Alberto Pagani partendo da alcuni fatti recenti fotografa un problema strutturale che l’Europa continua a rinviare: la scelta, tutt’altro che tecnica, tra il prezzo più basso oggi e la capacità industriale di domani
Tre fatti accaduti nell’arco di pochi giorni, ad agosto 2026, raramente vengono letti insieme, eppure disegnano la stessa mappa. Il primo è un’inchiesta di Formiche.net che documenta la crescente pressione, sui media italiani, per allentare i requisiti Made in Europe del piano Transizione 5.0. Il secondo è l’intervista a Carlo Alberto Giusti, rettore della Link Campus University e presidente di Ansaldo Energia, che rivendica il modello italiano di de-risking come un esempio da mettere a sistema in Europa. Il terzo, meno immediato ma più significativo, è la nascita del Rhine Group, il nuovo think tank fondato da Mario Draghi insieme a Patrick Collison, con l’obiettivo dichiarato di trasformare in agenda operativa la diagnosi sulla competitività europea consegnata alla Commissione nel settembre 2024.
Presi singolarmente, questi tre fatti raccontano storie diverse: una vicenda di politica industriale italiana, un’intervista di scenario, un’iniziativa di alto profilo nel dibattito bruxellese. Letti insieme, restituiscono invece la fotografia di un problema strutturale che l’Europa continua a rinviare: la scelta, tutt’altro che tecnica, tra il prezzo più basso oggi e la capacità industriale di domani. È lo stesso dilemma che il Rapporto Draghi aveva messo nero su bianco quasi due anni fa, e che il Rhine Group nasce ora per tradurre in riforme concrete.
Il caso Transizione 5.0: un test più grande di sé
Il piano italiano di incentivi alla trasformazione digitale ed energetica delle imprese, Transizione 5.0, funziona su due binari a velocità diverse. Gli investimenti sui macchinari tradizionali procedono senza intoppi; quelli green arrancano, perché l’accesso alle agevolazioni per il fotovoltaico è subordinato all’acquisto di moduli prodotti in Europa, tra cui quelli della Gigafactory 3Sun di Catania, partecipata di Enel e tra le poche produzioni continentali di scala rimaste nel settore. Una parte crescente della stampa economica, in testa Il Sole 24 Ore, presenta questo vincolo come un freno agli investimenti privati, dal momento che i pannelli cinesi costano meno.
L’inchiesta di Formiche.net invita però a guardare oltre la superficie contabile della vicenda. Riportare il prezzo al centro della scelta significherebbe utilizzare risorse pubbliche italiane ed europee per rafforzare ulteriormente produttori che hanno già conquistato posizioni dominanti a livello globale, accelerando l’erosione della capacità manifatturiera rimasta in Europa. Il ragionamento regge indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sulla natura della Cina come competitor sistemico: anche nell’ipotesi più favorevole, lasciare che un settore industriale strategico dipenda in larga parte da un unico ecosistema produttivo straniero resterebbe una cattiva politica industriale.
La dimensione della sicurezza aggiunge un ulteriore livello di complessità. La digitalizzazione crescente del sistema energetico trasforma la dipendenza industriale in potenziale vulnerabilità: accesso remoto ai dati operativi, aggiornamenti software da remoto, concentrazione dei fornitori. Non esistono evidenze pubbliche di un trasferimento sistematico di dati energetici europei verso Pechino, ed è corretto evitare automatismi allarmistici. Ma la legge cinese sull’intelligence nazionale del 2017, che impone a organizzazioni e cittadini di cooperare con le attività di intelligence dello Stato quando richiesto, diventa un elemento rilevante nella valutazione del rischio complessivo quando si combina con capacità tecniche di aggiornamento remoto e concentrazione industriale. È precisamente per gestire vulnerabilità di questo tipo, prima che qualcuno decida di sfruttarle, che nascono le politiche di de-risking.
Un precedente istruttivo arriva dall’automotive tedesco. Per anni la Cina è stata il mercato più redditizio per i costruttori di Wolfsburg e Stoccarda; poi, mentre i produttori cinesi risalivano la catena del valore fino a conquistare la leadership nell’elettrico, la quota combinata dei marchi tedeschi sul mercato cinese è scesa dal 24% del 2019 a circa il 15% del 2024. Le cause della crisi dell’auto tedesca sono molteplici, ma la lezione resta: la convenienza commerciale immediata non può sostituire la capacità di conservare, in patria, leadership tecnologica e capacità produttiva.
Sicurezza nazionale come sicurezza economica
C’è un ulteriore livello di lettura, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, che merita di essere reso esplicito: la sicurezza nazionale, nel XXI secolo, non si esaurisce nella dimensione militare o cyber, ma coincide sempre più con la sicurezza economica. Difendere la capacità di un Paese di produrre in autonomia le tecnologie che alimenteranno il prossimo ciclo industriale non è un esercizio di nostalgia protezionistica, ma la premessa concreta della sua tenuta strategica. Un Paese che perde la capacità di progettare, produrre e manutenere le proprie infrastrutture energetiche critiche non perde soltanto quote di mercato: perde leva negoziale, autonomia decisionale nelle crisi, e in ultima analisi margini di sovranità.
Questo vale in modo particolare per il patrimonio tecnologico e per il know-how industriale, che una volta dispersi sono difficilmente recuperabili. La chiusura di una linea produttiva non comporta soltanto la perdita di posti di lavoro, per quanto rilevante essa sia sul piano sociale e politico: comporta l’erosione silenziosa di competenze ingegneristiche, filiere di subfornitura, capacità di ricerca applicata che si sono accumulate nel tempo e che, una volta smantellate, richiedono anni se non decenni per essere ricostruite, quando ancora possibile. La Gigafactory 3Sun di Catania non è quindi soltanto uno stabilimento da tutelare per ragioni industriali contingenti: è uno dei pochi presidi europei di competenza manifatturiera nel fotovoltaico, e la sua eventuale marginalizzazione si tradurrebbe in una perdita di conoscenza difficilmente reversibile, oltre che in un impoverimento occupazionale che pesa direttamente sulla coesione sociale dei territori coinvolti.
In questa prospettiva, energia e industria non sono due capitoli separati della sicurezza nazionale, ma due facce della stessa medaglia. Un sistema energetico dipendente da un unico fornitore estero è vulnerabile nella crisi; un apparato industriale privato della capacità di produrre le tecnologie di cui l’energia ha bisogno è vulnerabile nel tempo di pace. La sicurezza economica, intesa in questo senso ampio, è dunque la precondizione della sicurezza nazionale tout court: non si difende un Paese soltanto proteggendone i confini o le reti digitali, ma anche presidiando la sua capacità produttiva, il suo capitale umano specializzato e la sua indipendenza tecnologica nei settori che decideranno gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni.
La versione istituzionale: de-risking senza protezionismo
A questa impostazione risponde, con accenti diversi ma nella sostanza convergenti, la lettura offerta da Carlo Alberto Giusti a Formiche.net. Per il rettore della Link Campus, il modello italiano dimostra che apertura di mercato e tutela dell’interesse nazionale non sono termini in collisione, ma condizioni che devono convivere: il de-risking, a differenza delle scelte protezionistiche più nette adottate da Washington, avrebbe permesso all’Unione europea di costruire una transizione energetica solida pur introducendo forme ragionate di autoprotezione industriale. Un mercato aperto, secondo questa lettura, tende comunque ad autoregolarsi in favore della qualità: un prodotto europeo con caratteristiche comunitarie risulta più affidabile di uno straniero più economico, e il compito dell’Unione è evitare che le imprese percepiscano i vincoli protettivi come una perdita economica, trasformandoli invece in leva competitiva attraverso incentivi mirati all’innovazione.
È una posizione che non chiede di chiudere i rapporti con Pechino, che resta un interlocutore economico ineludibile, ma di investire in tecnologia e formazione affinché la manifattura europea diventi essa stessa più competitiva. La convergenza con l’impostazione del Rapporto Draghi, su questo punto, è pressoché totale.
Dalla diagnosi all’attuazione: il Rhine Group
Il 25 agosto 2026 Mario Draghi e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, hanno presentato il Rhine Group, un nuovo think tank guidato sul piano esecutivo dall’economista spagnolo Luis Garicano ed esteso a una rete ampia di economisti, imprenditori tecnologici, accademici ed ex responsabili politici europei, tra cui figure italiane come Andrea Pignataro, Lucrezia Reichlin, Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis. L’obiettivo dichiarato è trasformare in un programma stabile di riforme il Rapporto sulla competitività europea che Draghi aveva consegnato alla Commissione nel settembre 2024, e che indicava oltre 170 interventi per rafforzare l’industria continentale, ridurre i costi energetici, sviluppare le infrastrutture digitali, integrare i mercati dei capitali e aumentare la produttività.
A quasi due anni da quel documento, il nodo resta quello dell’attuazione. E il caso Transizione 5.0, per quanto circoscritto, offre in scala ridotta un banco di prova reale di ciascuno dei quattro assi lungo cui la diagnosi di Draghi si sovrappone al dibattito italiano sul fotovoltaico.
Quattro assi di convergenza
Il primo asse riguarda il dilemma tra prezzo e resilienza: la spinta verso la tecnologia cinese a basso costo rischia di erodere la base industriale europea, scambiando un risparmio immediato con una dipendenza strategica difficile da invertire. Il secondo riguarda il costo dell’energia: le imprese europee scontano già prezzi di gas ed elettricità sensibilmente più alti rispetto a Stati Uniti e Asia, una pressione competitiva che alimenta la domanda di scorciatoie di approvvigionamento estero anche nelle filiere verdi. Il terzo riguarda sicurezza e infrastrutture: i rischi legati a inverter e smart grid connessi a ecosistemi produttivi esteri, sottoposti a legislazioni statali sull’intelligence, richiedono un rigoroso de-risking industriale e cyber a tutela della sovranità tecnologica continentale. Il quarto riguarda gli investimenti: senza un’autentica unione dei mercati dei capitali capace di mobilitare il risparmio privato europeo, la transizione rischierà di restare sottofinanziata rispetto alla scala degli investimenti necessari a colmare il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina.
Che cosa manca ancora
Perché la transizione ecologica diventi un’opportunità di rilancio industriale, e non un ulteriore fattore di deindustrializzazione, restano da colmare alcune lacune strutturali già individuate nel dibattito europeo: un mercato dei capitali realmente integrato, capace di convogliare il risparmio privato verso l’innovazione pulita e la scala industriale, superando la frammentazione bancaria nazionale; una politica energetica comune e calmierata, che abbassi strutturalmente i costi per le imprese attraverso un mercato integrato e una vera autonomia degli approvvigionamenti; criteri di preferenza europea intelligente e selettiva nei fondi pubblici come Transizione 5.0, che premino qualità, tracciabilità, standard ambientali e sicurezza senza sussidiare con denaro pubblico monopoli extra-Ue; e una drastica semplificazione dei tempi di autorizzazione, che consenta alle imprese di investire e riconvertire gli impianti con rapidità e certezza giuridica.
Una scelta che l’Europa non può più rinviare
Il paradosso italiano è istruttivo: la pressione per riaprire Transizione 5.0 alla tecnologia cinese emerge proprio mentre le politiche di de-risking cominciano a produrre risultati nella direzione opposta. Se quei vincoli fossero irrilevanti, difficilmente susciterebbero tanto interesse a rimuoverli. Ma la necessità di preservare la manifattura europea non dipende, in ultima istanza, dal considerare la Cina un partner, un competitor o una minaccia: la resilienza industriale è un interesse nazionale ed europeo in sé, che vale a prescindere dalla congiuntura diplomatica del momento.
La nascita del Rhine Group offre ora una cornice istituzionale in cui questo principio, già sperimentato su scala nazionale attorno alla Gigafactory di Catania, può essere elevato a criterio guida della politica industriale continentale. Transizione 5.0 pone un test semplice, che vale per l’Italia come per l’intera Unione: il denaro pubblico deve servire soltanto ad acquistare oggi la tecnologia disponibile al prezzo più basso, oppure deve contribuire a garantire che domani l’Europa sia ancora in grado di produrre le tecnologie da cui dipenderà la sua sicurezza? È la stessa domanda a cui il Rapporto Draghi aveva già risposto nel 2024, e che il Rhine Group nasce ora per trasformare, finalmente, in riforme.
















