Le parole di Nikos Dendias su Achilles Shield indicano un punto di svolta: la difesa europea punta su produzione, know-how e integrazione industriale, restando saldamente ancorata alla Nato. Tra fondi Ue, nuovi programmi e aumento della spesa, l’Europa inizia a muoversi con maggiore coerenza. Grecia e Italia mostrano una linea pragmatica fondata su interoperabilità, innovazione e deterrenza collettiva. Il corsivo di Arditti
Le parole del ministro della Difesa greco Nikos Dendias rappresentano un turning point per l’Europa. Parlando del sistema “Achilles Shield” – una versione ellenica più olistica dell’Iron Dome israeliano, capace di affrontare minacce multidominio dallo spazio al cyberspazio, dal mare agli abissi, dall’aria ai missili balistici e da crociera – Dendias ha delineato una collaborazione con Israele che va oltre l’acquisto di armi. “Produrremo internamente almeno il 50% di questi sistemi, acquisendo know-how”, ha detto, enfatizzando un partenariato con l’ecosistema innovativo israeliano.
Queste dichiarazioni non sono solo un piano nazionale: segnalano che l’Europa della difesa sta finalmente svegliandosi, spinta da nuove consapevolezze dei governi nazionali in un mondo instabile.
Cruciale però è che tutto questo avvenga entro il quadro Nato. L’Alleanza Atlantica resta il pilastro della sicurezza collettiva europea: al summit de L’Aia del 2025, gli Alleati hanno impegnato a investire il 5% del Pil entro il 2035 in difesa e sicurezza correlata – almeno 3,5% su core defence (truppe, armi, capability targets Nato) e fino a 1,5% su infrastrutture critiche, cyber, resilienza, innovazione e base industriale.
Nel 2025, tutti i membri superano per la prima volta il 2% del Pil, segnando un balzo storico rispetto al 2014 (solo tre Alleati).
Achilles Shield, integrato con sistemi Nato-compatibili come Patriot, rafforza l’Integrated Air and Missile Defence (Natinamds), garantendo interoperabilità e contributo alla deterrenza collettiva.
In questo contesto accelerano decisioni concrete. La Commissione Ue ha approvato la seconda ondata di fondi Safe (Security Action for Europe), con prestiti a basso costo per Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia – dopo la prima tranche per altri otto Stati – per un totale di 38 miliardi destinati a modernizzare forze armate e integrare l’Ucraina.
Safe è un meccanismo per scalare prontezza militare, con enfasi su acquisti europei e compatibilità Nato.
Altro esempio chiave: l’interesse tedesco per il Global Combat Air Programme (Gcap), caccia di sesta generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.
Berlino, in frizione con il rivale Fcas (Francia-Spagna), ha sondato l’ingresso, come confermato dal ministro Guido Crosetto: “La Germania potrebbe unirsi in futuro”. Gcap, con dimostratore 2027 e operativo 2035, unisce sforzi per un velivolo stealth interoperabile Nato, ridisegnando l’industria aerospaziale europea.
Il Regno Unito punta a legami più stretti con Ue, considerando una seconda edizione Safe, mentre aumenta la spesa al 2,5% del Pil entro il 2027. L’Ue ha varato un pacchetto da 90 miliardi per l’Ucraina, preferendo acquisti europei per rafforzare l’industria continentale – sempre in sinergia con Nato.
Questi passi rivelano un lato politico evidente: sono i governi di destra a cogliere meglio la gravità delle sfide globali, optando per pragmatismo e investimenti decisi. In Italia, Crosetto esemplifica questa visione.
Ha proposto una unità civile-militare di 5.000 persone contro warfare ibrida (cyber, disinformazione, pressioni economiche), operativa 24/7. Ha delineato la riorganizzazione della Difesa con un “non-paper” di 119 pagine, integrando il cyber come dominio nazionale e creando una “Cyber Army” iniziale di 1.200-1.500 unità.
Al summit Difesa 2025 ha annunciato “Difesa 5.0” adattabile, con sinergie industria-università-ricerca, e aumento della spesa al 2% del Pil (raggiunto includendo pensioni militari), puntando al 3,5% Nato. Per il 2025-2027, il budget sale a 31,2 miliardi nel 2025, con focus su trasformazione. Crosetto ha chiarito che l’aumento graduale (0,15-0,2% annuo post-procedura deficit Ue) è per rispettare gli impegni Nato, garantendo sostenibilità.
L’Europa si muove, ma il risveglio deve essere collettivo e ancorato alla Nato. Va evidenziato ancora una volta: non duplicazione, ma complementarietà per rafforzare deterrenza, interoperabilità e sovranità.
Governi come quello greco e quello italiano mostrano la via: innovare, produrre localmente e contribuire all’Alleanza.
In era multidominio, la difesa è imperativo per sicurezza condivisa.
















