Il workshop Med-Or evidenzia come il cambiamento climatico sia ormai un fattore strutturale di sicurezza, con impatti su stabilità, infrastrutture e dinamiche di radicalizzazione. La risposta richiede un approccio sistemico che integri tecnologia, policy e cooperazione internazionale, come dimostra anche il coinvolgimento della Nato
Un workshop ospitato questa settimana a Roma dalla Med-Or Italian Foundation ha offerto un’indicazione chiara di come il cambiamento climatico venga ormai riformulato all’interno dei circuiti strategici e di sicurezza. La presentazione del volume “The Challenge of Environmental Security in the Euro-Mediterranean Region”, pubblicato da Springer con il sostegno del Nato Science for Peace and Security (Sps) Programme, ha segnato il punto di arrivo di un percorso di ricerca avviato nel 2024 in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri del Regno di Giordania e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).
Svoltosi il 29 aprile, il workshop ha riunito rappresentanti istituzionali, comunità scientifica e attori industriali per discutere come le pressioni ambientali stiano ridefinendo il perimetro del rischio, della governance e della stabilità nello spazio euro-mediterraneo. Il presupposto di fondo, emerso sia nella pubblicazione sia nel dibattito, è che il cambiamento climatico si inserisca ormai in una nozione ampliata di sicurezza, che include resilienza economica, coesione sociale e protezione delle infrastrutture critiche.
La sessione introduttiva ha definito l’impostazione del confronto. Andrea Manciulli, direttore dell’Ufficio Relazioni Istituzionali di Med-Or Italian Foundation, ha inquadrato le dinamiche climatiche come fattore di instabilità con implicazioni dirette per la sicurezza nazionale e regionale. Richiamando il caso del Sahel e, in particolare, del Mali, ha evidenziato come la scarsità idrica e il deterioramento delle condizioni economiche delle comunità pastorali, come i Fulani, abbiano contribuito a creare un contesto favorevole alla diffusione di narrazioni jihadiste. Ettore Marchesoni, advisor e programme manager del Nato Sps Programme, intervenuto da remoto, ha sottolineato la crescente attenzione dell’Alleanza per il tema della sicurezza ambientale, mentre Giovanni Fedele, primo segretario presso la rappresentanza permanente italiana alla Nato, ha evidenziato la rilevanza strategica dell’integrazione delle variabili climatiche nei quadri di sicurezza transatlantici.
La prima parte dei lavori, moderata da Tommaso Alberti dell’Ingv, ha approfondito le dimensioni operative e tecnologiche dei rischi climatici. Enrico Casini, direttore dell’Ufficio Comunicazione di Med-Or, ha richiamato l’allargamento del concetto di sicurezza, nel quale il cambiamento climatico si intreccia con sicurezza alimentare, energetica e gestione delle crisi. Maria Fabrizia Buongiorno, direttrice del Dipartimento Ambiente dell’Ingv, ha illustrato il ruolo dei servizi di osservazione della Terra e delle piattaforme integrate per il monitoraggio e la mitigazione dei rischi. Sandro Carniel, dirigente di ricerca presso l’Istituto di Scienze Polari del Cnr, ha analizzato le minacce emergenti nell’Artico, mentre Marco Anzidei, dirigente di ricerca presso l’Ingv – sezione Osservatorio Nazionale Terremoti, ha affrontato il tema dell’esposizione delle infrastrutture critiche all’innalzamento del livello del mare, con implicazioni dirette per porti, reti energetiche e connessioni sottomarine.
Nel loro insieme, questi contributi hanno delineato uno scenario in cui le pressioni ambientali si intrecciano con la geografia strategica e con le capacità tecnologiche. L’accento posto su dati, monitoraggio satellitare e strumenti previsionali evidenzia una crescente convergenza tra analisi ambientale e pianificazione della sicurezza.
La seconda parte del workshop ha spostato l’attenzione sul piano delle policy e delle implicazioni industriali. La tavola rotonda, moderata da Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, e intitolata “Cambiamenti climatici e sicurezza ambientale: sfide e priorità per il Sistema Paese”, ha riunito prospettive diverse ma complementari. Marzia Ravanelli, direttrice Qualità e Sostenibilità del Gruppo BF S.p.A., ha richiamato la dimensione agricola e alimentare; Simone Nisi, executive vicepresident Institutional Affairs, Regulatory & Climate Change di Edison, ha affrontato il tema energetico; Milena Lerario, amministratore delegato di e-GEOS, ha evidenziato il contributo dei servizi geospaziali e satellitari; Luca Baione, generale di brigata dell’Aeronautica Militare e già rappresentante permanente d’Italia presso l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, ha offerto una lettura dal punto di vista della difesa e delle istituzioni.
La composizione del panel ha restituito la natura sistemica della sfida. I rischi legati al clima attraversano settori diversi, collegando degrado ambientale, vulnerabilità economica e instabilità sociale. Questa interdipendenza richiede coordinamento tra istituzioni pubbliche, attori privati e comunità scientifica, un elemento emerso con continuità nel corso del confronto.
Il coinvolgimento della Nato attraverso il programma Sps aggiunge un ulteriore elemento di rilievo. Indica che la sicurezza ambientale è ormai parte integrante dell’agenda della principale alleanza militare globale, in quanto fattore in grado di influenzare gli scenari operativi e la stabilità nel medio-lungo periodo. La collaborazione con le istituzioni giordane, insieme ai partner italiani, evidenzia inoltre la centralità di un approccio cooperativo nello spazio euro-mediterraneo, dove gli effetti del cambiamento climatico risultano particolarmente incisivi.
Il workshop e la pubblicazione si inseriscono in un più ampio percorso volto a consolidare una rete di cooperazione tra istituzioni, centri di ricerca e industria, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza e migliorare le capacità di gestione delle crisi in un contesto in cui il cambiamento ambientale si intreccia sempre più con le dinamiche geopolitiche.
Il quadro emerso a Roma è coerente: il cambiamento climatico rappresenta una componente strutturale dell’analisi della sicurezza. I suoi effetti si manifestano nelle aree fragili, nella vulnerabilità delle infrastrutture e nelle pressioni sui sistemi economici e sociali. La sua gestione richiede un approccio integrato, fondato su innovazione tecnologica, coordinamento delle politiche e cooperazione internazionale.
















