Ex numero tre del Sisde, la sigla dell’allora servizio segreto civile, negli anni della guerra di mafia a Palermo e poi dell’inizio della stagione delle stragi, é stato al centro di una complessa inchiesta giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa conclusasi con la condanna a 10 anni di carcere. Il racconto di Gianfranco D’Anna
Considerato l’uomo dei misteri più inconfessabili sui rapporti fra i servizi segreti più o meno deviati e cosa nostra, Bruno Contrada si é spento a 94 anni portandosi nella tomba segreti e retroscena della stagione più cruenta e sanguinosa della lotta contro la mafia. Segreti che probabilmente avrebbero potuto rappresentare la “chiave” per risalire a mandanti ed esecutori delle stragi di mafia e di molti delitti eccellenti di Palermo, a cominciare da quello di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e tanti altri.
Ex numero tre del Sisde, la sigla dell’allora servizio segreto civile, negli anni della guerra di mafia a Palermo e poi dell’inizio della stagione delle stragi, é stato al centro di una complessa inchiesta giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa conclusasi con la condanna a 10 anni di carcere. Condanna seguita dalla revoca da parte della Corte europea dei diritti umani e ad un risarcimento per l’ex poliziotto. Il suo nome fu associato in particolare alla cosiddetta “zona grigia” tra legalità e illegalità. In gioventù fu amico e superiore del vice questore Boris Giuliano, assassinato nel 1979 dal boss Leoluca Bagarella per la straordinaria incisività delle indagini sul colossale flusso di narcodollari fra la mafia americana e le cosche palermitane. Amicizia smentita dai rapporti sospetti di Contrada con molti boss, in particolare Rosario Riccobono, padrino della periferia occidentale di Palermo.
Fra le numerose incognite investigative ancora incombenti su Contrada la più recente é quella degli sviluppi dell’inchiesta sul depistaggio riguardante l’assassinio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella. Inchiesta nella quale é indagato l’ex prefetto Filippo Piritore, tornato libero nei giorni scorsi dopo una sentenza della Cassazione di revoca degli arresti domiciliari. Punto centrale dell’eventuale depistaggio, la scomparsa del guanto usato dai killer di del Presidente della Regione. Piritore é accusato d’aver cercato di sviare le indagini sulla scomparsa del guanto. Ma con chi aveva detto di aver parlato di quel misterioso guanto, Piritore, da lui ritrovato sull’auto dei killer quando era un giovane funzionario della Squadra mobile? “Con Bruno Contrada” aveva risposto il Prefetto ai Pm al Gip di Palermo.
In attesa di scoprire se l’ex agente segreto dei misteri e della palude mafiosa abbia lasciato memoriali o tracce documentali della sua lunghissima attività, negli ambienti giudiziari prevale il silenzio e l’attesa di eventuali verifiche. “Nessun commento. Parce sepulto”, risponde il procuratore Capo di Palermo, Maurizio De Lucia. “Personaggio controverso sul quale non è stata ancora detta tutta la verità” si limita a dire il Procuratore di Roma ed ex Procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. Per il Procuratore di Prato, Luca Tescaroli che quando era a Caltanissetta ha indagato a fondo sulle stragi di mafia : “ Dinnanzi alla morte interviene l’umana pietà. La dignità sopravvive alla vita stessa. Il rispetto è dovuto sempre e comunque. Le condotte in vita riposano nelle risultanze processuali.”














