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Leone XIV, un papa nato pontefice. Il primo anno in Vaticano

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Non è un caso, vista l’importanza che il culto della Madonna di Pompei assume nel martirologio ecclesiale, che papa Leone XIV abbia scelto di celebrare l’anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro con un pellegrinaggio al santuario della figura unificante della Chiesa, protettrice della pace universale. Un pellegrinaggio che simboleggia tutti gli elementi costitutivi del pontificato. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Papa si diventa. pontefice si nasce. E parafrasando l’ironia di Totò si può dire che Leone XIV “lo nacque”. Tradizione e aperture, come quella di ricevere la prima donna arcivescova di Canterbury, continuità e innovazione. In Vaticano ha cambiato tutto all’insegna della collegialità senza dare l’impressione di cambiare qualcosa, ha rilanciato il ruolo universale della Chiesa evitando gesti spettacolari e contrapposizioni, ha impresso col proprio esempio una profonda riflessione teologica e un senso di responsabilità storica partendo dall’umiltà. Sembra il bilancio di un pontificato decennale e invece è soltanto il consuntivo, basato sui fatti e non sui panegirici, dell’anniversario dell’elezione di papa Leone XIV che l’8 maggio dell’anno scorso esordì con una serena esclamazione “la pace sia con tutti voi”. Pochi la percepirono come la parola chiave della trasfigurazione mistica di Robert Francis Prevost, frate agostiniano, Vescovo peruviano e Cardinale di Santa Romana Chiesa che aveva appena assunto la nuova veste di pastore della Chiesa Universale. Non la pace dei vincitori, ma di tutti.

Una pace disarmata e disarmante, diventata fin da subito bussola, impegno e risposta alle tante situazioni di conflitto che stravolgono paesi, popoli e interi continenti. “Nel confronto con le sfide del presente, emerge da parte di Leone XIV – sottolinea la rettrice dell’Università Cattolica, Elena Beccalli – una visione capace non solo di leggere il tempo che viviamo ma anche di orientare il cammino futuro”.

Molti esponenti cattolici evidenziano la capacità di sintesi di papa Leone che si dimostra sempre più capace di raccogliere l’eredità dei suoi predecessori, senza rinunciare alla propria originalità che è quella della spiritualità agostiniana con al centro la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Dalla profondità teologica di Benedetto XVI, al terzomondismo gesuitico di Bergoglio, dalle speranze e dagli anatemi di Giovanni Paolo II, alla visione sociale di Paolo VI, all’intuizione epocale del Concilio di Giovanni XXIII, è proprio questa capacità di compendio che connota maggiormente l’inizio del pontificato, assieme all’immanente tema della pace comune in tutti i predecessori, fin da Benedetto XV che definì la prima guerra mondiale un’ ”inutile strage”.

Ma Leone XIV non vuole avere ragione dalla storia e si prefigge di trasformare l’apparentemente ingenua utopia della sua pace disarmata e disarmante in un concreto contesto internazionale incentrato sulla giustizia, sull’ascolto e sul riconoscimento della dignità di ogni persona, per realizzare la pace partendo dal cuore degli uomini. Parametri dai quali il primo pontefice americano di Chicago, l’epicentro del 1968 giovanile statunitense, non intende discostarsi di un millimetro. Anche a costo di fronteggiare col sorriso e la parola di Cristo, come San Francesco con il lupo, o San Leone Magno con Attila, il suo stesso presidente, l’uomo più potente, minaccioso, oltraggioso e all’occasione guerrafondaio della Terra: il 47° presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Del quale Leone XIV, dall’alto della bimillenaria esperienza di 267° vescovo di Roma, ha rispedito al mittente con paziente nonchalance, come si fa con i bambini disturbati, insulti inqualificabili e accuse più ridicole che infondate.

Prese di posizione che gli hanno fatto guadagnare attenzione, rispetto e plauso in tutto il mondo, dai Paesi islamici alla Cina, dall’Africa all’America Latina, per non parlare dell’Europa. Un consenso unanime per un pontefice percepito come una delle poche figure globali capaci di parlare ancora un linguaggio universale, non appiattito sulle logiche dei blocchi geopolitici e militari. Per capire a fondo la personalità di un papa fra tradizione e futuro, c’è anche l’ambito personale di un pontefice che dal lunedì al martedì riposa a Castel Gandolfo, nuota in piscina, gioca a tennis, pratica equitazione. Relax e stile di vita da travét della fede, che molti collaboratori descrivono come essenziale per sostenere dal mercoledì alla domenica gli intensissimi ritmi vaticani. Un ministero petrino a misura d’uomo, che lascia spazio al rientro in Vaticano al colloquio con i giornalisti. Nessuna comunicazione ingessata, papa Leone risponde con naturalezza anche alle domande più delicate, come durante i viaggi apostolici. Ma con una particolare luce negli occhi e la semplicità disarmante di chi conversando con i giornalisti ha la stessa empatia di Giovanni XXII quando affermava che il “Capo della Chiesa è Cristo, non il papa”. Per trasfigurarsi in Paolo VI dalla Cattedra di San Pietro ed assumere l’impeto trascinante di Karol Wojtyła quando benedice le folle.

Piccoli, ma essenziali dettagli della normalissima vita quotidiana di un papa nato pontefice, costruttore di ponti fra i popoli e fra l’umanità e la religione, e che pur essendo considerato il Vicario di Cristo e rimanendo istituzionalmente un sovrano a vita ed assoluto, non dimentica che Gesù predicava il Vangelo fra la gente.


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