Come si è potuta sviluppare una “teoria della vittoria” nei confronti dell’Iran attraverso un’interpretazione così semplicistica della “decapitazione”? Nell’ultima uscita di Spy Games Niccolò Petrelli ricostruisce la scelta di Usa e Israele di colpire sulla base dell’illusione che eliminare la leadership potesse far vacillare il regime
Secondo il New York Times alla base della decisione di Usa e Israele di dare inizio alle operazioni militari contro l’Iran vi è stata una valutazione formulata da “alti funzionari” israeliani che affermava che, se negli attacchi iniziali fosse stata eliminata una parte significativa della leadership, le proteste sarebbero riprese con maggior vigore e avrebbero potuto portare alla caduta del regime. Accettata da Netanyahu, questa valutazione sarebbe stata poi presentata al presidente Usa Trump, che l’avrebbe fatta propria.
Oggi sappiamo che questa stima, apparsa ad alcuni funzionari della sicurezza nazionale Usa piuttosto inverosimile (tra cui quasi sicuramente anche alle varie agenzie di intelligence, che, come abbiamo visto la settimana scorsa, avevano formulato un’analisi molto diversa), si è rivelata errata. L’aspetto che colpisce tuttavia, qualora la notizia fosse vera, è la propensione dell’establishment della sicurezza nazionale israeliana a sovrastimare il potenziale impatto della “decapitazione” della leadership nemica, ad attribuirle capacità di produrre effetti strategici indipendentemente dal contesto in cui essa viene attuata.
La “decapitazione” è un modus operandi che da sempre ha suggestionato il pensiero militare ed ha suscitato molto interesse anche tra gli scienziati sociali; il suo appeal, molto probabilmente, nasce dalla semplicità della sua logica: “taglia la testa del serpente e…”. Il problema è che una visione di questo tipo della “decapitazione” la rimuove completamente dal contesto di interazione strategica entro cui dovrebbe essere pensata e attuata, trasformandola in una sorta di assioma in grado di produrre effetti sul nemico in modo prestabilito.
Al contrario, diversi studi hanno dimostrato che essa risulta efficace solamente se associata ad attività suscettibili di logorare le risorse materiali del nemico e di generare pressione sui suoi processi decisionali. In altre parole, se attuata in concomitanza con attacchi in grado di compromettere le principali risorse materiali del nemico, civili e militari, nonché di produrre una pressione generalizzata e continuativa sulle catene di comando fino a livello tattico, la decapitazione può infliggere un danno morale sproporzionato e produrre “attrito strategico” attraverso la realizzazione di operazioni particolarmente audaci o complesse e l’eliminazione di figure apicali.
Conferme a tali conclusioni vengono anche dallo studio dell’esperienza israeliana; la “decapitazione” ha prodotto effetti strategici contro Hamas nel 2004 e nel 2024, quando le condizioni erano analoghe a quelle identificate dalla letteratura; non ne ha prodotti, al contrario, contro Hezbollah nel 1992 e nel 2006, quando tali condizioni non sussistevano.
Come si è potuta sviluppare una “teoria della vittoria” nei confronti dell’Iran attraverso un’interpretazione così semplicistica della “decapitazione”?
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