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Dal Canada alla Germania, le crepe dell’Occidente che cambiano gli equilibri. Parla Villafranca (Ispi)

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Il Canada guarda all’Europa, mentre Bruxelles accelera sulla diversificazione dei mercati e dei partenariati strategici. La reazione di Trump conferma la crescente tensione nei rapporti transatlantici. In Germania, il voto mette alla prova la Cdu di Merz e la capacità del centrodestra di contenere l’AfD. In Russia, invece, le urne diventano uno strumento per consolidare sul piano interno la linea del Cremlino sulla guerra in Ucraina. L’intervista ad Antonio Villafranca, vice presidente per la ricerca di Ispi

Il mondo occidentale si muove lungo nuove linee di frattura. Il Canada di Mark Carney guarda con maggiore decisione all’Europa annunciando la volontà di una collaborazione più stretta, mentre Donald Trump reagisce minacciando nuovi dazi. Bruxelles, intanto, cerca nuovi spazi commerciali e partenariati alla luce della postura degli Usa. Sullo sfondo, il voto tedesco mette alla prova la Cdu di Friedrich Merz e quello russo serve a Vladimir Putin per certificare il consenso interno alla linea del Cremlino sulla guerra in Ucraina. Un intreccio di dinamiche economiche e politiche che racconta un Occidente sempre più frammentato. Ne abbiamo parlato con Antonio Villafranca, vicepresidente della ricerca dell’Ispi.

Carney sembra voler trasformare la distanza tra Canada e Stati Uniti in uno spazio di manovra per Ottawa. Quanto può diventare strutturale questa ricerca di nuove sponde con l’Unione Europea?

Se si guarda alla questione dal punto di vista strategico, Carney lo aveva già detto: le medie potenze devono capire che, in una situazione nella quale rischiano di essere schiacciate fra Stati Uniti e Cina, esistono interessi e valori comuni da difendere. Da questo punto di vista la scelta è comprensibile e coerente con il contesto internazionale. L’Unione europea sta cercando di diversificare i propri mercati, con il Mercosur e con il Canada, dove esiste già un accordo di libero scambio attivo da anni. Non è casuale che questa diversificazione riguardi Paesi democratici, dal Canada ai Paesi dell’America Latina. È una strategia coerente con la fase internazionale che stiamo attraversando.

Canada e Mercosur sembrano due tasselli della stessa strategia europea: ridurre la dipendenza da pochi grandi interlocutori e ampliare la propria rete commerciale. Quanto può incidere questa diversificazione sulla capacità dell’Ue di reggere la nuova competizione globale?

La diversificazione è importante proprio perché consente all’Unione europea di avere maggiori margini di manovra. Il Canada rappresenta un interlocutore particolarmente significativo perché è una democrazia avanzata e perché l’accordo commerciale è già operativo da diversi anni. Il Mercosur apre invece una prospettiva ulteriore verso i mercati latinoamericani. Dal punto di vista strategico, quindi, la direzione è coerente: aumentare il numero degli interlocutori e ridurre le vulnerabilità che derivano da una dipendenza eccessiva da singoli mercati.

Bruxelles sta semplicemente seguendo questa traiettoria o sta cercando di trasformarla in qualcosa di più ambizioso?

Qui qualche interrogativo rimane. Una cosa è parlare di un avvicinamento tra Unione europea e Canada, altra cosa è definirlo un processo di associazione. Non è ancora chiaro cosa significhi concretamente questa formula. Gli accordi di associazione esistono nell’Unione europea, ma generalmente riguardano Paesi che puntano all’ingresso nell’Ue e ne esistono diversi, soprattutto nei Balcani. Quello con il Canada sarebbe qualcosa di completamente nuovo. Anche le cancellerie europee non erano state informate preventivamente. Indicare questa strada rappresenta quindi un precedente e lascia aperti alcuni interrogativi sulle modalità e sulla natura del rapporto.

Si aspettava la reazione di Trump dopo le parole di Carney e von der Leyen?

Trump fa Trump. In questo momento è in corso una guerra commerciale con il Canada, con dazi applicati reciprocamente. Se Ottawa cerca nuove vie per ridurre la pressione americana e diversificare i propri rapporti economici, è abbastanza prevedibile che Trump reagisca negativamente. Anche le minacce di sanzioni rientrano nella logica della sua politica commerciale. Dal suo punto di vista, quindi, la reazione era ampiamente prevedibile.

La Germania rischia ora di diventare il laboratorio politico nel quale si misura la capacità del centrodestra tradizionale di contenere l’avanzata dell’AfD?

La situazione diventa complicata per la Cdu. Il risultato dell’AfD in Sassonia è stato clamoroso e superiore alle aspettative, mentre la Cdu ha raggiunto livelli molto bassi. È vero che parliamo di una regione che, sul piano politico nazionale, ha un peso limitato, ma il segnale non va sottovalutato. Ora bisognerà guardare soprattutto a Berlino e alla Pomerania, dove le condizioni sono diverse e non dovrebbero esserci margini così ampi per l’AfD.

Se il problema della Cdu dovesse manifestarsi anche fuori dalla sua tradizionale geografia di maggiore vulnerabilità, cosa cambierebbe per Merz?

Se anche in questi territori dovesse verificarsi un tracollo della Cdu, il segnale politico nei confronti di Merz diventerebbe molto forte. Non sarebbe più possibile leggerlo soltanto come una dinamica circoscritta all’Est della Germania. Si potrebbe mettere in discussione persino la sua leadership nella Cdu e già circolano altri nomi. Il primo partito a perdere da questo smottamento sarebbe proprio la Cdu. Inoltre, gli indici di gradimento di Merz in Germania sono già molto bassi. Se questa dinamica dovesse proseguire, per lui potrebbe profilarsi un problema politico serio.

E arriviamo alla Russia, dove il voto sembra avere meno a che fare con l’incertezza dell’esito e molto di più con la necessità del Cremlino di costruire consenso. Che cosa cerca Putin da queste urne?

Non sono elezioni inutili, anche se sappiamo bene cosa è accaduto all’opposizione russa e quali siano le condizioni del sistema politico. Per Putin hanno comunque una rilevanza politica. Il presidente russo ha bisogno di mostrare che la popolazione continua a sostenere la posizione del Cremlino sulla guerra in Ucraina e che la Duma resta allineata alla sua strategia. Il voto serve anche a questo: a costruire e certificare, sul piano interno, una rappresentazione del consenso.

Il voto può quindi rafforzare la posizione interna di Putin senza modificare davvero la partita internazionale?

Esattamente. La valenza politica per Putin è soprattutto interna. Il presidente vuole utilizzare il voto per dimostrare che il sistema politico e parlamentare continuano a sostenere la linea del Cremlino sulla guerra. Questo però non significa che le elezioni possano modificare le prospettive di pace o incidere direttamente sul negoziato. Il loro significato è soprattutto quello di rafforzare, sul piano domestico, la legittimazione della posizione russa.


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