Lo Stato, fondato sulla tradizione cristiana e sulla Dottrina sociale della Chiesa, è necessario per garantire ordine, giustizia e bene comune. Di fronte ai recenti episodi di violenza, il nuovo Decreto Sicurezza rafforza prevenzione, tutela delle forze dell’ordine e contrasto al degrado. Il commento di Benedetto Ippolito
Il dibattito contemporaneo sulla sicurezza pubblica in Italia non può prescindere da una solida base filosofica e dottrinale che giustifichi l’azione dello Stato come garante dell’armonia sociale. Muovendo dalle radici del pensiero cristiano, Tommaso d’Aquino sosteneva che, sebbene l’uomo possieda una naturale attitudine alla virtù, la sua perfezione richiede una disciplina che lo distolga dai piaceri illeciti. Per l’Aquinate, la legge non è solo un precetto, ma una disciplina necessaria per ritrarre dal male, con la forza e col timore, coloro che sono inclinati al vizio e non si lasciano muovere dalle sole parole. Stabilire delle leggi è dunque indispensabile per la pace e la virtù degli uomini, poiché l’essere umano, senza il freno della legalità e della giustizia, rischia di utilizzare le armi della ragione per assecondare crudeltà e concupiscenza.
Questa necessità di un’autorità centrale è stata ulteriormente sviluppata da Bossuet, il quale riconosceva nel governo l’unico freno possibile alle passioni umane che, se lasciate libere, distruggerebbero la società. Secondo Bossuet, l’anarchia è il peggiore degli stati, poiché dove ognuno può fare ciò che vuole, nessuno è realmente libero e tutti diventano schiavi della licenza altrui. L’autorità statale è dunque sacra e necessaria perché l’unione tra gli uomini può essere stabilita solo quando ciascuno rinuncia alla propria volontà particolare per sottomettersi a quella del principe o del magistrato, garantendo così la tranquillità pubblica.
La Dottrina sociale della Chiesa ha costantemente riaffermato questi principi di ordine e giustizia. Già Pio X, nell’enciclica E supremi, esprimeva profonda preoccupazione per una società afflitta dall’abbandono di Dio, vedendo nella perversione degli animi un presagio di mali estremi. Per il Pontefice, la vera pace è “opera della giustizia” e non può esistere dove Dio è esiliato; ne consegue che i partiti “d’ordine” possono avere successo solo se agiscono come difensori della legge divina e del bene comune. In questa prospettiva, lo Stato ha il dovere di provvedere alla sicurezza dei popoli, assicurando che i cittadini non incontrino ostacoli, ma facilitazioni, nel perseguimento del proprio perfezionamento morale e spirituale.
La necessità dello Stato e del potere pubblico non è una mera invenzione artificiale, ma affonda le sue radici nella natura stessa dell’essere umano. Secondo l’insegnamento di Papa Leone XIII, ampiamente influenzato dalla filosofia di San Tommaso d’Aquino, lo Stato è un’istituzione indispensabile per garantire il benessere e la sicurezza dei cittadini, permettendo loro di raggiungere fini che da soli non potrebbero conseguire.
L’uomo è per sua natura un “animale sociale”, incline a unirsi ai suoi simili sia nella società domestica (la famiglia) sia nella società civile. Come sottolineato nell’enciclica Immortale Dei, l’individuo non può procurarsi da solo tutto il necessario per la vita e per il proprio accrescimento intellettuale e morale; per questo, la Provvidenza ha disposto che egli nasca con la disposizione ad associarsi.
Tuttavia, una moltitudine di persone non può restare unita e ordinata senza una guida. Leone XIII afferma chiaramente nella Diuturnum illud che «non può esistere né concepirsi società, in cui non vi sia qualcuno che temperi le volontà dei singoli in modo da formare di tutte una cosa sola e rettamente non le diriga al bene comune». L’autorità è dunque indispensabile alla convivenza civile, poiché senza di essa la società si disperderebbe a causa degli interessi divergenti dei singoli, evitando l’esplodere della violenza.
Il fine ultimo dello Stato è l’attuazione del bene comune, un concetto che abbraccia sia la prosperità materiale che il perfezionamento morale e religioso dei cittadini. Lo Stato non deve limitarsi a un ruolo passivo, ma deve intervenire attivamente per ordinare e amministrare la cosa pubblica in modo che ne risulti la prosperità collettiva e la sicurezza personale di ciascuno.
In sintesi, lo Stato non è un fine in sé, ma un mezzo necessario affinché l’uomo possa vivere una “vita buona” e sicura. Attraverso il complesso delle sue leggi e istituzioni, esso fornisce quel supporto e quella disciplina indispensabili per il progresso delle nazioni e per il perfezionamento integrale della persona umana. Come conclude la dottrina leonina, lo Stato esiste affinché i cittadini, operando per il bene comune temporale, trovino ogni facilitazione possibile nel tendere verso la loro beatitudine eterna, dentro una disciplina temporale ottemperata dallo Stato, dalla legge e dall’ordine pubblico.
In Italia, davanti al crescere della violenza terroristica e dei gravi scontri sociali che hanno caratterizzato l’inizio del 2026 — come i violenti fatti di Torino — il Governo ha risposto con la necessità di un “approccio più duro” attraverso il nuovo Decreto Sicurezza. Questo provvedimento non si configura come una misura emergenziale isolata, ma come una strategia strutturale per ridefinire il rapporto tra autorità e prevenzione.
Tra i punti più importanti del Decreto spicca il cosiddetto fermo di prevenzione, che permette alle forze di polizia di trattenere per un massimo di 12 ore soggetti ritenuti pericolosi in contesti di manifestazioni pubbliche, qualora sussistano elementi concreti come il possesso di armi improprie o il travisamento del volto. Parallelamente, il Decreto istituzionalizza le “zone rosse” o zone a vigilanza rafforzata, conferendo ai Prefetti il potere di allontanare soggetti pericolosi da aree urbane colpite da degrado o criminalità ripetuta, privilegiando la libera fruibilità degli spazi pubblici rispetto alla libertà di movimento di chi delinque.
Un altro pilastro fondamentale è la tutela degli operatori di polizia attraverso l’istituzione di un registro delle cause di giustificazione. Questa norma mira a ridurre il “timore della firma”, evitando l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per gli agenti che agiscono in presenza di legittima difesa o uso legittimo delle armi, garantendo loro una protezione legale sin dalle prime fasi dell’indagine. Inoltre, il decreto inasprisce severamente il contrasto alla violenza giovanile, trasformando il porto abusivo di coltelli da contravvenzione in delitto punibile con la reclusione fino a tre anni e introducendo sanzioni pecuniarie per i genitori in caso di “culpa in educando”.
Infine, l’approvazione di queste norme, pur sollevando critiche da parte delle opposizioni che le definiscono “liberticide”, richiede un consolidamento politico immediato. La necessità del voto di fiducia parlamentare diventa quindi uno strumento indispensabile non solo per accelerare l’entrata in vigore di misure urgenti, ma soprattutto per consolidare la Maggioranza di fronte alle sfide poste dall’ordine pubblico e per riaffermare l’autorità dello Stato contro ogni forma di eversione e violenza organizzata.
















