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Il Burden Shift porterà a una Nato più sana, non più debole. La versione di Pavel

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Bene la licenza per i Patriot a Kyiv. L’Europa però deve assumersi più responsabilità, anche se Washington non intende abbandonare il continente. Dall’Ucraina al nuovo equilibrio transatlantico, così Barry Pavel, managing director della Pavel Global Strategies e già vicepresidente della Rand Corporation e direttore dello Scowcroft Center dell’Atlantic Council, legge il vertice Nato di Ankara

Un’Europa che vuole (e deve) essere più forte, un burden shift ormai maturo, la Groenlandia come nuova frontiera strategica dell’Artico e le tensioni con Roma e Madrid da ridimensionare. Sono questi i temi del vertice Nato di Ankara che Barry Pavel, managing director della Pavel Global Strategies llc e già vicepresidente della Rand Corporation e direttore dello Scowcroft Center dell’Atlantic Council, ha accettato di discutere con Formiche.net, invitando a “tirare il fiato” sulle frizioni tra alleati e a distinguere le dichiarazioni di vertice dagli interessi strutturali.

Tra le notizie che arrivano oggi dalla Turchia, la novità più importante è probabilmente la dichiarazione sul presidente Trump che accetterà di condividere con l’Ucraina la licenza di produzione del sistema di difesa missilistica. È una notizia importante, che forse dovremmo collocare in un contesto più ampio, in cui si vede un approccio più ottimista sull’Ucraina, e un atteggiamento più costruttivo sia da parte degli Stati Uniti che dell’Europa. Cosa ne pensa?

Concordo sul fatto che si tratti di un passo molto costruttivo e produttivo, anche se il presidente ha insistito sul fatto che si tratta di armi difensive, alle quali è favorevole, a differenza di quelle offensive. Nel complesso, penso sia una cosa positiva, e credo indichi la direzione del futuro: se gli Stati Uniti hanno vincoli produttivi significativi nella fabbricazione di munizioni critiche o di altro equipaggiamento militare ad alto valore strategico, esiste forse un modo per collaborare con alleati e partner e abilitarne la produzione, laddove ne abbiano la capacità? C’è quindi questo aspetto più ampio, ma anche il fatto che la disponibilità a concedere in licenza la produzione dei Patriot sia un’ottima mossa, per le finalità difensive davvero cruciali che essi svolgono, alla luce dei continui attacchi offensivi russi condotti con sistemi stand-off contro i civili e altri obiettivi in Ucraina.

In generale possiamo dire che questo summit sia stato in qualche modo la consacrazione di un salto di qualità dell’Europa nell’assumersi maggiori responsabilità, non solo riguardo all’Ucraina, ma rispetto all’intera architettura di sicurezza europea. Nel complesso vediamo un’Europa più forte, o quantomeno un’Europa che vuole esserlo. Come rispondono a questo gli Stati Uniti? Si tratta di una sorta di distacco, oppure gli Usa restano ancora fortemente presenti nell’intero continente?

Bene, considerando che a Washington c’è uno sforzo bipartisan di lunga data in questo senso, volto a ottenere una maggiore spesa per la difesa tra i nostri alleati europei. Già nel giugno del 2011 l’allora segretario Gates a Bruxelles avvertì gli alleati che, se non avessero aumentato la loro spesa, il popolo americano avrebbe ridotto il proprio sostegno alla Nato. Si tratta quindi di un dibattito molto risalente, ed è positivo che ora l’Europa stia raccogliendo il testimone. Alcuni sono in linea con l’obiettivo, altri si stanno avvicinando. È una tendenza molto positiva, perché la sotto-spesa europea moltiplicava semplicemente i requisiti di difesa per gli Stati Uniti in tutto il mondo, e noi non possiamo fare tutto ovunque. La strategia di difesa, uscita a gennaio, ha dato priorità all’Indo-Pacifico e alla difesa della madrepatria in termini di priorità regionali. Gli Stati Uniti manterranno comunque forze e responsabilità molto significative in Europa, ma è arrivato il momento di un burden shift. Che credo porterà a un’alleanza complessivamente più sana. Non credo che gli Stati Uniti stiano per uscire dalla Nato o cose altrettanto drastiche. So che alcune tempistiche relative al riposizionamento delle capacità sono difficili da rispettare, ed è un aspetto su cui continuare a lavorare. Ma, a parte questo, penso si tratti di una situazione complessivamente vantaggiosa per tutti gli alleati della Nato.

Ad Ankara è riemerso il tema della Groenlandia, con Trump che ha detto che è un grande problema all’interno dell’alleanza. Come pensa debba essere gestito?

Sulla Groenlandia continuo a essere preoccupato quando sento quel genere di ragionamenti. Ma penso riflettano una prospettiva lungimirante, poiché quell’area diventerà strategicamente molto più importante man mano che l’Artico si scioglie, mentre l’attività russa nell’estremo nord continua ad aumentare, così come potenzialmente quella cinese. È una posizione davvero significativa. Finché gli alleati continueranno a parlarne ad altri livelli, e da quanto mi risulta vi sono discussioni diplomatiche costruttive ad altri livelli sul rafforzamento della cooperazione e della postura di sicurezza in Groenlandia, la questione resta gestibile.

Trump ha menzionato anche le difficoltà con alcuni alleati come l’Italia e la Spagna. Quanto è grave questa crisi?

Avremo sempre questo tipo di problemi, in cui qualcosa viene detto al livello più alto, tra capi di Stato, e urta la sensibilità di qualcuno. Ma restiamo alleati. Continuiamo ad avere centinaia, in alcuni casi migliaia, di interazioni in tutti i diversi ambiti degli scambi tra i due Paesi. Anche la vicenda della Germania di circa un mese fa è stata presentata come una questione emotiva, ma faceva parte di un riallineamento della postura globale effettivo e di lunghissima data. Penso quindi che dovremmo tutti tirare il fiato quando accadono queste cose. Per lo più passano, e a volte i rapporti sono turbolenti per poi appianarsi, nella maggior parte dei casi. Non credo però che questo porti gli Stati Uniti a decisioni avventate. Gli Usa non conducono la politica sulla base delle emozioni. Ci sono interessi concreti e razionali in gioco, e non credo che gli Stati Uniti agiranno in modo affrettato sulle questioni specifiche in discussione.

Nel frattempo, dallo Stretto di Hormuz arrivano notizie su nuovi attacchi che si stanno verificando proprio in queste ore. Come vede la situazione?

Capisco la posizione Usa, la pazienza ha un limite. Il problema è, almeno a mio avviso, che nel sistema iraniano non esiste un unico decisore. E questa vicenda mi fa pensare ai Guardiani della Rivoluzione, l’Irgc, che cercano di fomentare un ritorno alle ostilità con gli attacchi al naviglio commerciale. Non ho alcun dubbio che abbiano autorizzato quegli attacchi, sapendo che avrebbero portato a continui problemi con gli Stati Uniti, cosa che immagino ritengano nel loro interesse, perché così i loro budget di spesa aumentano, dato che ottengono più controllo quando il clima diventa più teso. Gli iraniani devono quindi mettere ordine nel processo decisionale che intendono attuare, altrimenti tutto questo si ripeterà di continuo. Il che potrebbe fare gli interessi dei militari, ma di certo non quelli del popolo né l’interesse nazionale più ampio dell’Iran.


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