Dal ricordo di una visita ad Ali Al Salem, nel deserto kuwaitiano, emerge il volto meno visibile delle missioni italiane: non solo tecnologia e droni, ma analisi, disciplina e responsabilità in scenari ad alta tensione. Gli attacchi recenti alla base riportano al centro una verità spesso rimossa: le crisi non restano lontane, si intrecciano e rendono la sicurezza un tema ormai globale, anche per l’Italia. L’analisi di Raffaele Volpi
Gli scarponi affondano nella sabbia.
È una sensazione semplice, quasi banale. Ma quando si cammina nel deserto del Kuwait, con il vento caldo che attraversa l’aria e l’orizzonte che sembra non finire mai, si capisce che si è entrati in uno di quei luoghi dove la geopolitica non è più un concetto astratto.
È materia concreta.
Qualche anno fa, nel mio ruolo di sottosegretario di Stato alla Difesa, visitai la base di Ali Al Salem Air Base, nel deserto del Kuwait. Per arrivarci bisogna attraversare chilometri di sabbia e asfalto, lasciando progressivamente alle spalle la città moderna, i palazzi, le luci. Davanti rimane soltanto una linea che attraversa il nulla.
Il Kuwait è un luogo curioso. Una città moderna e ricca, cresciuta sull’energia del petrolio. E poi un mare che potrebbe essere meraviglioso e che invece porta ancora i segni di una ferita storica. Quando nel 1990 l’esercito di Saddam Hussein invase il paese, molti pozzi petroliferi furono incendiati. Le immagini di quei pozzi in fiamme fecero il giro del mondo. Ancora oggi sotto quella superficie d’acqua restano tracce di quella devastazione. È un mare che promette bellezza e che invece ricorda quanto la storia possa lasciare segni lunghi.
Poi la strada piega verso il deserto. Ed è lì che appare la base.
Una base militare nel senso più classico del termine. Posti di controllo, pattuglie, sistemi di sicurezza, veicoli che entrano ed escono. Tutto organizzato con quella precisione che si trova solo nei luoghi dove il lavoro è serio e le responsabilità sono concrete.
Anche il contingente italiano ha lì il suo spazio operativo. Un compound presidiato dai nostri militari, dove ogni dettaglio è regolato da procedure e da una professionalità silenziosa che raramente diventa oggetto di racconto pubblico.
Fu lì che incontrai i nostri uomini e le nostre donne. Tecnici, analisti, equipaggi dell’Aeronautica militare impegnati quotidianamente in uno dei lavori più particolari della sicurezza contemporanea: l’impiego dei sistemi a pilotaggio remoto. In un angolo dell’hangar si intravedeva uno di quei velivoli. Un drone MQ-9 Reaper italiano.
Fu proprio davanti a quel velivolo che venne scattata la fotografia che oggi mi ha fatto tornare alla mente quell’esperienza.
Riguardandola mi sono posto una domanda semplice: quella foto si può pubblicare?
Non tanto perché riveli qualche segreto militare. Ma perché racconta qualcosa che normalmente resta invisibile: il lavoro quotidiano dei militari italiani impegnati lontano dal nostro Paese, in scenari dove la sicurezza internazionale si costruisce con pazienza, competenza e anche con una certa dose di silenzio.
Oggi quella fotografia assume un significato diverso.
Perché quella stessa base, negli ultimi giorni, è tornata nelle cronache internazionali. È stata oggetto di attacchi, e in uno di questi è stato danneggiato anche uno dei nostri droni. Notizie che arrivano in poche righe, spesso relegate nelle pagine di esteri. Ma che raccontano molto più di quanto sembri.
Quando si parla di un attacco a una base militare si pensa subito a una struttura fatta di cemento, radar, piste e hangar. In realtà dentro quelle basi ci sono persone. Militari che lavorano ogni giorno con una disciplina e una professionalità che difficilmente vengono raccontate.
Dietro quei droni non c’è soltanto tecnologia. C’è una grande professionalità nella raccolta dei dati e delle immagini, ma soprattutto nella loro analisi. È lì che si costruisce il vero valore operativo: capire cosa osservare, individuare gli elementi rilevanti e trasformare le informazioni raccolte in strumenti utili alla sicurezza di chi opera sul terreno, e alla dimensione tattica e strategica delle operazioni.
Chi ha visto lavorare quegli equipaggi — come ho avuto la possibilità di fare durante quella visita — sa che non si tratta di fantascienza militare. È un lavoro molto concreto. Turni lunghi, concentrazione assoluta, responsabilità operative che riguardano non solo la sicurezza dei militari impegnati nelle missioni, ma spesso anche quella di civili e popolazioni locali.
In quei container operativi, dove gli equipaggi lavorano davanti ai sistemi di controllo, si svolge una parte silenziosa della sicurezza internazionale. Una guerra che raramente fa rumore, ma che richiede competenze altissime e una grande lucidità professionale.
C’è poi una riflessione più ampia che questa storia suggerisce.
Per molti anni abbiamo vissuto con l’idea che le guerre avessero confini precisi. C’erano i luoghi del conflitto e c’erano quelli della normalità. Le crisi internazionali sembravano lontane, quasi contenute dentro mappe che osservavamo distrattamente nei notiziari.
Oggi non è più così.
Le guerre contemporanee non restano mai isolate. Ogni conflitto genera conseguenze che si propagano ben oltre il luogo in cui è iniziato. Le tensioni militari producono instabilità economica, nuove rotte di traffici illegali, radicalizzazioni politiche e, non di rado, anche il rischio di terrorismo.
Le crisi si intrecciano tra loro. Il conflitto in Ucraina, le tensioni nel Golfo, le instabilità che attraversano diverse regioni del Medio Oriente e dell’Africa non sono episodi separati, ma parti di un sistema di sicurezza globale sempre più complesso.
È in questo contesto che il lavoro dei nostri militari assume un significato particolare. Quando uomini e donne dell’Aeronautica militare operano in una base nel deserto del Kuwait, non stanno semplicemente svolgendo una missione lontana dall’Italia. Stanno contribuendo a un sistema di sicurezza che riguarda l’intera comunità internazionale.
Ed è forse proprio questo che quella fotografia, scattata anni fa in un hangar nel deserto, oggi ci aiuta a ricordare.
La sicurezza non è più una linea tracciata su una carta geografica.
Oggi, con quello che sta accadendo nel mondo — dalle guerre in Ucraina alle tensioni nel Golfo — dobbiamo essere consapevoli di una realtà semplice e allo stesso tempo impegnativa. In un sistema globale dove le crisi si intrecciano e le conseguenze dei conflitti si propagano rapidamente, la distinzione tra fronte e retrovia diventa sempre più sfumata.
In fondo, nel mondo contemporaneo, la verità è che tutto il mondo è diventato una prima linea.
















