Il vertice europeo di Yerevan segna l’ingresso dell’Ue nel Caucaso, ma in una regione già contesa da Cina, Russia e altri attori. In gioco non ci sono solo corridoi, ma il controllo dei sistemi – finanziari, industriali e tecnologici – che definiscono l’Eurasia di domani
Il Caucaso sta tornando al centro della mappa—non per geografia, ma per funzione. Il vertice della Comunità Politica Europea (CPE) del 4 maggio a Yerevan lo ha reso evidente: 48 paesi riuniti in Armenia, nel più grande evento internazionale mai ospitato dal paese, per discutere sicurezza, energia e connettività. Ma il dato più interessante è politico. L’Europa ha scelto di esserci, visibilmente, in una regione che per anni è rimasta ai margini della sua proiezione strategica. E lo ha fatto affiancando alla CPE anche il primo vertice bilaterale UE–Armenia, segnalando un salto di qualità nel rapporto.
Il problema—o meglio, la realtà—è che questo ingresso avviene in uno spazio già affollato. Nel Caucaso si stanno sovrapponendo più livelli di competizione: gli Stati Uniti rientrano con progetti infrastrutturali mirati, Turchia e Iran rafforzano la loro presenza, la Russia resta profondamente radicata nonostante le difficoltà legate alla guerra in Ucraina. E poi c’è la Cina.
La presenza cinese non si vede sempre nelle infrastrutture, ma si sente nei sistemi. Pagamenti, standard, flussi finanziari: l’ingresso di banche georgiane nel circuito Cips o la crescente esposizione dell’Azerbaijan agli asset in renminbi raccontano una strategia diversa. Non occupare, ma integrare. Non dominare visibilmente, ma diventare parte del funzionamento quotidiano dell’economia regionale. È una forma di influenza più silenziosa, ma più difficile da rimuovere.
Qui entra il punto chiave: il Caucaso non è solo un corridoio, è un’interfaccia. Collega Europa e Asia, ma soprattutto connette sistemi diversi—economici, finanziari, politici. E chi riesce a strutturare questi sistemi, più che a costruire singole infrastrutture, acquisisce un vantaggio duraturo. È per questo che la partita non si gioca più solo su strade e pipeline, ma sulla capacità di integrare sicurezza, industria e tecnologia.
L’Unione Europea prova a entrare con il suo modello: regole, standard, riforme, connettività. Un approccio più lento, ma potenzialmente più sostenibile. La Cina offre velocità, scala e strumenti finanziari. La Russia mantiene reti e presenza storica. Nessuno domina completamente, e proprio per questo la regione diventa più rilevante.
Il risultato è uno spazio competitivo aperto, dove i paesi locali hanno più margine di manovra—ma anche più pressione. Un equilibrio instabile, destinato a durare.
Questa è solo una parte della storia. Nella newsletter completa entriamo nel dettaglio: dalla finanza cinese nel Caucaso al limite del suo soft power, fino al ruolo che Mosca continua a giocare dietro le quinte.
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