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La guerra in Iran scuote il West Asia. Ma l’intuizione strategica di Soliman resta viva

Nel suo libro “West Asia”, Mohamed Soliman propone di ripensare il Medio Oriente come uno spazio strategico più ampio che collega Mediterraneo, Golfo e Indo-Pacifico. In un momento di rinnovata instabilità regionale e di confronto tra grandi potenze, la sua tesi invita Washington a costruire un nuovo ordine basato su coalizioni, connettività e tecnologia

Nel dibattito strategico occidentale, poche espressioni sono rimaste così pervasive e al tempo stesso così poco interrogate quanto “Medio Oriente”. Una regione inquieta, vivace quanto instabile, tornata (o rimasta) al centro delle cronache in queste settimane di guerra tra Usa, Israele e Iran. Per analizzarne le dinamiche in evoluzione, Mohamed Soliman, nel suo libro “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” (Polity, 2026), parte da una premessa radicale: il problema della strategia americana nella regione non è soltanto operativo, ma concettuale. Washington continua a ragionare entro una mappa mentale ereditata dall’era coloniale e dalla geopolitica del petrolio, mentre il baricentro del potere globale si è spostato verso l’Indo‑Pacifico e le reti di connettività eurasiatiche. La proposta di Soliman — sostituire il concetto di “Middle East” con “West Asia” — non è un semplice esercizio terminologico, ma il tentativo di ridefinire lo spazio strategico tra Mediterraneo e Oceano Indiano come cerniera del XXI secolo. E West Asia è il termine più ricorrente usato in questi giorni per descrivere quella regione dai Paesi dell’Indo-Pacifico, che in queste ore sono stati chiamati da Donald Trump a fornire parte delle garanzie di sicurezza lungo lo Stretto di Hormuz – cui precari equilibri sono stati scombussolati dalla guerra contro l’Iran. Per l’Italia, che proietta il suo interesse geopolitico e geoeconomico nell’Indo-Mediterraneo, niente di più interessante

Mohammed Soliman è senior fellow presso il Middle East Institute, dove si occupa dell’intersezione tra tecnologia, geopolitica e mercati emergenti. Ingegnere di formazione, è direttore di McLarty Associates e ricopre incarichi di ricerca anche presso il Foreign Policy Research Institute e il programma di sicurezza nazionale di Third Way. Commentatore frequente sui media internazionali, ha scritto per testate come Financial Times, Foreign Affairs ed Economist.

Il suo libro arriva in un momento di transizione per la politica estera statunitense. Dopo due decenni segnati da interventi militari costosi e risultati ambigui, Washington aveva progressivamente ridotto la propria presenza diretta nella regione, privilegiando la competizione con la Cina. Salvo il ritorno all’azione militare contro la Repubblica Islamica. Soliman sostiene che questo ripiegamento non debba tradursi in disimpegno, bensì in una ricalibrazione: gli Stati Uniti dovrebbero agire come “offshore balancer”, sostenendo un sistema regionale di partner capaci di condividere oneri e responsabilità. In questa prospettiva, il West Asia non è più un teatro separato, ma lo spazio intermedio che collega i due poli decisivi della strategia americana — Europa e Indo‑Pacifico.

Uno dei contributi più originali del volume è l’analisi della trasformazione interna della regione. Secondo Soliman, l’ordine mediorientale emerso dopo la Guerra fredda è collassato con l’invasione dell’Iraq del 2003 e la guerra civile siriana, eventi che hanno favorito l’ascesa di potenze transregionali come Iran e Turchia e accelerato la frammentazione statuale. In una revisione tra qualche tempo, ci sarebbe anche la guerra in Iran come ulteriore elemento per leggere tale collasso. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno intrapreso una strategia di diversificazione economica e proiezione tecnologica che le ha trasformate in hub finanziari, logistici e digitali. Il risultato è una regione sempre meno definita dalle identità ideologiche e sempre più dalla competizione per infrastrutture, connettività e capitale. Non è un caso se i colpi di rappresaglia sferrati dall’Iran in queste settimane abbiamo preso di mira l’aeroporto dell’hub turistico-finanziario di Dubai, simbolo di quella diversificazione che descrive Soliman nel suo testo, così come i data center dei giganti globali come Amazon.

Se il Golfo rappresenta (rappresenterà ancora dopo la guerra?) uno dei motori di questa trasformazione economica e tecnologica, lo è anche perché le grandi economie emergenti hanno scommesso – prima e forse di più e meglio di quelle storica del Vecchio Continente, o degli Usa stessi – su di esso e sui sulla nuova generazione di regnanti che ne governa le dinamiche. Se la Cina con le sue azioni è spesso più visibile, l’India – che manda navi a protezione di Hormuz proprio in queste ore – rappresenta uno dei player più vivaci nella regione.

Nell’allargare la sfera di analisi del West Asia, Soliman valuta il ruolo centrale all’India, considerata il perno naturale di un sistema indo‑abramitico che unisce il subcontinente indiano, il Golfo e il Mediterraneo orientale. La crescente cooperazione tra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita viene interpretata come l’embrione di un nuovo blocco strategico, potenzialmente sostenuto dagli Stati Uniti. In parallelo, l’autore individua un asse alternativo guidato dalla Turchia, con legami verso Pakistan e Africa orientale. La competizione tra questi sistemi regionali emergenti definirebbe l’equilibrio di potere di West Asia nei prossimi decenni.

Un altro elemento chiave del libro è l’attenzione alle infrastrutture come strumenti di potere. Soliman interpreta la geopolitica anche attraverso porti, corridoi commerciali, reti energetiche e data center. Progetti come l’India‑Middle East‑Europe Economic Corridor (IMEC) – che nei prossimi giorni a Trieste sarà al centro di un evento internazionale organizzato dalla Farnesina – vengono presentati come l’ossatura materiale di un ordine alternativo alla Belt and Road Initiative cinese. In questa visione, il Canale di Suez e le rotte del Mar Rosso non sono semplici choke points, ma nodi di un sistema economico che integra produzione, trasporto e tecnologia.

Il capitolo dedicato alla dimensione tecnologica introduce invece il paradigma “compute, not crude”: la potenza nel XXI secolo non deriva più dal controllo delle risorse energetiche, ma dalla capacità di generare e utilizzare dati e potenza di calcolo. Quanto visto fare a Maven – il programma AI con cui il Pentagono ha colpito più obiettivi nelle prime 48 ore di guerra in Iran di quanti non ne abbia centrati nei primi sei mesi di azioni contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria – è una rappresentazione drammatica di come queste evoluzione sia rapidamente in grado di ridisegnare gli equilibri di potere assoluti. Le partnership tra aziende tecnologiche occidentali e attori del Golfo, insieme agli investimenti in intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, vengono interpretate come il nuovo fondamento della sicurezza nazionale, regionale e internazionale. Questa tesi, pur convincente nella diagnosi del cambiamento tecnologico, tende a sottovalutare la persistenza nel presente della centralità ancora affidata alle risorse energetiche nella politica globale. Il blocco di Hormuz con lo scombussolamento dei mercati dell’energia in questi giorni ne è conferma.

Al di là dell’ambizione del progetto, sono dunque piuttosto le condizioni del contesto regionale a porre interrogativi sulla sua realizzabilità nel breve periodo. La ridefinizione dello spazio mediorientale come “West Asia” si confronta con una realtà segnata da conflitti aperti, rivalità sistemiche e da un ritorno dell’instabilità. In un ambiente strategico così volatile, l’idea di coalizioni stabili tra attori regionali con interessi divergenti — dall’India all’Arabia Saudita, da Israele alla Turchia — si scontra con la natura fluida e spesso tattica delle alleanze locali, storicamente soggette a rapide riconfigurazioni. Ma più che limiti del modello proposto, questi elementi riflettono la persistente frammentazione e l’incertezza che continuano a caratterizzare la regione.

Dal punto di vista della strategia americana, tuttavia, il valore del libro risiede proprio nella sua proposta strategica. Soliman invita Washington ad abbandonare la logica del nation‑building e delle operazioni militari su larga scala per concentrarsi sulla costruzione di un ordine regionale basato su coalizioni funzionali e deterrenza. In un’epoca di risorse limitate e competizione tra grandi potenze, questa impostazione riflette un realismo pragmatico che trova crescente consenso bipartisan negli Stati Uniti. Ma che la guerra all’Iran ha complicato: e ci sarà da vedere se per breve, medio o lungo termine.

In definitiva, West Asia è meno un manuale operativo che un esercizio di immaginazione strategica. Il suo merito principale consiste nel ricordare che le mappe non sono neutrali: definiscono priorità, alleanze e percezioni di minaccia. Ridefinire il Medio Oriente come West Asia significa spostare l’attenzione dalle crisi locali alle connessioni globali, dalla politica delle identità alla geopolitica delle reti. Che questa visione si traduca o meno in una nuova grand strategy americana dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti e dei loro partner di adattarsi a un mondo sempre più multipolare. Ma sulla sua validità, è proprio il procedere della crisi militare in corso a darcene conferma.

Per gli osservatori europei e mediterranei, soprattutto per chi frequenta i corridoio decisionali di Roma, il libro offre uno spunto ulteriore: se West Asia è davvero la cerniera tra Europa e Indo‑Pacifico, allora il Mediterraneo non è più una periferia ma un fronte strategico centrale. In questo senso, la proposta di Soliman non riguarda soltanto il futuro della politica americana, ma la ridefinizione stessa degli equilibri tra Occidente e Oriente nel XXI secolo.


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