Durante un dialogo a Washington, il responsabile tecnologico della Casa Bianca delinea un “trusted AI stack” occidentale, avverte del rischio di un divario nell’adozione e inquadra la competizione con la Cina come asse centrale per il coordinamento tra alleati
La tecnologia non è più un ambito neutrale di scambio economico, ma uno spazio centrale di allineamento geopolitico. È questo il messaggio emerso dalla fireside chat tra Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca, e l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Marco Peronaci, ospitata presso l’Ambasciata d’Italia nell’ambito dello U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue.
Inquadrata attorno al tema “allied leadership in the age of strategic technology”, la conversazione ha evidenziato una crescente convergenza tra Washington e i partner europei: il futuro dello sviluppo tecnologico – in particolare dell’intelligenza artificiale – dipenderà dalla capacità dei Paesi affini di costruire sistemi interoperabili, sicuri e competitivi sul piano economico.
Al centro del confronto vi è un concetto che sta progressivamente definendo l’approccio occidentale: la fiducia.
Kratsios ne ha ricostruito le origini nel dibattito sulle infrastrutture di telecomunicazione, quando i governi si sono trovati per la prima volta ad affrontare le implicazioni strategiche dell’integrazione di tecnologie straniere in sistemi critici. “Si installavano infrastrutture… che trasportavano dati molto importanti e personali dei cittadini e per la sicurezza nazionale”, ha osservato.
Questa logica si è oggi estesa ben oltre il settore telecom. L’intelligenza artificiale rappresenta il nuovo fronte, e con essa la necessità di quello che Kratsios ha definito un “trusted AI stack” – che comprende semiconduttori, modelli e applicazioni. In questo quadro, la fiducia deve essere incorporata in ogni livello del sistema, soprattutto laddove tecnologia, dati sensibili e sicurezza nazionale si intrecciano.
Per Washington, la risposta passa dal coordinamento tra alleati. “Noi, come Occidente, dovremmo unirci ed essere in grado di avere uno stack affidabile che possiamo distribuire”, ha affermato Kratsios.
Peronaci ha ampliato la riflessione sottolineando la dimensione sociale della fiducia, evidenziando il ruolo della percezione pubblica nel determinare la traiettoria di adozione dell’AI.
Kratsios ha collegato direttamente questo aspetto agli esiti economici. “Più fiducia si riesce a costruire nel sistema, più questo aiuta l’adozione”, ha spiegato.
Dati emergenti dal contesto statunitense indicano una crescente divergenza: le imprese che investono in intelligenza artificiale registrano “una crescita straordinaria, quasi a doppia cifra”, mentre le altre rischiano stagnazione. Il risultato è una dinamica sempre più “a K”, in cui gli early adopters si distanziano rapidamente.
“Quelli che non stanno adottando l’AI ora sono già indietro”, ha avvertito.
Il confronto ha messo in luce anche un vincolo più concreto: la fiducia non è sufficiente se non è accompagnata da competitività economica. Riflettendo sull’espansione globale delle infrastrutture telecom cinesi, Kratsios ha osservato che “le realtà commerciali di uno stack fortemente sovvenzionato… hanno comunque prevalso sull’alternativa occidentale più costosa”.
Questo elemento ha orientato l’evoluzione della strategia statunitense. Attraverso iniziative come l’American AI Export Program, Washington mira a distribuire un’offerta tecnologica integrata – dai chip alle applicazioni – supportata anche da strumenti di finanziamento pubblico.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno iniziato a rimuovere alcune restrizioni all’accesso per i partner. Kratsios ha richiamato la decisione di revocare limiti precedenti sulla diffusione dei chip avanzati, con l’obiettivo di consentire agli alleati di “costruire data center con chip americani e utilizzare modelli americani”.
Il tema della cooperazione si intreccia sempre più con quello della sovranità tecnologica.
Se in Europa tende a prevalere una visione basata sull’autosufficienza, Washington propone un modello più integrato. “La nostra convinzione fondamentale è che uno stack occidentale che includa componenti americane e dei nostri alleati sia il modo per raggiungere la sovranità”, ha dichiarato Kratsios.
In questa prospettiva, la sovranità non si costruisce nell’isolamento, ma attraverso la partecipazione a un ecosistema affidabile e interoperabile.
Rinviare l’adozione in nome dell’autonomia, ha suggerito, comporta il rischio di restare indietro. “Le opportunità dell’AI stanno iniziando oggi… dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile”.
La dimensione geopolitica è emersa con maggiore chiarezza nel riferimento alla Cina.
Kratsios ha descritto il panorama globale dell’AI come un “gioco a due”, dominato da Stati Uniti e Cina. Ha inoltre avvertito che attori cinesi stanno lavorando per replicare i progressi americani, anche attraverso tecniche di distillazione dei modelli su larga scala. Pur esprimendo fiducia nella capacità innovativa statunitense, il messaggio è netto: la competizione è destinata a intensificarsi e l’allineamento tra alleati diventerà sempre più rilevante.
Le differenze tra Stati Uniti ed Europa emergono in modo più evidente sul piano regolatorio. Kratsios ha fatto riferimento a un “test A-B” tra approcci diversi alla governance dell’AI, sottolineando come le scelte regolatorie incidano direttamente sugli esiti dell’innovazione.
Peronaci ha invece richiamato la necessità di un confronto più ampio su principi, regole e controllo, indicando nei formati transatlantici e nelle piattaforme tra alleati possibili spazi di convergenza.
Oltre agli aspetti economici e di sicurezza, Kratsios ha evidenziato il ruolo dell’intelligenza artificiale come fattore abilitante della scoperta scientifica.
L’ha definita “uno dei più potenti fattori abilitanti della scoperta scientifica nella storia dell’umanità”, con implicazioni che spaziano dalla scienza dei materiali all’esplorazione spaziale.
Richiamando il programma Artemis, ha sottolineato come la leadership tecnologica sia sempre più intrecciata con l’ambizione scientifica e, di conseguenza, con la proiezione strategica.
Nel complesso, il confronto suggerisce l’emergere di una nuova architettura della cooperazione, in cui le alleanze sono sempre più definite da infrastrutture, standard ed ecosistemi tecnologici condivisi. In questo contesto, la “allied leadership” appare meno come una gerarchia e più come un esercizio di coordinamento e, in ultima analisi, come una scelta.
In un panorama segnato da sistemi concorrenti, la questione non è più se adottare tecnologie avanzate, ma all’interno di quale ecosistema farlo. Tra frammentazione e allineamento, i margini di neutralità si stanno progressivamente riducendo.
















