha inoltre indicato la Cina come una “sfida strategica senza precedenti” per la sicurezza del Giappone.

Nella sua risposta al National Defence Authorisation Act statunitense, il ministero degli Esteri – che in questi giorni è stato affidato in mano a un falco della narrazione aggressiva del Partito/Stato – ha dichiarato che la Cina “adotterà misure forti e risolute per salvaguardare con fermezza la propria sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo”. 

In questi giorni, il presidente Joe Biden ha fatto un regalo di Natale a Taiwan firmando (venerdì 23 dicembre) la legge sulla Difesa, in cui gli Stati Uniti approvano un prestito da 2 miliardi di dollari per rafforzare le capacità di Taipei contro le minacce della Cina. Il National Defense Authorization Act (NDAA) per l’anno fiscale 2023, che assegna 816,7 miliardi di dollari al Dipartimento della Difesa, è stato accolto dal governo taiwanese come una dimostrazione della “ferma posizione degli Stati Uniti nel sostenere il rafforzamento della cooperazione a tutto tondo tra Taiwan e gli Stati Uniti”.

Negli ultimi giorni, 71 aerei da guerra dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno effettuato operazioni vicino a Taiwan concentrate nel giro di 24 ore, con 47 che hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, che costituisce il confine de facto (violato oltre 400 volte quest’anno, come dimostra una mappa ricostruita da Damien Symon). Il portavoce del Comando del Teatro Orientale dell’Esercito di liberazione cinese, il colonnello Shi Yi, ha dichiarato che ciò che è stato registrato è “una risposta risoluta all’escalation di collusioni e provocazioni da parte di Stati Uniti e Taiwan”.

Shi Yinhong, professore di relazioni internazionali presso la Renmin University di Pechino, ha spiegato che la risposta “prominente” all’assistenza militare dell’amministrazione Biden a Taiwan ha dimostrato che tali impegni avrebbero portato a una maggiore tensione militare. “Questo dimostra ancora una volta che la stabilità della situazione militare su Taiwan può essere solo temporanea”, ha detto.

Secondo diversi analisti, la Cina intende gestire in modo indipendente le attività che riguardano Taiwan, mentre l’abbinamento con la Russia è focalizzato all’equilibrio di forze generale nella regione, con un’attenzione attuale al cambiamento radicale della strategia di difesa nazionale del Giappone. Tokyo è d’altronde coinvolto in contese territoriali con Mosca, e la reazione nipponica (completamente allineata con quella occidentale) sull’aggressione ucraina crea un presupposto che Pechino può utilizzare. E in effetti, le tensioni inter-regionali potrebbero anche risentire del peso del conflitto ucraino – e anche l’Europa è chiamata a gestire quanto sta accadendo, non solo per responsabilità globale collettiva, ma anche per interessi diretti.

Condividi tramite