Un’ondata senza precedenti di attacchi iraniani ha infranto la sicurezza del Golfo, esponendo hub economici e rotte energetiche globali a rischi diretti e ridefinendo gli equilibri regionali. Secondo Cinzia Bianco (Ecfr), le monarchie avevano cercato di evitare il conflitto, ma ora rischiano di essere trascinate tra escalation iraniana e pressione nel sostenere apertamente le operazioni Usa
I numeri raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale quanto profondamente la guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran abbia infranto l’illusione di sicurezza del Golfo.
Secondo dati preliminari raccolti dai governi della regione – non definitivi né indipendentemente verificati – tra il pomeriggio del 28 febbraio e il 1° marzo l’Iran avrebbe lanciato almeno 465 missili e oltre 350 droni (oltre 800 attacchi) contro dieci Paesi, dal Bahrain agli Emirati Arabi Uniti, da Israele alla Giordania, fino a Kuwait, Qatar e Iraq. Solo gli Emirati hanno riferito di aver intercettato 137 missili e 209 droni, un volume di fuoco paragonabile a quello utilizzato da Teheran contro Israele in precedenti escalation.
Se confermati, questi dati segnano una svolta storica: le monarchie del Golfo – per decenni protette dall’ombrello di sicurezza statunitense pur ospitando basi americane – sono diventate bersagli diretti di un confronto regionale su larga scala. C’è un’immagine che più di qualche altra rappresenta la criticità di quanto succede: il Burj al Arab in fiamme, colpito da un drone iraniano.
L’hotel sette stelle incarna l’ascesa di Dubai come polo globale: lusso, ingegneria (costruito su un’isola artificiale) e architettura (la celebre forma a vela). Colpire il Burj al Arab significa colpire la narrazione stessa dell’emirato come hub sicuro del turismo, della finanza e dei servizi. Il messaggio implicito è che quel presupposto – sicurezza e inviolabilità – non vale più: né per l’area di Dubai Marina né per infrastrutture critiche come l’aeroporto internazionale.
La sequenza degli eventi suggerisce che non si tratti di una semplice escalation ma della fine di un’era. I raid coordinati di Washington e Tel Aviv contro obiettivi militari e nucleari iraniani, definiti da Donald Trump “major combat operations”, hanno portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, decapitando il vertice simbolico della Repubblica Islamica. Una risposta su vasta scala lungo l’arco del Golfo – contro basi statunitensi, infrastrutture civili e snodi logistici – appariva quindi quasi inevitabile. Teheran ha accompagnato la risposta militare con una mobilitazione simbolica: la bandiera rossa issata sulla moschea di Jamkaran, tradizionale segnale sciita di vendetta, indica che il conflitto è percepito come esistenziale per il regime.
Per oltre un decennio, le capitali del Golfo hanno investito trilioni per diventare piattaforme globali di commercio, turismo, finanza e logistica, puntando sulla de‑escalation con Teheran per proteggere economie iperconnesse. Oggi quella strategia mostra tutta la sua fragilità: Dubai, Doha e Abu Dhabi – nodi centrali della geoeconomia mondiale – sono esposte direttamente al conflitto.
La vulnerabilità economica spiega la prudenza delle monarchie. A differenza dell’Iran, sotto sanzioni da anni, hanno molto più da perdere in termini di reputazione, flussi turistici, investimenti e stabilità finanziaria. Da qui la scelta di condannare gli attacchi senza aprire, almeno per ora, a una rappresaglia su larga scala.
La crisi ha già superato la dimensione territoriale, entrando nel cuore della geoeconomia globale. L’attacco iraniano a una petroliera a nord del porto di Khasab, nello stretto di Hormuz – il chokepoint energetico più importante al mondo – dimostra che il conflitto minaccia direttamente le rotte petrolifere. L’evacuazione dell’equipaggio multinazionale della nave, con marinai indiani e iraniani, evidenzia come la sicurezza marittima del Golfo sia ormai una questione internazionale.
Il settore privato ha reagito con maggiore rapidità rispetto ai governi. La compagnia francese CMA CGM, terzo operatore mondiale di container, ha ordinato alle proprie navi nel Golfo di cercare riparo e sospeso il passaggio attraverso Suez, una decisione che rischia di ridisegnare nuovamente le rotte Asia‑Europa e aumentare i costi del commercio globale – dopo che, per oltre un anno, i navigli mercantili internazionali avevano dovuto circumnavigare l’Africa per evitare di finire sotto gli attacchi degli Houthi, tra i proxy iraniani che avevano usato il conflitto Israele-Hamas per sfogare anche i propri interessi. In parallelo, l’assenza di un rilascio immediato dalle riserve petrolifere strategiche statunitensi segnala che Washington ritiene l’impatto sui prezzi dell’energia contenuto – o almeno gestibile nel breve periodo.
Dietro la crisi si intravede inoltre una dinamica politica più complessa. Secondo ricostruzioni emerse sul Washington Post, la decisione americana di colpire l’Iran sarebbe stata preceduta da pressioni congiunte di Arabia Saudita e Israele, una convergenza strategica anti‑iraniana che convive con la prudenza pubblica dei leader del Golfo.
Parallelamente si sta aprendo una battaglia narrativa sulla sicurezza del Golfo. L’Iran sostiene che la presenza militare americana rende la regione un bersaglio inevitabile e presenta l’Oman – storicamente mediatore e privo di grandi basi Usa – come modello alternativo. Il messaggio ai Paesi della regione è: se ospitate basi statunitensi siete dei bersagli potenziali. Israele, invece, utilizza gli attacchi contro le capitali del Golfo per dimostrare che la minaccia iraniana non riguarda solo lo Stato ebraico ma l’intero sistema regionale. Le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo si ritrovano così nella posizione di spettatori riluttanti, intrappolati tra attori che definiscono la sicurezza regionale senza di loro.
Il risultato è che il Golfo non è più un osservatore esterno delle crisi mediorientali ma il loro epicentro economico e strategico. Anche se l’Iran non dispone della potenza di fuoco per paralizzare a lungo la regione, un precedente è stato creato: le città‑hub che incarnavano la promessa di stabilità post‑petrolio sono ora esposte direttamente alle logiche della guerra.
Cinzia Bianco, esperta del Golfo presso l’European Council on Foreign Relations, spiega a Formiche.net che i Paesi della regione avevano fatto di tutto per evitare questo scenario. “Non solo l’Oman – che ha investito enormemente nella mediazione – ma anche gli altri Stati del Golfo hanno cercato di presentarsi compatti e di inviare a Trump lo stesso messaggio: questa era una guerra che non conveniva a nessuno, soprattutto agli Stati Uniti”, osserva. Secondo Bianco, il timore condiviso era proprio quello di un conflitto lungo e devastante, capace di espandersi ad altri teatri e di colpire duramente il business e la stabilità regionale.
La risposta iraniana contro gli interessi americani nella regione era ampiamente prevista e rientrava in una logica di ritorsione calibrata. Il vero punto di svolta è capire se Teheran deciderà di estendere gli attacchi su obiettivi oltre le installazioni statunitensi. ”All’interno dei Pasdaran – spiega Bianco – esistono correnti favorevoli a un’escalation spettacolare che costringerebbe le monarchie del Golfo, politicamente, a sostenere apertamente le operazioni militari americane: cosa che finora hanno evitato”.
I leader del Golfo si trovano così di fronte a scenari ugualmente inquietanti per l’esperta: ”Il collasso totale del regime iraniano e il caos regionale che ne deriverebbe, l’emergere di un nuovo regime ancora più aggressivo, oppure una sopravvivenza indebolita della Repubblica islamica che finirebbe per rafforzare soprattutto Israele”. In questo quadro, ”segnali di solidarietà tra attori regionali, come i contatti tra Arabia Saudita ed Emirati, vanno letti con cautela: potrebbero non tradursi in un vero superamento delle profonde tensioni esistenti, mentre resta aperta la domanda su quanto questa solidarietà contingente possa evolvere in una posizione comune più strutturata”.
















