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L’export non basta più. L’arma a doppio taglio del modello italiano secondo Scandizzo

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Non serve esportare meno per consumare di più, ma rendere compatibili le due cose attraverso la produttività, trasformando il premio che il mondo riconosce alla qualità italiana in investimento, salari e nuova qualità. Il criterio non è quanto valore attraversa la frontiera, ma che cosa accade prima e dopo che la attraversa. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo

Ci sono segnali di un cambio di passo dell’economia italiana, in uno scenario mondiale dominato dai conflitti e da una inattesa resilienza dell’economia globale? Per rispondere a questa domanda è necessario distinguere tra eventi consolidati e nuovi sviluppi, ancora incerti, ma potenzialmente importanti per una economia che da vari anni lotta contro la stagnazione. Il mercato del lavoro segna un cambiamento di stato reale: occupazione ai massimi storici, disoccupazione al 5 per cento, minimo storico in linea con la media Ocse. Ma il pieno impiego italiano è a perimetro ristretto, e i due canali storici di esportazione della disoccupazione implicita restano aperti.

Il primo è l’inattività: circa un terzo della popolazione in età di lavoro è fuori dal mercato, con divari di genere e territoriali che tengono il tasso di occupazione, pur a un valore record del 63 per cento, sotto la media delle economie avanzate. Il secondo è la fuga dei cervelli, la forma più costosa perché incorpora capitale umano: nel solo 2024 una perdita netta di 21 mila giovani laureati, circa 590 mila residenti persi in un decennio (oltre metà under 34), per un valore stimato di 160 miliardi, con il Mezzogiorno colpito da un doppio drenaggio verso il Centro Nord e verso l’estero. Sul fronte investimenti, gli effetti sulla crescita appaiono ancora modesti, ma i segnali strutturali mostrati sia dalle statistiche che dalle previsioni dei modelli economici quantitativi, sono positivi: il rapporto investimenti su Pil è salito verso il 22,4%, con una crescita attesa del 2,2% nel 2026 sostenuta dagli interventi del Pnrr, e con segnali qualitativi interessanti a monte, come la crescita degli investimenti in proprietà intellettuale.

Vi si aggiunge un quadro congiunturale che a inizio estate mostrava occupazione in miglioramento, turismo in crescita, produzione industriale in ripresa e recupero della domanda di beni durevoli. I segnali più importanti, tuttavia vengono dal fronte internazionale. Anzitutto la credibilità sovrana. Lo spread è passato dai 251 punti del settembre 2022 ai 59 di gennaio 2026, e il 2025 ha portato una raffica di promozioni: S&P a BBB+ in aprile, Fitch a BBB+ in settembre, Dbrs in ottobre alla classe A, e a novembre Moody’s ha alzato il rating da Baa3 a Baa2, un evento che non si verificava da 23 anni. Oggi lo spread oscilla intorno agli 80 punti, sotto o alla pari degli Oat francesi: per la prima volta dall’euro, il costo del capitale non è il vincolo di bilancio dell’economia italiana. Questo sviluppo può essere facilmente sottovalutato, ma segna un passaggio critico perché abbassa il costo di finanziamento proprio nel momento in cui il Paese tenta di rilanciare in modo sistemico gli investimenti e nelle esportazioni, passando da un regime di competizione di prezzi a uno di qualità, esso stesso ad alta intensità di investimento.

Veniamo al segnale più forte, ma anche più ambiguo nello scenario turbolento del mondo attuale: quello del commercio internazionale. In quindici anni le esportazioni italiane di beni sono passate da 291 a 643 miliardi di euro. In termini reali, tra il 2010 e il 2024 l’export è cresciuto del 37,5% mentre il Pil al netto dell’export, la misura più semplice della domanda interna, è diminuito del 3,7: tutta la crescita in volume dell’economia italiana è venuta dal lato estero. E in valore l’export è corso molto più che in volume: circa metà dell’espansione recente è un effetto dei prezzi, concentrato nella fase 2019-2024, quando a una crescita nominale del 29,6 per cento ne è corrisposta una reale dell’8 appena.

Inflazione, margini, qualità

L’onda dei prezzi non è tuttavia omogenea. La parte dominante è inflazione comune, il trasferimento a valle dello shock di energia e input che ha colpito tutti gli esportatori europei e che l’Italia ha subito peggio dei partner, trasferendo a sua volta l’inflazione importata ai mercati di esportazione. Ma dentro l’onda ci sono due segnali di altra natura. Quando i costi sono rientrati, i prezzi all’export non li hanno seguiti: nel 2024 il deflatore delle esportazioni è rimasto fermo mentre quello delle importazioni crollava. E i valori unitari hanno continuato a salire a shock esaurito, con i volumi in calo: non un prezzo più alto a parità di bene, ma un bene diverso dentro lo stesso codice, l’upgrading qualitativo che la letteratura documenta dai primi anni Duemila. Un prezzo relativo che sale resta ambiguo, premio di qualità o malattia dei costi esportata; il test che decide è la quota di mercato in volume, e su quel criterio l’evidenza pende verso il premio: l’Italia ha difeso la propria quota meglio della Germania. Il residuo vale pochi punti sui venti dell’onda, ma su 600 miliardi sono decine di miliardi l’anno, e soprattutto segnala il regime: il potere di prezzo è ciò che consente di crescere all’estero senza comprimere i salari.

Le esportazioni come una lama a doppio taglio

Il taglio a favore è autentico. Con l’unione monetaria l’esposizione alla domanda estera è rimasta il principale margine di aggiustamento dell’economia, ha sostenuto produzione e occupazione in due decenni di ristagno interno e ha selezionato un nucleo esportatore sistematicamente più produttivo e innovativo del resto. La prova più recente viene dai dazi statunitensi: nei tredici mesi successivi alla loro introduzione l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto del 5,1 per cento contro il 2,0 dei principali concorrenti europei, con la pelletteria, il comparto a massima componente di marca, a +7,9. La resilienza si concentra esattamente dove la competitività di qualità è più forte. Il taglio rivolto all’interno opera con la stessa precisione. Senza cambio, la competitività di prezzo si ottiene con la moderazione salariale, che funziona da svalutazione interna; ma la riduzione dei salari che sostiene l’export è lo stesso reddito che manca ai consumi, e la debolezza della domanda interna spinge le imprese ancora più verso l’estero. Il circuito si autoalimenta e ha un costo dinamico: finanziare la competitività comprimendo il monte salari anziché alzando la produttività indebolisce l’incentivo a investire, cioè mina le fondamenta della competitività stessa. È la trappola della stagnazione. E l’avanzo commerciale che ne risulta è ambiguo per costruzione: la stessa cifra può essere il risultato della forza competitiva o il sintomo della debolezza dell’investimento interno.

Il 2026 come esperimento naturale

L’anno in corso offre un riscontro inatteso. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dell’1,0 per cento tendenziale e l’Ufficio parlamentare di bilancio ha alzato la previsione annua dallo 0,5 allo 0,9; ma la composizione conta più del numero. Il traino non è l’export netto, il cui contributo è nullo perché l’import cresce più dell’export: sono gli investimenti, spinti dalla fase finale del Next Generation EU, e i consumi, favoriti dal recupero del potere d’acquisto. Per la prima volta da molti anni domanda interna ed estera si comportano da complementi anziché da sostituti. Con due avvertenze: la complementarità è comprata a tempo, perché l’impulso si esaurisce con il programma europeo e le previsioni 2027 scendono allo 0,6; e i dati estivi del commercio estero, con l’export verso gli Stati Uniti fermo a +0,4 e la crescita di giugno gonfiata dalla cantieristica, ricordano che prima di trarne conclusioni, il buon dato aggregato va analizzato con cura.

Riforgiare la lama

L’export, tuttavia, non è semplicemente una variabile che si somma alla domanda interna nei conti economici nazionali, ma è il risultato di un regime di accumulazione che si snoda tra due regimi estremi di fragilità e virtu’. Nel regime fragile la competitività si basa sui prezzi, e cerca di compensare la bassa produttività del lavoro, dovuta anche ai prezzi più bassi, con la compressione salariale. L’export aumenta, ma lo fa a spese della domanda interna, sia nei consumi, sia negli investimenti, alimentando un ciclo che deprime ulteriormente la produttività o comunque le impedisce di crescere. Nel regime virtuoso, innovazione e capitale intangibile alimentano esportazioni di qualità con prezzi premiali e salari crescenti che esaltano ulteriormente produttività e domanda interna,

L’economia italiana contiene entrambi i regimi; la questione decisiva è quale stia guadagnando terreno. Per rispondere servono misure della qualità della crescita esterna al posto del valore lordo: prezzi relativi incrociati con le quote in volume, valori unitari a confronto con i prezzi alla produzione, ragioni di scambio, produttività, margini e salari reali. Una crescita dell’export del 5% con salari e ragioni di scambio in aumento vale più di una del 10 ottenuta con inflazione importata o costi compressi. La conclusione non è esportare meno per consumare di più, ma rendere compatibili le due cose attraverso la produttività, trasformando il premio che il mondo riconosce alla qualità italiana in investimento, salari e nuova qualità. Il criterio non è quanto valore attraversa la frontiera, ma che cosa accade prima e dopo che la attraversa. L’arma resta a doppio taglio, ciò che conta è quale dei due il Paese sceglierà di affilare.


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