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La nebbia della guerra in Iran resta fitta. Bilancio e scenari nell’analisi di Bozzo

A dieci giorni dall’inizio del conflitto, il regime iraniano continua a reggere, reagire, colpire obiettivi e guadagnare tempo. Le quattro settimane a cui Trump ha fatto riferimento quale possibile durata del conflitto sono un ottimistico auspicio, più che un pronostico. L’analisi di Luciano Bozzo

Secondo una massima attribuita a von Moltke il Vecchio, il feldmaresciallo e stratega prussiano vincitore di Sadowa (1866), una volta iniziata la guerra nessun piano operativo regge.

La storia offre infinite e clamorose conferme della fondatezza di quest’asserzione: non occorre andare troppo addietro nel tempo, basti pensare all’Ucraina. Nelle intenzioni di Putin l’”operazione militare speciale” avrebbe dovuto essere qualcosa di simile a un Anschluss 2.0. Si è trasformata, invece, in oltre quattro anni di guerra d’attrito, sanguinosa e infinitamente costosa, di cui non si vede la fine.

A partire dalla seconda metà del Novecento, si è anche – e spesso – registrato un apparente paradosso, che conferma la massima del Moltke: le grandi potenze perdono le “piccole” guerre, o ritenute tali. È la conseguenza della logica stessa dell’interazione strategica, che si sviluppa su tre piani connessi: degli obiettivi perseguiti dagli avversari (e della determinazione nel perseguirli); delle dottrine e modalità d’impiego delle rispettive forze; infine, del rapporto in termini quantitativi e qualitativi tra le forze stesse.

A dieci giorni dall’inizio della guerra in Iran e alla luce di questi diversi livelli di interazione tra gli avversari che valutazioni fare della situazione e delle sue possibili evoluzioni?

Innanzitutto, sul piano del confronto degli obiettivi la coalizione israelo-americana è divisa. Per Israele questa è la partita forse decisiva di un lungo e feroce confronto, vissuto, soprattutto dopo il 7 ottobre, come guerra per la sopravvivenza. Analoga osservazione vale oggi per il regime iraniano. Non così per gli Stati Uniti. L’amministrazione americana ha un ovvio interesse nel tentare di mutare gli equilibri regionali a proprio favore e Trump ha colto l’occasione che, sulla carta, pareva presentarsi propizia. Il presidente, tuttavia, non sta giocando una partita mortale, come è invece il caso dell’alleato e dell’avversario. Trump può accontentarsi di un successo – o di un risultato presentabile come tale – parziale, d’immagine, o che, eventualmente, gli consentirebbe di uscire da un confronto il cui esito si prospettasse incerto e pericoloso. Trump è un leader a dir poco pragmatico, che ha abituato gli osservatori persino a subitanei voltafaccia.

Passando al piano del confronto tra le modalità d’impiego delle forze, la leadership iraniana deve preoccuparsi innanzitutto di resistere, guadagnando tempo e infliggendo agli avversari il maggior numero di danni possibili. Questo con la speranza di provocare reazioni favorevoli nel mondo islamico, presso le opinioni pubbliche occidentali o di natura economica. Distruggere il gioco altrui è più facile che costruire il proprio. Fare è più difficile che far fronte e mettere in crisi l’azione altrui. Lo scrisse già Clausewitz nel “Vom Kriege”, evidenziando la differenza che esiste tra due tipi di guerra: dell’attaccante e del difensore.

Il regime iraniano mostra una forse inattesa capacità di tenuta, frutto dell’appoggio che, per ragioni ideologiche, religiose o solo di convenienza, gode nel Paese e del fatto che ha avuto mesi ed anni per prepararsi a questa guerra. Ad essa fa riscontro la debolezza politica e militare dell’opposizione, provata anche da mesi di repressione, uccisioni e arresti. Le rivolte, come già successo più volte in anni passati, seppur diffuse, non hanno portato alla rivoluzione. In quale maniera, allora, promuovere, un “regime change”?

L’Iran non è l’Afghanistan del 2001. È cioè irrealistico credere che sia possibile creare un corrispettivo di quella che fu l’alleanza del nord, fornendo ai Curdi informazioni, forze speciali e sostegno aereo che consentano loro di far crollare il regime nel confronto sul campo. L’Iran non è neppure l’Iraq del 2003. Per dimensioni geografiche e demografiche, in ragione delle forze di cui dispone il regime e per la configurazione stessa del Paese, non è ipotizzabile una campagna di successo condotta per via di terra. D’altra parte, né la vittoria militare in Afghanistan, né quella in Iraq, si tradussero in successi politici, al contrario, a conferma del fatto che la vittoria è concetto tattico, obiettivo strategico.

Infine, sul piano del confronto delle forze, se è evidente che la coalizione ha rapidamente decapitato la leadership iraniana e acquisito il dominio dello spazio aereo, ben più complessa si fa la valutazione sulla possibile evoluzione della situazione attuale. I fattori che occorre valutare sono, infatti, molteplici, complessi e di diversa natura. Quante e di che natura sono ancora le riserve missilistiche e di droni iraniane? Che dire della capacità del Paese di produrre nuovi missili e droni? Qual è il tasso di attrito che gli attacchi “saturanti” impongono alle capacità difensive israeliane e americane e quale, per contro, la possibilità di continuare e per quanto tempo a sostenere l’attrito imposto dallo sforzo difensivo? Quanto a lungo la flotta americana può essere mantenuta nell’area delle operazioni e come rifornita? Che effetti avrà il prolungarsi della campagna di bombardamento sulla percezione e reazione della popolazione iraniana? Sul rapporto tra il costo di missili e droni d’attacco e quello dei sistemi d’arma atti alla difesa troppo già si è scritto per tornare qui sul punto.

Per certo non è con la sola campagna aerea che si può promuovere ed, eventualmente, sostenere il cambiamento di regime. Dagli attacchi “decapitanti” si è passati a quelli diretti a colpire il potenziale missilistico, i lanciatori, i depositi e la capacità di produrre sia missili che droni, infine agli stock e riserve petrolifere, per tagliare la fonte di finanziamento del regime.

Per il momento quest’ultimo continua a reggere, reagire, colpire obiettivi e guadagnare tempo. Le quattro settimane a cui Trump, giorni fa, ha fatto riferimento quale possibile durata del conflitto sono un ottimistico auspicio, più che un pronostico. La “nebbia della guerra” è calata il 28 febbraio e resta fitta.

 

 

 


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