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Artic Circle. Il Grande Nord non è più una periferia, ma sicurezza, clima e potenze ridisegnano l’interesse italiano

Il forum internazionale ospitato a Roma segnala come l’Artico sia ormai entrato al centro delle dinamiche geopolitiche globali, tra rotte commerciali emergenti, competizione tra potenze e trasformazioni climatiche. In questo nuovo scenario, anche Paesi non artici come l’Italia cercano di costruire un ruolo attraverso ricerca scientifica, diplomazia multilaterale e cooperazione industriale

Per anni l’Artico è sembrato lontano da tutto. Un luogo estremo, importante per la scienza ma marginale per la politica e per l’economia reale. Oggi non è più così. Il fatto che il 3 e 4 marzo 2026 la sede centrale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Roma abbia ospitato l’evento “Arctic Circle Rome Forum: Polar Dialogue From Glaciers to Seas”, segnala un passaggio ormai difficilmente reversibile. Il Grande Nord non è più una periferia del pianeta, ma uno spazio in cui si intrecciano sicurezza, clima, tecnologia, rotte commerciali, infrastrutture critiche e interessi strategici sempre più evidenti.

Il punto non è soltanto la crescita dell’attenzione diplomatica verso una regione lontana. È che l’Artico è entrato dentro le grandi trasformazioni del nostro tempo. Il riscaldamento globale accelera la riconfigurazione fisica dell’area, l’arretramento dei ghiacci modifica l’accessibilità marittima, la ricerca di nuove risorse spinge governi e imprese a guardare più a Nord, mentre la competizione tra potenze trasforma uno spazio a lungo percepito come marginale in una frontiera dove si misurano influenza, capacità industriale e visione geopolitica.

La sempre maggiore rilevanza dell’Artico

Anche la cornice scelta dall’Italia è eloquente. L’evento, promosso da Arctic Circle con Ministero dell’Università e della Ricerca e Cnr, in coordinamento con la Farnesina e con il coinvolgimento della Difesa e del Ministero della Ricerca e della Sicurezza Energetica, è stato pensato come un luogo di confronto tra decisori pubblici, comunità scientifica, industria, comunità locali dell’Artico e società civile. Ed è proprio questa impostazione a raccontare bene la natura del dossier artico di oggi, dove la crisi climatica convive con la competizione geopolitica e dove i dati scientifici non possono più essere separati dalle implicazioni che riguardano infrastrutture, risorse e stabilità internazionale.

In controluce, questa architettura racconta anche la posizione italiana. Non quella di una potenza artica in senso geografico, cosa che evidentemente non è, ma quella di un Paese che prova a legittimare la propria presenza attraverso ricerca, diplomazia multilaterale, relazioni con gli alleati e attenzione alle ricadute economiche di lungo periodo.

Anche la composizione del Forum conferma che non si è trattato di un appuntamento simbolico. La presenza dei ministro di Ricerca ed Esteri, Anna Maria Bernini e Antonio Tajani, insieme a presidente del Cnr Andrea Lenzi, e a figure internazionali come il Principe Alberto II di Monaco, Elina Valtonen per la Finlandia e Eivind Vad Petersson per la Norvegia, ha dato forma a una piattaforma capace di tenere insieme diplomazia, proiezione internazionale e interessi economici. Ed è proprio questa pluralità di voci a rendere l’Artico così concreto. Per alcuni è prima di tutto una variabile climatica, per altri un fattore logistico, per altri ancora una questione di sicurezza o di filiere industriali. Nel Grande Nord, mondi che altrove si incrociano poco sono costretti a parlarsi.

“È la prima volta che in Italia si tiene un Polar Summit. Ne siamo profondamente orgogliosi. Questa è la dimostrazione che la comunità scientifica internazionale riconosce il valore della ricerca artica italiana che da 50 anni è protagonista nell’Artico”, ha dichiarato Bernini. “L’Artico non è più una periferia, è una regione centrale, anche per il nostro sviluppo, per il futuro della nostra ricerca e per la nostra stessa sicurezza”, fa eco Tajani, che aggiunge: “Per questo abbiamo lanciato il nuovo Documento strategico italiano sull’Artico: vogliamo consolidare il ruolo dell’Italia come partner sempre più riconosciuto dalla famiglia dei popoli artici, che contribuisce agli equilibri e al benessere della regione, rafforzando così l’asse nord-sud del continente, dall’Artico al Mediterraneo. Con più progetti di ricerca e più imprese italiane attive nel territorio, possiamo rendere l’Artico più prospero e consolidare il rapporto transatlantico”. Isabella Rauti, Sottosegretario alla Difesa con delega all’Artico, Sub-artico e Antartide, ha spiegato: “L’Artico è un baricentro strategico ed una responsabilità condivisa; uno scenario in cui si intrecciano sicurezza, cambiamenti climatici, nuove rotte commerciali e interessi globali confliggenti. È fondamentale preservare stabilità, cooperazione e rispetto del diritto internazionale”.

Il pre-evento alla John Cabot University

Di questi stessi temi si era già discusso al pre-eventGreenland and Scenarios for Arctic Security” alla John Cabot University, di cui Formiche/Decode39 sono stati media partner.

Leggi l’intervista al professore Lassi Heininen.

Nel corso dell’incontro all’università americana a Roma è emersa con chiarezza la trasformazione dello spazio artico da periferia geografica a nodo strategico sempre più rilevante. In particolare, è stata sottolineata la presenza di comunità indigene in questi territori che da secoli governano e abitano l’Artico e che non possono essere assolutamente escluse dalle discussioni sul suo futuro. Come richiamato dalla Presidente dell’Inuit Circumpolar Council Sara Olsvig, le comunità locali, storicamente soggetti di autodeterminazione nella regione, oggi si trovano sempre più coinvolte nelle dinamiche della politica internazionale.

L’attenzione si è poi spostata sulla crescente militarizzazione dell’area, con la presenza di potenze nucleari che vedono nell’Artico uno spazio strategico. Questo si inserisce in un contesto in cui la Cina ha formalizzato già nel 2018 la propria ambizione di costruire una Polar Silk Road lungo le rotte artiche. Investire in porti, logistica, connettività e servizi marittimi non significa solo acquistare opportunità commerciali, ma anche influenza, capacità di orientare standard e possibilità di creare nuove dipendenze. In questo contesto di crescente competizione strategica, anche la ricerca e la scienza non sono immuni dalle tensioni politiche e rischiano di frammentarsi.

Il ruolo che può giocare l’Italia

Come emerso anche nel pre-event alla John Cabot, anche dall’Arctic Circle si apprende che questo è il momento di costruire e implementare scienza e iniziative nell’Artico. In questo senso è particolarmente rilevante il ruolo che possono avere anche Paesi non artici come l’Italia. In questo quadro, il documento strategico italiano sull’Artico, presentato a Villa Madama il 16 gennaio 2026, afferma esplicitamente che la regione rappresenta una crescente opportunità economica anche per le imprese italiane attive in questi settori.

È un passaggio importante, perché segnala una maturazione dello sguardo italiano. L’Artico entra così nel linguaggio delle supply chain e richiama il fatto che le tecnologie della transizione digitale ed energetica dipendono da materiali concentrati in pochi nodi produttivi, esposti a tensioni geopolitiche e difficili da sostituire. Inserire questo tema nella strategia significa riconoscere che anche la resilienza industriale europea passa da qui.

La forza di questa impostazione si appoggia anche su una presenza concreta. La stazione artica Dirigibile Italia a Ny Ålesund, attiva dal 1997 alle Svalbard, rappresenta uno dei pilastri della proiezione scientifica nazionale nel Grande Nord. La ricerca, in questo senso, non è un ornamento della politica estera ma una delle sue infrastrutture più preziose.

È questo, in fondo, il significato più profondo del Forum romano. Non soltanto raccontare un Artico che cambia, ma trasformare l’interesse retorico in continuità strategica, investimenti, alleanze e capacità di leggere per tempo le nuove catene del valore. Per l’Italia, che non può giocare la carta della geografia, la partita si gioca soprattutto sulla qualità della proposta. Ricerca, affidabilità istituzionale, diplomazia e visione industriale sono le risorse decisive per non limitarsi a osservare da vicino una trasformazione storica, ma provare a incidere davvero.


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