Il referendum sulla giustizia apre una fase politica incerta, ma la vera sfida per il governo sarà sulla scena internazionale. Tra le richieste americane e le tensioni in Medio Oriente, l’Italia dovrà scegliere se restare nel mucchio o definire una linea credibile. La riflessione di Francesco Sisci
La politica italiana si sveglierà davanti a una serie di delicate sfide lunedì prossimo alla chiusura delle urne del referendum approvativo per la giustizia. Se vince il no, la conclusione è più semplice. Al di là degli infingimenti, dei distinguo, il governo avrà subito un colpo. Le conseguenze del colpo saranno incerte, perché l’opposizione non appare pronta a raccogliere i semi della vittoria e poi i veri vincitori sono i giudici, che per loro natura sono “extra parlamentari”. Quindi non è chiaro come potrà comporsi politicamente questa bizzarra alchimia, ma almeno il messaggio sarà stato chiaro.
Se vince il sì il messaggio sarà invece più ambiguo. Per il sì avranno votato non solo tutto il centro destra ma anche una parte della grande sinistra illuminata, gente come Augusto Barbera o Cesare Salvi. Quindi in teoria il sì dovrebbe passare con una maggioranza importante del 60% e più. Se invece ottenesse una maggioranza risicata politicamente potrebbe essere debole. Inoltre, se vince il sì in ogni caso i Barbera e i Salvi saranno coinvolti nelle fasi successive della riforma della giustizia o saranno scaricati come vuoti a perdere? Potrebbero esserci difficoltà politiche nell’uno o nell’altro caso perché il governo è stato finora molto circospetto nell’accogliere gente non della propria area. Ci potrebbero essere tensioni tra i militanti se Cesare Salvi collaborasse un domani con il governo, e ci potrebbero essere sconcerto nel Paese se ciò non avvenisse.
Ma questi problemi alla fine possono essere considerati normale amministrazione nella macedonia strampalata della politica italiana, forse inspiegabile fuori da certi salotti romani. Tali pasticci però rischiano di creare corto circuiti con la politica estera. L’Italia del governo di Giorgia Meloni è stata la più trumpista di Europa. La presidenza di Donald Trump in America ha chiesto poi a tutti gli europei di portare le spese di difesa al 5%. Tutti hanno fatto resistenze ma tutti hanno anche fatto rapidi programmi di adeguamento. L’Italia su tali programmi è, probabilmente la più indietro, fra i grandi europei. Ma l’Italia è particolare, ha storie e condizioni particolari, l’America sembra esserci passata sopra.
Ora però è arrivata la richiesta più delicata e importante di aiutare gli Usa nella spinosa guerra in Iran con un sostegno a pattugliare lo stretto di Hormuz, minacciato dalle ritorsioni di Teheran. Nessuno in Europa di è scapicollato in entusiastico supporto. Giustamente, molti europei si sono lamentati di non essere stati interpellati all’inizio del conflitto e sono oggi invece chiamati a raccolta. Ma allo stesso tempo non c’è dubbio che il rischio dall’Iran, di un Iran dotato di un’arma atomica, di Hormuz chiuso, sono minacce che toccano più da vicino l’Europa degli Usa. Quindi non ci si può nascondere dietro un dito. Né si può rifiutare l’aiuto dell’alleanza Nato all’America che lo chiede, quando gli Europei si sono lamentati per primi dell’indebolimento dell’alleanza stessa.
La Nato non può essere una strada a senso unico, e l’aiuto oggi dell’Europa agli Usa rafforza l’argomento che allo stesso modo gli Usa devono poi aiutare l’Europa. Cioè, detto in maniera brutale e semplicistica: se oggi l’Europa non si adopera per una guerra, per quanto controversa e discutibile, americana, domani l’America avrebbe un argomento in più per indebolire il filo dell’alleanza atlantica. Le conseguenze di un filo Nato più debole sarebbero enormi. Ci potrebbe essere uno shock di maggiori spese per sicurezza e difesa o indebolimento improvviso della sicurezza interna ed esterna europea. Per questo, forse pur di mala voglia, tutti hanno promesso aiuto allo sforzo americano. Qui l’Italia di Meloni trumpista d’Europa, avrebbe dovuto distinguersi, promuovere un maggiore sforzo dei partner europei verso l’America. Ma non pare sia stato così.
Germania, Francia e Polonia, ciascuno con le proprie riluttanze e dubbi, forse sono stati più alacri dell’Italia. È grave? Che cosa può succedere? Certo i voti non depongono i marinai e piloti americani. Ma il sostegno estero può pesare, specie alla luce di un referendum controverso e quando gli interessi sull’enorme debito pubblico italiano potrebbero impennarsi per colpa del caro petrolio, dovuto alla guerra. La settimana prossima, proprio insieme alla chiusura delle urne referendarie, può essere un momento delicato. Qui comunque vada il referendum, il governo ma anche l’opposizione dovrebbero trovare una posizione realistica da comunicare agli italiani. Certo, non ci si può girare intorno, il cerino è in mano al governo.
È il governo che dovrebbe trovare la voce e la statura di spiegare la situazione al paese e trovare una posizione congrua verso l’America e gli alleati, senza nascondersi nel mucchio, perché nel mucchio l’Italia all’inizio della presidenza Trump aveva detto di non esserci. Non si può essere i primi nella fila al buffet, riempirsi il piatto e poi pensare che non ci sia un conto da pagare. Sì, certe ambiguità sono vitali per un paese di confine come l’Italia. Ma le ambiguità sono difficili da gestire bene, facili da scivolarci. Se le ambiguità le gestisci bene sono un contributo per tutti. All’inizio la Democrazia Cristiana gestì molto bene tutte le sue varie agende ambigue. Naturalmente, più si è ambigui, nel tempo e nelle agende, più è facile cadere. Oggi ci sono tantissime ambiguità e i pattinatori forse non sanno stare sulle rotelle. Ci vorrebbero doti olimpioniche, oppure limitare le ambiguità. L’Italia deve trovare un suo profilo alto di fronte a un momento così delicato e, diciamolo, pericoloso. Solo con un profilo alto ci si può salvare; nel mucchio l’Italia, vaso di coccio, si sfracella.
















