Dalla fine dell’ancien régime alla crisi dello Stato contemporaneo, l’Europa ha attraversato due secoli di trasformazioni politiche, economiche e tecnologiche che hanno progressivamente smontato le coordinate dell’ordine tradizionale. Oggi sovranità, confini, democrazia e diritto faticano a reggere l’impatto di interdipendenze globali e rivoluzione digitale. Il risultato è un sistema sempre più segnato dall’inefficienza e dal caos. Per uscirne, la sfida è tornare a riflettere sull’ordine e sulle forme che dovranno sostituire quelle ormai superate. La riflessione di Corbino
Potrà apparire bizzarro, ma per tentare di comprendere le difficoltà del nostro presente occorre por mente ad una storia (quella europea degli ultimi due secoli) troppo complessa per essere considerata in dettaglio, ma anche lineare abbastanza nella sua elementare direzione.
La svolta da cui muovere è la fine dell’ancien règime.
La Rivoluzione francese pose fine al tempo del potere assoluto di governo. Scricchiolava già da tempo e aveva subìto importanti incrinature in terra inglese. Ma resisteva nel continente da quasi un millennio e mezzo. Già affermatasi nel tardo antico romano, la visione di cose che lo sosteneva era sopravvissuta alla caduta di Roma ed era rimasta praticata da allora quasi senza eccezioni.
L’aveva fatta propria anche la Chiesa. La rivoluzione avviò, nell’Europa dell’epoca (tra molti travagli, incertezze, anche resistenze) un processo di ricerca su quali assetti politici dovessero prenderne il posto. Durante il corso dell’Ottocento, la soluzione era sembrata ai più che dovesse conseguirsi combinando due direttive.
Si sarebbe dovuto, da un lato, consolidare (dove già in corso) e favorire (dove invece ancora lontano, come nell’Europa centrale asburgica, in Germania o in Italia) un ordine politico di compatta cultura “nazionale” (lingua, storia sociale, tradizioni, convinzioni religiose).
Dall’altro, rendere generale una configurazione del potere nella quale il titolare (in un gran numero di casi ancora un monarca, legittimato dalla storia e da Dio) dovesse subire limiti di esercizio fissati dal suo popolo, attraverso enunciati di speciale solennità (statuti, costituzioni). Due obbiettivi in larga parte conseguiti.
Questo travaglio ideologico fu accompagnato (già da metà Ottocento) dall’affermarsi di una nuova concezione dello Stato. Semplificando nel massimo, ricorderò che lo si immaginò come un’entità astratta (una “persona giuridica”) sovrana anche nei confronti della sua popolazione e materialmente configurata da un territorio di riferimento. Con importanti conseguenze pratiche.
A cominciare dalla possibilità di mantenere identità nel tempo a una comunità in naturale permanente rinnovazione (quanto alle persone fisiche che le danno attuale espressione) e di ridurre, allo stesso tempo, anche i suoi governanti (anch’essi esposti a un continuo ricambio) all’impero della legge, che – in quanto “dello Stato” (perché approvata dagli organismi che in esso erano investiti della relativa potestà) – diveniva ora (finché vigente) vincolante per tutti (nuovi governanti compresi).
L’attribuita titolarità del potere politico a un’entità astratta e permanente (lo “Stato” appunto) agevolò anche il riordino delle funzioni amministrative. La loro organizzazione e il loro esercizio divennero regolati anch’essi dalla legge, se del caso con modalità distintive (come fu in particolare delle giudiziarie).
Mentre tutto questo maturava (con largo generale consenso) sul piano delle “forme” (ordinamento dello Stato e del suo governo), sul piano invece più propriamente “politico” – quello degli obbiettivi sociali da perseguire (l’humus che avrebbe generato la legislazione) – il nuovo clima di libertà faceva discutere. Ci si divideva sull’atteggiamento più opportuno nei confronti delle tradizioni.
Da una parte, coloro che vi guardavano con atteggiamento tendenzialmente conservativo (taluni con grande ossequio, altri senza speciali chiusure al nuovo). Dall’altra, coloro che ne volevano il superamento (anche qui con varia radicalità di atteggiamento).
Destra e Sinistra divennero il modo simbolico di rappresentare i due punti di vista. Reso presto però inadeguato dal sopraggiungere di nuove ragioni di divisione.
La rivoluzione industriale innescata dal progresso scientifico e tecnologico propose infatti (già al tramonto del secolo) drammatiche questioni nuove. Saltarono gli antichi equilibri tra lavoro e capitale. Si fecero palpabili i rischi di uno sfruttamento disumano e intollerabile del primo.
L’Europa divenne un laboratorio di ideologie rivoluzionarie. Il capitalismo (per molti) un male da abbattere. Tutto questo mentre i cambiamenti economici facevano crescere, allo
stesso tempo, l’aspirazione degli Stati ad allargare la propria influenza internazionale. Ne venne il disastro della Prima guerra mondiale. Milioni di morti e nessun vincitore.
L’Europa tornò a ribollire. In Russia era stato abbattuto (a guerra non ancora conclusa) il regime zarista ed instaurato un regime comunista di ispirazione marxista. Il mito della rivoluzione dilagò. Nacquero movimenti socialisti devianti, esitati nel fascismo e poi nel nazismo.
Non cancellarono né il capitalismo né le tradizioni culturali e religiose, con i quali stabilirono una convivenza ambigua, in un ordine complessivamente autoritario e nazionalista. L’Europa (e il mondo, di rimbalzo) precipitarono rapidamente nella tragedia della Seconda guerra mondiale. Con esiti che non posero fine tuttavia ai contrasti.
Per abbattere il nazifascismo, i paesi liberali e capitalisti avevano dovuto accettare l’alleanza con la Russia di Stalin e dunque, finita la guerra, un modus vivendi con la stessa. Destra e Sinistra cambiarono riferimenti.
La seconda indicò ora chi guardava al socialismo (il futuro di un’umanità libera) e la prima divenne il modo con cui la seconda stigmatizzava tutti coloro che guardavano “indietro” (al mondo presocialista).
Forse anche inaspettatamente, l’Urss implose (1989). Si generò addirittura l’illusione che così fosse finita la storia, con il definitivo stabilizzarsi in Occidente (l’area più prospera e ricca del mondo) di una visione politico-sociale legata in economia al capitalismo, nella cultura al pluralismo liberale, negli assetti sociali e di governo alla democrazia rappresentativa.
Non è andata così.
La nuova (travolgente) rivoluzione tecnologica (che ha coinvolto direttamente i singoli, incidendo profondamente anche sulle loro abitudini sociali) e la caduta di ogni barriera di contatti e di comunicazione hanno fatto insediare un’idea nuova (forse anche deformante) di “democrazia” (un ideale ora di esasperato ugualitarismo) e innescato un processo di interconnessioni e interdipendenze che ha fatto saltare ogni possibilità per lo “Stato” (costretto a dipendere in molto da volontà esterne, non controllabili) di conservare l’antico strettissimo rapporto “legge/territorio”.
I tentativi di attenuare le conseguenze del (comunque già in campo) problema dell’insufficienza ormai dello Stato “nazionale” (vedi l’idea di un’Unione europea che – benché “strutturalmente” esile – avrebbe dovuto svolgere una propria coordinante e orientante funzione normante) hanno dato modestissimi risultati (com’è sotto gli occhi di tutti).
Cambiano tantissime cose. Le attività economiche sono incoraggiate a organizzarsi sempre più in forme trasversali, rendendosi così difficilmente controllabili dagli Stati.
Le “forme” di governo da questi previste (in special modo le italiane) funzionano sempre più faticosamente in contesti nei quali evapora anche la nuova idea di “sovranità” frattanto maturata sulla scia della nuova attenzione alla democrazia.
La si concepisce come un’attribuzione che tende a spostarsi dallo “stato” al “popolo” (vedi anche la nostra Costituzione). Si diffonde l’aspirazione a un confuso “universalismo” che indebolisce anch’esso il ruolo della territorialità e degli Stati (vedi il problema delle migrazioni).
Anche l’organizzazione della fiscalità appare del tutto inadeguata ai nuovi bisogni e comunque legata anch’essa a uno “Stato” (entità) sempre più lontano dai connotati assunti a metà Ottocento, mai rimessi funditus in discussione e semplicemente lasciati a una deriva senza controllo. L’ordine istituzionale antico (tutto calibrato sullo “Stato”) si fa inesorabilmente inefficiente.
Ma nessuno nuovo (coerente e studiato) lo sostituisce. Dilaga (agevolata da quelle diffuse inefficienze) un’etica individualistica e competitiva, irriducibile a logiche di controllo “giuridico” (sia per l’insofferenza diffusa verso ogni idea di subordinazione, sia per la crisi della relazione tra “norma” e “territorio”).
Il “mercato” – da istituzione “giuridica” (un insieme di regole statali e vincolanti) – diviene un’istituzione “economica”.
Nei fatti, uno spazio nel quale il “limite” dei comportamenti “consentiti” non è segnato dal “diritto” (impensabile senza “autorità”) ma dalla “forza”.
Per effetto di un succedersi di segmentate circostanze seguite alla ricostruzione post-bellica (crisi del principio di autorità, crescita delle aspirazioni emancipatrici delle masse, internet e rivoluzione tecnologica, crisi del “confine”) sono saltate progressivamente tutte le coordinate. Il caos ha preso il sopravvento. O si torna a ragionare di “ordine” e di “forme” o non se ne esce.
















