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Perché l’escalation iraniana nel Golfo è una mossa controproducente. L’analisi di Allouch

Secondo l’analista Mahmoud Allouch, l’escalation iraniana contro obiettivi legati agli Stati Uniti nel Golfo nasce dalla percezione di una battaglia esistenziale, ma rischia di rivelarsi strategicamente controproducente e di isolare ulteriormente Teheran

Dall’opinione pubblica araba viene considerato “un fatto del tutto ingiustificato” il recente intensificarsi degli attacchi iraniani contro interessi riconducibili agli Stati Uniti nella regione del Golfo. In un’intervista l’analista arabo Mahmoud Allouch ha spiegato a Formiche.net che questo tipo di escalation non potrà portare a risultati realmente positivi per Teheran, tanto meno a risultati forti e duraturi sul piano strategico. Alla base della scelta iraniana vi è, a suo giudizio, la percezione da parte del regime di trovarsi di fronte a “una vera e propria battaglia di vita o di morte”, in cui la leadership di Teheran punta ad aumentare i costi per Washington “con qualsiasi mezzo e in qualsiasi forma”.

A dimostrazione di questa logica di confronto totale, l’analista sottolinea come persino l’Oman, Paese tradizionalmente vicino all’Iran e con un ruolo moderatore nei negoziati più recenti, non sia stato risparmiato da azioni riconducibili a Teheran. È un segnale chiaro, osserva Allouch, che per il regime iraniano si tratta di una battaglia esistenziale, nella quale entrano in gioco fattori non convenzionali anche sul piano decisionale.

Allouch richiama poi la posizione dei Paesi del Golfo, che si oppongono alla guerra contro l’Iran sin dall’inizio per diverse ragioni: innanzitutto perché un conflitto aperto avrebbe ricadute gravissime sulla sicurezza e la stabilità della regione; in secondo luogo perché colpirebbe direttamente uno Stato dell’area; e, soprattutto, perché in questa guerra Israele è parte in causa e principale beneficiario. Da qui, la linea di fondo delle monarchie del Golfo, che resta netta e contraria a un’escalation militare.

Per l’analista, la strategia iraniana verso i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo rischia tuttavia di rivelarsi controproducente. “Non credo che questo comportamento possa rafforzare la posizione di Teheran, almeno sul piano delle relazioni politiche e dei canali diplomatici legati a questa guerra”, spiega. Le conseguenze, avverte, potrebbero essere profonde: “Le tendenze che possiamo definire aggressive verso gli Stati del Golfo avranno pesanti ripercussioni sui rapporti irano-golfici, indipendentemente dal fatto che l’attuale regime a Teheran sopravviva o meno a questo confronto”.

Nella regione si sta inoltre diffondendo la convinzione che l’Iran tratti i vicini del Golfo come “ostaggi” nel braccio di ferro con Stati Uniti e Israele. “Questi Paesi – rileva Allouch – non hanno né interessi né responsabilità dirette in questo conflitto, anzi ne subiscono i danni e hanno respinto fin dall’inizio l’ipotesi di guerra. Eppure oggi pagano costi molto alti sul piano della sicurezza e dell’economia, solo perché nella logica iraniana il Golfo è considerato il ‘fianco molle’ attraverso il quale esercitare pressione su Washington”.

Questa percezione di essere usati come terreno di pressione indiretta rischia, conclude Allouch, di cristallizzarsi e di segnare a lungo il rapporto tra Teheran e le capitali del Golfo, aprendo una fase di ulteriore sfiducia e irrigidimento nei futuri scenari regionali.


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