Possono Usa e Iran concordare unilateralmente la riapertura di Hormuz? Di fatto questo è possibile sul piano di intese sulla cessazione delle ostilità. Ma poi, possono sminare le acque omanite e concordare condizioni per il transito dal versante iraniano? Lo status giuridico dello Stretto porta a ritenere necessario – in assenza di una risoluzione Onu – un impegno multilaterale che coinvolga quantomeno gli attori regionali
Voci si rincorrono su un’intesa Usa-Iran per la cessazione delle ostilità. Le pressioni della comunità internazionale – Cina in primis – per la sua conclusione si stanno intensificando. Una scarna bozza di memorandum è stata già preparata in cui, oltre alla cessazione delle ostilità e ad una moratoria del programma nucleare iraniano, si prevede l’avvio di trattative per la progressiva riapertura di Hormuz e la fine del blocco navale statunitense. In caso di fallimento del negoziato, gli Usa riavvierebbero ostilità e blocco.
Pace e guerra nello Stretto
È chiaro oramai, dopo che da mesi se ne parla, che Usa ed Iran avrebbero dovuto lasciar aperto Hormuz al passaggio dei mercantili di bandiera di Paesi neutrali: vale a dire tutti quelli non coinvolti direttamente nel conflitto. Le acque omanite nel cui ambito ricadono i due corridoi di traffico istituiti dall’Imo, dovevano essere integralmente navigabili persino da parte dei Paesi belligeranti e questi non avrebbero potuto minarle. Ed anche l’Iran aveva l’obbligo, secondo l’Unclos e i principi raccolti nel Manuale di San Remo sulla guerra marittima, di non ostacolare il passaggio dei neutrali nelle sue acque territoriali.
Di fatto non è andata così, e Teheran ha selezionato a suo piacimento le bandiere autorizzate a passare (privilegiando quella cinese) ed ha cominciato ad ipotizzare assurde forme di pagamento di pedaggi. Washington ha invece fatto lecitamente ricorso al blocco navale per interdire i traffici marittimi coi porti dell’avversario, trattandosi di metodo dei conflitti armati sul mare ammesso dall’anzidetto Manuale (che, benché privo di obbligatorietà giuridica, riflette il diritto consuetudinario).
Il nodo dello sminamento
Altrettanto note sono le difficoltà di sminare lo Stretto. L’Italia è pronta a svolgere questa missione – subordinatamente all’approvazione del Parlamento – come dichiarato dal ministro Crosetto grazie alle consolidate e riconosciute capacità della Marina nel settore delle contromisure mine. Gli Usa sino a ieri volevano lanciare l’operazione Project Freedom volta a creare un corridoio sicuro in cui scortare i mercantili in transito, nella evidente convinzione di conoscere la collocazione dei campi minati e di neutralizzarne la successiva posa. Ma ora paiono aver abbandonato questa opzione unilaterale, nella prospettiva di un dialogo con l’Iran.
Il punto è però un altro: l’Oman è responsabile della sicurezza delle sue acque territoriali. Esso stesso dovrebbe perciò avvertire del pericolo lo shipping internazionale, attivandosi per porre termine al minamento sia protestando con l’Iran, sia autorizzando qualsiasi operazione da parte Usa o coalizioni di volenterosi. Queste cose sono state dette anni fa dalla Corte internazionale di Giustizia quando, esaminando nel 1949 il caso dei gravi danni da mine subiti da Unità britanniche in transito nello Stretto di Corfù, affermò che l’Albania doveva emanare idonei avvisi di pericolosità relativi alle sue acque e gli inglesi non potevano sminarle senza autorizzazione albanese.
Quadro multilaterale
Le attese della comunità internazionale sono legate agli sforzi del mediatore pakistano per una composizione “stabile e duratura”. Ma è possibile una soluzione bilaterale Usa-Iran per uno stretto internazionale come quello di Hormuz che è un common? Vale a dire un bene comune la cui natura universale è riconosciuta dal diritto del mare nell’ambito dei principi del “passaggio in transito” pacifico, non sospendibile e non impedito attraverso le acque territoriali dei Paesi che lo fronteggiano. Altrettanto impropria è la rivendicazione iraniana ad una stretta sovranità sul suo versante dello Stretto associata a improbabili pretese di pedaggi.
Quello che manca è la cornice del Consiglio di sicurezza che indichi principi e priorità e autorizzi iniziative da parte dei Paesi interessati.
Se non ci sarà consenso su una risoluzione, allora bisognerà che almeno a livello regionale i Paesi del Golfo Persico, del Golfo di Aden e del Mar Arabico concordino una dichiarazione che riaffermi il quadro giuridico applicabile e il carattere non negoziabile della libertà di navigazione nello Stretto. Giusto che lo facciano Usa ed Iran, ma è possibile che Oman e Paesi vicini restino silenti? Se non risulterà evidente un vasto consenso ed un impegno di tutti gli attori coinvolti, in futuro dovremo aspettarci altre crisi relative allo status internazionale di stretti e choke points.
















