L’aviazione statunitense ha colpito nella notte cinque località meridionali iraniane. Gli attacchi hanno riguardato le città di Asaluyeh, Dir, Bushehr, Dashti e Tangestan, in una delle province strategicamente più rilevanti dell’Iran per la presenza di infrastrutture energetiche e della centrale nucleare di Bushehr. Oltre che alle continue sortite dei miliziani è la risposta alla bieca incitazione mondiale alla vendetta della nuova Guida Suprema di Teheran. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Nuova alba di bombe sull’Iran. Una domenica di guerra scattata dopo l’ennesimo attacco dei pasdaran contro una portacontainer nello Stretto di Hormuz. Attacco che ha provocato l’incendio del mercantile e ha costretto l’equipaggio ad abbandonarlo.
«Le forze americane sono intervenute dopo che le Guardie Rivoluzionarie hanno attaccato in modo sfacciato la nave Gfs Galaxy, battente bandiera cipriota», ha specificato il Comando Centrale degli Stati Uniti, che coordina le operazioni militari di Washington in Medio Oriente, e ha reso noto di aver bombardato e colpito, in territorio iraniano, 140 siti missilistici e di droni, mezzi navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.
Una fiammata bellica seguita al delirante manifesto di vendetta contro Trump, Netanyahu e tutti i leader occidentali, fra i quali la premier Giorgia Meloni, lanciato dalla nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ferito, sfregiato, azzoppato, ma miracolosamente sopravvissuto al bombardamento israelo-americano del 28 febbraio, che ha ucciso il padre Ali e quasi tutti i familiari.
Un’incitazione tribale alla vendetta che mobilita tutti i fondamentalisti e i lupi solitari islamici del mondo. Un manifesto di minaccia incombente, con tanto di foto dei leader nel mirino, preceduto dalle farneticanti minacce di Trump di cancellare l’Iran dalla faccia della Terra e seguito, fino all’altro ieri, dall’annuncio del tycoon dei «mille e poi ancora altri mille missili puntati contro la Repubblica islamica».
Un confronto apparentemente parossistico e propagandistico da parte di Mojtaba Khamenei, che invece il presidente americano concretizza con continui bombardamenti che devastano l’Iran, costringendolo ad avviare trattative per un accordo di pace.
Trattative con le quali gli iraniani puntano a guadagnare tempo e a proseguire, nei bunker sotterranei, il programma nucleare e la ripresa in grande stile della produzione di missili e droni.
Ma, pur con questa evidente riserva mentale, i negoziati sono invisi ai pasdaran, la parte più oltranzista del regime degli ayatollah che, sulla pelle del popolo iraniano, intenderebbe proseguire le ostilità.
L’evidente contrasto all’interno del regime fra moderati e guerrafondai ha determinato l’adozione speculare, da parte dell’amministrazione americana, della cosiddetta dottrina «pace e bombe»: negoziati e bombardamenti.
Washington, cioè, tiene aperto il canale delle trattative, ma risponde con raffiche di bombardamenti sempre più pesanti a ogni attacco dei pasdaran. I quali, come anche questa volta, replicano lanciando missili e droni contro le basi Usa in Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait.
Il fuoco incrociato domenicale arriva tuttavia dopo il violento manifesto di Mojtaba Khamenei, che giura di vendicare il padre e incita alla vendetta i fondamentalisti islamici di tutto il mondo, facendo temere che a Teheran abbia preso definitivamente il sopravvento l’ala più radicale del regime.
«Per gli Stati Uniti» – scrive il Wall Street Journal – «neutralizzare la presa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz è fondamentale per costringere Teheran ad assumere una posizione più flessibile sulle questioni sulle quali gli Usa vogliono concentrarsi nei colloqui, soprattutto la limitazione del futuro programma nucleare iraniano.»
Il mancato controllo e il persistente blocco dello stretto, una delle questioni centrali tra le numerose rimaste irrisolte nell’accordo provvisorio fra americani e iraniani, allarmano non poco i mercati internazionali e tornano a condizionare pesantemente l’economia mondiale.
Allarme che sta facendo riflettere le capitali europee sul fatto che la plateale circostanza delle gravi minacce rivolte ai leader dei Paesi Nato possa far scattare l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, ovvero l’intervento comune a difesa di una nazione sotto attacco. Un attacco che riguarderebbe la Nato al completo.
















