In discussione non è la necessità di giungere alla caduta di un regime sanguinario, ma le strategie e le tattiche necessarie affinché questo si realizzi. In questo caso il dissenso nei confronti di Donald Trump è pienamente giustificato. Ma la critica deve essere quella che si rivolge ad un proprio alleato per non trasformarsi, seppure in modo inconsapevole, in supporter delle peggiori autocrazie (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord), che dominano la scena internazionale
Sul piano etico-politico (copyright di Ernesto Galli della Loggia) non dovrebbero sussistere dubbi. Nella lunga lotta per il dominio religioso tra sciiti e sunniti, il pendolo è a favore dei secondi. E quindi contro la teocrazia di Teheran. Anche se va subito aggiunto che alcune componenti del vasto mondo sunnita (circa l’80/90 per cento dei musulmani) non è esente da colpa. La relativa corrente wahhabita e salafita, con il suo settario integralismo (enormemente cresciuto a seguito dell’intervento americano in Iraq che ha portato alla deposizione e morte di Saddam Hussein) ha partorito prima Al-qaida, il gruppo terrorista guidato da Osama bin Laden; quindi, per scissione dal primo, l’Isis di Abu-Bakr Baghdadi.
Tra i due diversi schieramenti, tuttavia, non c’è possibilità di confronto. Da un lato semplici milizie, seppure supportate sul piano economico e finanziario nonché militare, da alcuni Paesi arabi. Dall’altro un vero e proprio Stato: con una popolazione pari a circa 92 milioni di abitanti, una superficie di oltre 1,7 milioni di chilometri quadrati. Più di 5 volte l’Italia. Un Pil nominale (2025) di 356,5 miliardi di dollari. Circa il 60% di quello israeliano. Ma soprattutto una struttura finanziaria in grado di garantirgli tutte le risorse necessarie per sviluppare una politica di potenza. Seppure su scala regionale. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo monetario (article IV del 2018), la rendita petrolifera ha garantito allo Stato degli ayatollah fino al 50% circa delle entrate erariali complessive.
Ed ecco allora la facilità con cui l’Iran ha potuto organizzare la grande armata che da Teheran si è sviluppata in Palestina, con Hamas; nel Libano con gli Hezbollah; in Iraq con le milizie sciite; e nello Yemen con gli Houthi. Tutti uniti nell’obiettivo, più volte dichiarato, della distruzione di Israele. Ma con un fine molto più ambizioso, sebbene meno sventolato, ch’era quello di strappare lo scettro del comando dalle mani dei sunniti. Fino a conquistare l’egemonia del mondo musulmano, proiettando l’ombra della loro “guida suprema” sulla stessa città santa di La Mecca, dopo aver sconfitto la monarchia wahhabita.
Un disegno perseguito da anni con una costanza degna di miglior causa. Sviluppando, al tempo stesso, un gigantesco apparato militare ed uno repressivo. Necessario il primo per combattere contro lo “Stato sionista” ed in prospettiva i rivali sunniti. Il secondo per isolare il Paese dal mondo moderno, in quell’inferno di Medio Evo che è ancora dominante. Come è facile vedere nel volto delle donne. Nella disperazione delle nuove generazioni. Soprattutto tra quei gruppi etnici che non hanno sangue persiano (poco più del 60% della popolazione) ma azero (16%), curdo (10%), lur (6%, una via di mezzo tra persiani e curdi), arabo (2%). Solo per citare quelli più rappresentativi.
La politica iraniana si è sempre mossa lungo queste due linee parallele: distruggere Israele, sia come obiettivo in sé; sia per dimostrare al mondo musulmano che solo Teheran era in grado di colpire gli infedeli. Facendo di questa bandiera uno strumento potente per accrescere il proprio consenso tra le masse musulmane. Cosa che spiega l’efferatezza del 7 ottobre. Poco più di due anni fa, l’attacco terroristico di Hamas contro Israele portò alla morte di circa 1200 persone, di cui 800 civili. Altre 250 persone furono prese in ostaggio. Una novantina morirono in cattività.
Diversi gli obiettivi di allora. Commemorare il cinquantenario della guerra del Kippur, quando le truppe egiziane e siriane, nel 1973, furono sbaragliate in soli sei giorni dall’esercito con la stella di David. Rispondere alle precedenti azioni delle forze israeliane nei pressi della Moschea al-Aqsa di Gerusalemme. Reagire alle violenze perpetrate nei campi dei rifugiati in Cisgiordania. Ma soprattutto impedire che gli “accordi di Abramo” relativi alla normalizzazione diplomatica tra Israele e diversi Paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan, Marocco) potessero ulteriormente svilupparsi. Coinvolgendo la stessa Arabia Saudita.
L’Iran aveva visto, fin dall’inizio, quegli accordi come il fumo negli occhi. Aveva pertanto spinto affinché l’azione del commando palestinese assumesse le orrende caratteristiche, che furono poi propagandate dalle TV di tutto il mondo. La sua spettacolarità era rivolta soprattutto ai musulmani, per spronarli all’azione: fino al tentativo di rovesciare classi dirigenti ritenute troppo inclini al compromesso ed all’appeasement nei confronti di Israele. Per questo, dietro quelle azioni era tutta la forza di Teheran, che sarebbe divenuta debordante se, da lì a pochi anni, avesse potuto anche possedere ordigni nucleari, in grado di rovesciare a suo favore gli equilibri di forza in tutto il Medio Oriente.
Gli avvenimenti più recenti – il secondo intervento militare di Israele e Donald Trump – non si può comprendere se si dimenticano questi precedenti. Il che significa, forse, che quella decisione era anche giusta e necessaria? Qui occorre cautela. Il passaggio dall’etica alla politica non può essere infatti meccanico. È dai tempi del Machiavelli che questa distinzione è divenuta uno spartiacque nella discussione sul merito delle scelte compiute dal “Principe”. Sennonché la relazione tra etica e politica rimane, comunque, un rapporto dialettico, dal quale non si può prescindere. Ecco perché alcuni giudizi, specie a sinistra, che ne prescindono non sono condivisibili.
La condanna del regime iraniano rimane quindi centrale nel giudizio sugli avvenimenti di cui si sta discutendo. Centrale, ma parziale. Se la guerra, infatti, secondo la celebre affermazione di Von Clausewitz, altro non è che la continuazione della politica con altri mezzi; dov’è la politica non tanto nelle scelte di Bibi, Primo ministro di Israele, quanto in quelle di Donald Trump? Comprensibili le prime, del tutto oscure le seconde. In discussione non è la necessità di giungere alla caduta di un regime sanguinario, con la sua vocazione repressiva nel nome di un Dio crudele. Ma le strategie e le tattiche necessarie affinché questo si realizzi, contenendo, al massimo, il numero delle vittime e gli effetti collaterali tipici di ogni guerra o azione militare.
In questo secondo caso il dissenso nei confronti di Donald Trump è pienamente giustificato. Ma la critica deve essere quella che si rivolge ad un proprio alleato. Che tale deve rimanere non solo per i tanti motivi che legano l’Europa agli Stati Uniti. Ma per evitare di fare il gioco del re di Prussia. Vale a dire favorire quelle potenze, come la Russia di Putin o la Cina di Xi Jinping che dall’anti occidentalismo hanno tutto da guadagnare. Ne deriva che, in Italia, maggioranza ed opposizione, pur nel rispetto dei diversi ruoli, dovrebbero trovare parole, ovviamente differenti. Ma comunque tali da non superare quella soglia oltre la quale ci si trasforma, seppure in modo inconsapevole, nel supporter delle peggiori autocrazie (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord), che dominano la scena internazionale.
















