Con la morte di Paolo Cirino Pomicino è venuto meno l’ultimo vero democristiano della cosiddetta Prima Repubblica: ha sempre mantenuto questa patente di ‘democristiano’ alla quale non ha mai rinunciato fino all’ultimo. Una vera memoria storica che adesso viene purtroppo meno… Intervista a Stefano Andreotti, già manager Siemens e figlio del sette volte presidente del Consiglio Giulio
Il territorio e il collegio venivano al primo posto nella prima repubblica, come anche il rispetto per gli avversari politici. Era un altro modo di vivere la politica e il Parlamento. Così a Formiche.net Stefano Andreotti, già manager Siemens e uno dei quattro figli del sette volte Presidente del Consiglio Giulio, a proposito della scomparsa di Paolo Cirino Pomicino che definisce “una vera memoria storica che adesso viene purtroppo meno”. Non solo un ricordo denso di affetto e di stima, ma l’occasione per mettere a confronto un certo modus operandi. “Se si fosse discusso di più in Parlamento, non quello di oggi ma in quello di allora, – aggiunge sul referendum – si sarebbe probabilmente trovata una soluzione condivisa. Come furono condivise la gran parte delle decisioni e delle soluzioni adottate nella cosiddetta prima repubblica”.
Che ricordo personale ha del ministro Pomicino?
Di ricordi ne abbiamo tanti, perché finché mio padre era in grande attività politica tutti noi fratelli abbiamo frequentato la politica, i personaggi politici molto meno. Con Paolo Cirino Pomicino, con cui eravamo legati da profondo e sincero affetto, abbiamo iniziato ad avere un rapporto molto più stretto negli ultimi anni di vita di mio padre. Dopo la sua morte, abbiamo condiviso con lui tanti momenti e anche in più di un’occasione organizzato degli eventi in cui lui ha partecipato, l’ultimo dei quali a fine gennaio all’Istituto Sturzo, in occasione della presentazione degli epistolari Andreotti-Cossiga. Pomicino è intervenuto come relatore: è l’ultimo ricordo fisico che ho con lui.
Quale la maggiore qualità politica che riscontra nel ministro Pomicino?
Penso che con la morte di Paolo Cirino Pomicino sia venuto meno l’ultimo vero democristiano della cosiddetta Prima Repubblica: lui ha sempre mantenuto questa patente di ‘democristiano’ alla quale non ha mai rinunciato fino all’ultimo. Inoltre direi che è stata una persona dotata di una mente brillantissima, al di là dei suoi problemi fisici che lo hanno davvero martoriato. Credo sia una vera memoria storica che adesso viene purtroppo meno.
Capacità politica e anche garbo nelle relazioni con gli avversari: questa è stata una peculiarità degli esponenti Dc?
Diciamo non solo del mondo Dc, ma direi anche degli altri partiti. Ricordo che ieri c’era questo modo di fare politica molto diverso dalla politica di oggi: magari ogni tanto c’erano anche grandi momenti di tensione, però restava un enorme rispetto di fondo tra politici. Non si alzavano quasi mai i toni e sicuramente Paolo Cirino Pomicino è stato un esponente maestro che, poi, aveva un grandissimo senso dell’ironia, da buon napoletano.
Quale il suo apporto al Mezzogiorno?
Pomicino è sempre stato un grandissimo napoletano, quindi ha sempre cercato, come del resto era normale per chi faceva politica prima, un fortissimo radicamento nel territorio. Io ho avuto l’esempio enorme di mio padre che, fintanto che è stato deputato, aveva un rispetto reverenziale per il suo collegio. Pomicino ha fatto la stessa cosa per Napoli e la Campania.
Crede che adesso si stia perdendo il contatto con il territorio?
Sì, anche a causa di una legge elettorale che ha tolto le preferenze perché considerate sinonimo di malaffare. Oggi gli eletti vengono decisi dalle segreterie di partito senza alcun radicamento col territorio, può capitare che un perfetto sconosciuto si candidi magari dall’altra parte d’Italia e chiaramente questo produce la perdita del contatto. Non vorrei essere noioso, ma io ricordo che mio padre conosceva, sasso dopo sasso, tutti i Comuni della sua zona elettorale e aveva rapporti con tutti. Oggi questo scenario, salvo poche eccezioni, si è completamente perso. Non è l’unico elemento che aumenta il bacino del non-voto, perché quello va fatto risalire alla grande frattura avvenuta all’inizio degli anni 90, che Pomicino ha testimoniato nei suoi libri. Da allora in poi si è manifestato questo nuovo aspetto, chiamato populismo, anche se ritengo sia un termine un po’ troppo abusato. Oggi va via oggi l’ultimo vero testimone di quel periodo.
Quale la lezione che si può trarre oggi da quell’impostazione politica democristiana?
Intanto la politica non è un qualcosa di temporaneo: per far politica bisogna dedicarcisi sin da giovani, fare apprendistato e pian piano crescere. In secondo luogo è fondamentale, anche se molto difficile, ridare al Parlamento la posizione centrale che ha avuto per tantissimi decenni: invece oggi è stato quasi completamente esautorato dei suoi poteri, mentre un tempo il Parlamento era il luogo dove si discuteva e si prendevano le grandi decisioni. Ora, senza entrare nel merito dell’ultimo quesito referendario che ha chiamato alle urne tanti cittadini, ma io credo che se si fosse discusso di più in Parlamento, non quello di oggi ma in quello di allora, si sarebbe probabilmente trovata una soluzione condivisa. Come furono condivise la gran parte delle decisioni e delle soluzioni adottate nella cosiddetta Prima Repubblica.
















