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Un “fronte democratico” per vincere la sfida tecnologica. La proposta del Krach Institute

La competizione globale si gioca sempre più sulle tecnologie critiche, che riflettono modelli di governance e rapporti di potere tra democrazie e sistemi autoritari. Il paper del Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue propone la “Trusted Tech” e la cooperazione tra alleati come leve decisive per trasformare i valori in vantaggio strategico

La competizione che definisce il XXI secolo non si gioca più soltanto tra Stati, ma tra sistemi di governance. È questa la tesi di fondo del paper “Technology Must Advance Freedom: The Architecture of Trusted Tech Diplomacy”, pubblicato dal Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue e discusso oggi a Washington, presso l’Ambasciata d’Italia, nel quadro del “U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue: Accelerating Transatlantic Innovation”. In un contesto segnato da una crescente competizione globale, l’incontro mira a superare la dimensione dichiarativa delle politiche per delineare come spingersi verso una cooperazione industriale concreta tra alleati, accompagnando il passaggio delle tecnologie emergenti dal laboratorio al mercato all’interno di ecosistemi condivisi.

Il punto di partenza del paper è chiaro: le tecnologie critiche ed emergenti — dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori, fino al quantum computing e alle biotecnologie — non sono strumenti neutri, ma incorporano valori, modelli di governance e strutture di potere. In questo senso, la vera posta in gioco riguarda la direzione che queste tecnologie prenderanno: se diventeranno vettori di espansione della libertà o strumenti di consolidamento del controllo autoritario.

Gli autori individuano due modalità attraverso cui questo potere si esercita lungo lo “stack” tecnologico. La prima riguarda la fase a monte, quella della progettazione e della definizione degli standard, dove si determina l’architettura dei sistemi. Se questo livello viene plasmato da attori autoritari, il rischio è che logiche di sorveglianza e controllo centralizzato vengano integrate fin dall’origine nei sistemi tecnologici. La seconda modalità riguarda invece la dimensione a valle, dove il dominio su segmenti critici del mercato — come le infrastrutture cloud o le reti di telecomunicazione — genera dipendenze strutturali che possono essere sfruttate per esercitare pressione politica o interrompere servizi essenziali.

È in questo quadro che si inserisce il concetto di “Trusted Technology”, intesa come tecnologia il cui design, sviluppo e catene di approvvigionamento sono radicate in principi democratici. La fiducia, in questa prospettiva, non è soltanto un valore normativo, ma un vero e proprio asset strategico: consente di tradurre principi condivisi in potere di mercato, riduce le vulnerabilità legate a dipendenze critiche e permette alle democrazie di agire come un ecosistema integrato. Un precedente significativo richiamato nel paper è l’iniziativa Clean Network, che ha coinvolto decine di Paesi nel tentativo di escludere fornitori ad alto rischio, come Huawei, dalle infrastrutture 5G.

Per rendere operativa questa visione, il paper individua sei direttrici fondamentali che vanno dalla protezione della ricerca e della proprietà intellettuale alla capacità industriale di scalare la produzione, dalla costruzione di catene di approvvigionamento resilienti al coordinamento politico tra alleati, fino alla definizione di modelli di governance basati sul rischio e all’utilizzo strategico del procurement pubblico per favorire l’adozione di tecnologie fidate. Si tratta di un approccio sistemico, che mira ad allineare l’intero ciclo di vita tecnologico, dalla ricerca allo sviluppo fino alla distribuzione e alla gestione delle infrastrutture.

In questo contesto si inserisce anche il concetto di “Democratic Coupling”, che descrive un processo di integrazione progressiva tra Paesi affini. Rispetto al “de-coupling”, il concetto di disaccoppiamento connesso anche a ragioni di sicurezza ed essenzialmente legato a differenza di visioni politiche del mondo, si può iniziare a parlare di “Dem-Coupling”. Questo processo si sviluppa attraverso un primo livello di allineamento strategico, una fase successiva di cooperazione operativa e, infine, attraverso investimenti congiunti in infrastrutture critiche come la produzione di semiconduttori o le capacità di calcolo avanzate. La tech diplomacy diventa così uno strumento centrale della politica estera contemporanea, con una funzione analoga a quella svolta dalla diplomazia tradizionale nell’era industriale: costruire alleanze, ma questa volta attorno alle infrastrutture digitali e tecnologiche.

L’evento ospitato oggi a Villa Firenze riflette esattamente questa impostazione. Come emerge dal programma, il dialogo tra Stati Uniti e Italia si concentra su temi quali il rafforzamento delle catene di approvvigionamento, la riduzione delle dipendenze strategiche, la costruzione di un’industria tecnologica alleata e la sicurezza delle infrastrutture nell’era dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di passare dalla definizione dei principi alla loro implementazione concreta.

Il paper del Krach Institute è firmato da Roberto Baldoni, Senior Advisor dell’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti per la tecnologia e la cybersicurezza e Professore alla Sapienza Università di Roma, da Janice deGarmo, Chief Global Engagement Officer presso il Krach Institute ed ex Assistant Secretary di Stato Usa, e da Len Khodorkovsky, Senior Advisor del Presidente del Krach Institute ed ex Deputy Assistant Secretary di Stato per la strategia digitale degli Stati Uniti.

La conclusione che emerge è netta: la cooperazione tra democrazie non è più una scelta, ma una necessità strategica. In un sistema internazionale in cui la tecnologia rappresenta l’infrastruttura del potere, la fiducia diventa il principale moltiplicatore di forza, capace di trasformare valori condivisi in resilienza, capacità industriale e vantaggio geopolitico.


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