Il modello di intervento di Mosca in Mali, Burkina Faso e Niger si scontra con la complessità delle insurrezioni jihadiste e con l’ingresso di nuovi attori con approcci più flessibili e sostenibili. E lascia margine d’azione all’Occidente
Negli scorsi anni la Russia ha dato l’impressione di aver trovato nel Sahel uno dei pochi spazi in cui espandere la propria influenza, nonostante l’isolamento seguito all’invasione dell’Ucraina. Approfittando dell’instabilità politica, della crisi di legittimità dei governi locali e del crescente risentimento verso la Francia, il Cremlino è riuscito a inserirsi rapidamente in Paesi chiave come Mali, Burkina Faso e Niger. Oggi, però, quel modello mostra crepe sempre più evidenti, come evidenziano Frederic Wehrey e Andrew S. Weiss su Foreign Affairs.
L’approccio russo si è fondato sull’offrire sicurezza in cambio di accesso alle risorse. Attraverso il dispiegamento di contractor legati al gruppo Wagner prima, e all’Africa Corps poi, Mosca ha fornito supporto militare diretto, intelligence e protezione ai regimi militari sorti dopo i colpi di Stato, ricevendo concessioni su oro, uranio e altre risorse strategiche. In parallelo, le campagne di disinformazione hanno contribuito a delegittimare la presenza occidentale, mentre il sostegno militare russo ha garantito ai nuovi regimi una stabilità minima. Ma è proprio sul terreno della sicurezza che emergono oggi i limiti più evidenti.
Quanto offerto da Mosca si è infatti rivelato troppo ridotto e poco disciplinato per affrontare minacce complesse come le insurrezioni jihadiste. Inoltre, il Cremlino ha replicato gli errori già commessi da altri attori internazionali, puntando su operazioni cinetiche non accompagnate da un rafforzamento della governance locale o da iniziative politiche di riconciliazione. A differenza delle missioni occidentali, però, l’intervento russo è stato caratterizzato da livelli di violenza indiscriminata molto più elevati. Con risultati spesso controproducenti. Le violenze contro i civili attribuite alle forze locali e ai loro partner russi hanno favorito il reclutamento da parte dei gruppi armati e persino la convergenza tra attori che in precedenza operavano separatamente, inclusi movimenti jihadisti legati ad al-Qaeda.
Nel frattempo, il contesto si è fatto più affollato. Attori come Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti stanno ampliando la loro presenza offrendo pacchetti più diversificati e, in molti casi, più sostenibili. Ankara, ad esempio, ha trovato spazio grazie alla fornitura di droni Bayraktar e servizi di addestramento, percepiti come strumenti più flessibili rispetto al ricorso a mercenari stranieri. Pechino, invece, punta su un modello che combina sicurezza, investimenti e infrastrutture, forte di risorse finanziarie che Mosca fatica a eguagliare. Questa crescente concorrenza riduce ulteriormente il margine di manovra russo. I regimi del Sahel, lungi dall’essere semplici clienti, stanno dimostrando una crescente capacità di diversificare i propri partner e di sfruttare la competizione tra potenze esterne.
Nel complesso, l’impegno russo nella regione assomiglia sempre più a un costoso e rischioso pantano, con ritorni strategici limitati. E per gli Stati Uniti e l’Europa la tentazione di rientrare rapidamente nel Sahel per contrastare l’influenza russa è forte. Ma questo potrebbe rivelarsi un errore: competere sullo stesso terreno adottando un approccio puramente transazionale con regimi militari fragili rischierebbe infatti di rafforzare le stesse dinamiche di instabilità che hanno favorito l’ingresso di Mosca.
Una strategia più efficace, sostengono gli autori dell’articolo, potrebbe invece consistere in un approccio indiretto e di lungo periodo. Sostenere la cooperazione regionale, rafforzare le capacità istituzionali e concentrarsi sui Paesi costieri dell’Africa occidentale per contenere l’espansione dell’instabilità. In altre parole, lasciare che siano i limiti strutturali del modello russo a emergere, senza offrirgli vie d’uscita. Una questione di “pazienza strategica”.
















