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Piano Casa, istruzioni per l’uso. I consigli di Guandalini

I provvedimenti del governo hanno creato molte aspettative. Ma il cammino sarà irto di difficoltà. Sistemare le case popolari costruite 40-50 anni fa vuol dire sanare il degrado di tante periferie italiane. E sarà in ordine e tranquillo nel momento in cui si responsabilizzerà l’inquilino riconoscendogli anche la proprietà dell’immobile. I consigli di Maurizio Guandalini

Fare famiglia, sicurezza, rifugio, comfort. L’80% degli italiani possiede la propria abitazione. Ed è il welfare che ci ha salvato dalle crisi. Che attraverso la filiera ereditaria, di generazione in generazione, ci ha permesso di diventare un popolo di risparmiatori. I nonni che danno una mano ai nipoti. Format solido. Da primato nel mondo. Fino ai nostri giorni. Quando il divario tra chi una casa ce l’ha e chi non ce l’ha, o fatica a pagare l’affitto, sono diventati i problemi. Ai quali il piano casa del Governo (dai 6 agli 8 miliardi per ora, fino a 10 miliardi in futuro, 100 mila nuovi alloggi a prezzi calmierati, riqualificazione di 60 mila appartamenti e sgomberi facili) cerca di rispondere.

Colmando un vuoto di decenni. Almeno dal piano Gescal, un fondo, nato nel 1963 che attraverso le quote trattenute dallo stipendio si poteva riscattare la casa e diventare proprietari. Dopo la sua soppressione nel 1992 iniziarono la gestione Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari e in seguito le Aziende regionali. Una landa arida. Poche costruzioni. Scarse manutenzioni. Occupazioni. Affitti non pagati. Scansiamo qui la vulgata dei canoni sociali da pochi spiccioli. Il calcolo è al centesimo sui redditi (attraverso l’anagrafica dei nuclei famigliari da presentare ogni due anni), circa il 30%. E non è un gran regalo se si considera la manutenzione centellinata e la mancata riqualificazione di stabili di 40-50 anni ai quali andrebbero cambiati gli infissi, le tapparelle, tinteggiate le facciate, rifatti gli impianti elettrici, installate porte d’ingresso blindate.

Il degrado delle periferie intreccia parte delle sue cause nello stato di abbandono degli edifici popolari. L’errore principale è nell’aver lasciato il metodo Gescal (tradotto oggi in affitto rata del mutuo per l’acquisto della prima casa). Dopo il lungimirante daffare del ministro del Lavoro Amintore Fanfani che, nel dopoguerra, per primo, costruì oltre 350 mila alloggi popolari per imprese e lavoratori, finanziate dallo Stato, la politica, con Gescal, individuò nel percorso di responsabilizzazione del cittadino attraverso la proprietà, l’unico modo per combattere l’incuria e contribuire alla filiera del welfare famigliare. Ci provarono anche la premier conservatrice inglese Margaret Thatcher a vendere le case popolari agli inquilini per responsabilizzarli e successivamente il premier laburista Gordon Brown ispiratore dello slogan ‘ogni cittadino inglese proprietario di una casa’, due missioni completamente fallite.

Il piano casa del governo Meloni dovrebbe rispondere e risolvere lo scoperto degli ultimi 30-40 anni dove in mezzo c’è stato il far west. Vendite sussurrate e non agevolate. Mentre nelle case popolari è entrato di tutto, di più. Da quelli che le hanno occupate a coloro che sono a carico e vivono di sussidi i più disparati. I comuni hanno fatto la loro parte trovando agio a trovare soluzioni rapide per rispondere alle emergenze senza calcolare le conseguenze sull’equilibrio della convivenza dei condomini. Un trattamento paritario tra chi è un buon inquilino e chi è inadempiente.

Piuttosto di innestare dei regimi diversi di gestione si è preferito tirare a campare. Scivolando nell’inerzia. I primi a rimetterci sono gli inquilini modello che si trovano senza diritti acquisiti (e interrotta la catena di welfare Gescal, fino all’eredità dell’immobile), in case che sono state ampliamente ripagate con gli affitti di 40-50 anni, poca manutenzione ordinaria (sempre più a carico dell’inquilino, dalle caldaie al cambio dei sanitari), assente quella straordinaria, un buco nero in fondo al tunnel per le famiglie, di settantenni e ottantenni, che non cercano altro sul mercato e non s’imbarcano a fare dei mutui per l’acquisto di un appartamento popolare per altro già ampliamente saldato e in condizioni poco brillanti.

Ed è la narrazione di fatti che hanno visto la politica assente perché visto l’oversize degli italiani proprietari della prima casa, non erano spinti a interessarsene. Ricordo che di affitto rata del mutuo ne parlò solo l’ex ministro Brunetta forse oltre 20 anni fa in un confronto che abbiamo avuto durante una puntata del Maurizio Costanzo show. Il bonus 110% voluto soprattutto per risistemare le case popolari è stato ignorato a vantaggio di immobili di pregio. Addirittura dobbiamo risalire al Governo Renzi per la detrazione del canone sociale nella dichiarazione dei redditi. Dopo il deserto, nessuno si è accorto che forse quella sottrazione fiscale era un aiuto buono e giusto.

Per questo e altro ho molti dubbi che corra spedito il piano casa appena varato. Dieci anni per la sua attuazione sono troppi. Da perdersi. La burocrazia e l’aumento dei costi, causa guerre, faranno il resto. Infine la catena di attuazione. Prima di fare andrebbero spostate le competenze per le case popolari dalle regioni a Roma. Non ci sono esempi modello degni di nota nei dintorni delle aziende regionali. Nelle province andrebbero istituiti i comitati provinciali (politici per individuare in trasparenza le responsabilità) con consiglio d’amministrazione (dentro anche il sindacato inquilini) e presidenti che diverrebbero loro i conduttori delle operazioni.


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