L’Italia è rimasta l’unica presenza militare occidentale significativa in Niger, mentre cresce l’influenza russa e la situazione della sicurezza continua a deteriorarsi. Fabrizio Coticchia, professore di Scienza politica all’Università di Genova, analizza la situazione attuale e gli obiettivi strategici della missione italiana
Il nuovo tentativo di rovesciare la giunta militare riporta l’attenzione sulla fragilità del Niger e sulla presenza italiana nel Paese. Tra minaccia jihadista, influenza russa e difficoltà delle forze locali, Fabrizio Coticchia, professore di Scienza politica all’Università di Genova, ha analizzato il ruolo della missione italiana mettendo in discussione l’utilità strategica della sua prosecuzione.
Partiamo da quanto accaduto negli ultimi giorni a Niamey. Che cosa è successo concretamente e quanto è stato serio il tentativo di rovesciare la giunta di Abdourahamane Tiani?
Le informazioni disponibili sono ancora abbastanza limitate. Sembra si sia trattato dell’ennesimo tentativo di una parte delle Forze armate di rovesciare il governo, dopo il recente golpe. L’episodio è durato diverse ore e potrebbe essere legato anche al malcontento per i risultati del colpo di Stato, che almeno sul piano della sicurezza non ha portato al miglioramento atteso. A questo si aggiungono le lotte interne. Per avere un quadro più ampio, sia del paese che della regione, consiglio i lavori di Luca Raineri della Scuola superiore Sant’Anna.
Di fronte al tentativo di rovesciare la giunta, il governo ha chiesto aiuto ai russi, che sono intervenuti contribuendo, a quanto sembra, a riportare la situazione sotto controllo. Ci sono inoltre informazioni relative a un sostegno dell’Algeria attraverso le proprie forze aeree. Le forze italiane presenti nel Paese, invece, per quanto ne sappiamo non sono state coinvolte e sono rimaste spettatrici di quanto accaduto.
Che cosa ci dice questo episodio sulla tenuta del regime e, soprattutto, sulle divisioni interne alle Forze armate nigerine? Quanto pesa il deterioramento della situazione di sicurezza e l’incapacità della giunta di contenere i gruppi jihadisti?
Il dato centrale è l’instabilità del Paese. Il nuovo tentativo di golpe mostra l’esistenza di tensioni all’interno delle Forze armate e arriva in una fase in cui continuano gli attacchi jihadisti. Uno degli elementi di malcontento sembra essere proprio il mancato miglioramento delle condizioni di sicurezza dopo il colpo di Stato.
C’è poi il peso crescente della presenza russa. Quando il governo si trova in difficoltà si rivolge a Mosca, come avvenuto anche in questo caso. È significativo perché, nel frattempo, le altre forze occidentali hanno lasciato il Niger, con l’eccezione degli italiani. Ci troviamo quindi di fronte a un quadro caratterizzato da instabilità interna, persistenza della minaccia jihadista e crescente influenza russa.
In questo quadro, che cosa fa oggi l’Italia in Niger? E come si spiega che, dopo il ritiro degli altri principali partner occidentali, sia rimasta sostanzialmente l’unica presenza militare occidentale nel Paese?
L’Italia approva la missione alla fine del 2017 e questa prende avvio nel 2018. Inizialmente incontra grosse difficoltà a espandersi al di fuori dell’aeroporto della capitale, anche per l’opposizione della Francia. Oggi, secondo l’ultima relazione analitica, sono impiegati circa 500 militari, insieme a mezzi terrestri e alcuni mezzi aerei, in particolare Uav utilizzati per il monitoraggio e la raccolta di informazioni.
Lo scopo fondamentale è sostenere il governo del Paese di fronte a due minacce considerate centrali per l’Italia, il terrorismo e, soprattutto, l’immigrazione clandestina. Le attività riguardano mentoring e addestramento, senza un coinvolgimento diretto nelle operazioni di combattimento. Negli anni sono state addestrate diverse unità, sono state svolte attività anche in campo medico e finalmente è stata costruita una base.
Di cosa si tratta in sostanza?
In poche parole, si tratta di addestrare le forze locali. È l’approccio della cosiddetta security force assistance, che consiste nel fornire supporto agli attori locali invece di combattere in prima battuta, con l’obiettivo di garantire la stabilità. Un approccio che finora ha dato risultati largamente fallimentari e il caso del Niger è emblematico. Più in generale tutto il Sahel rappresenta un insuccesso del coinvolgimento militare occidentale volto a rafforzare queste capacità.
La domanda su cosa faccia l’Italia in Niger viene posta da anni anche dalle opposizioni in Parlamento. A fine luglio Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno votato contro la missione, mentre il Partito democratico si è astenuto. Tra le critiche sollevate ci sono l’isolamento dell’Italia rispetto agli altri partner occidentali, il sostegno a un governo golpista e la cessione di materiale militare considerato obsoleto dal governo italiano.
E invece quale è la posizione del governo al riguardo?
La posizione del governo è diversa. Restare in Niger permette di mantenere un canale di dialogo con gli attori locali e di seguire direttamente quanto accade nel Paese, soprattutto sul fronte dell’immigrazione clandestina. La missione rientra inoltre nella crescente attenzione della Difesa italiana verso gli interventi bilaterali legati più direttamente all’interesse nazionale. In questo caso, l’obiettivo della presenza italiana è conservare una capacità di influenza sui processi in corso.
L’addestramento delle forze locali ha prodotto dei risultati, ma questo non si è tradotto in una maggiore capacità di contrastare le minacce, a cominciare dal terrorismo. Non è in discussione la qualità del training fornito dalle nostre Forze armate, che rappresenta uno dei loro punti di forza. Il problema è più ampio e riguarda fattori come la governance e la legittimità delle autorità con cui collaboriamo. In Niger, peraltro, abbiamo a che fare con un governo arrivato al potere attraverso un golpe.
Possiamo quindi cercare di mantenere una capacità di interlocuzione e di influenza, ma quando la giunta si trova in difficoltà si rivolge ai russi, così come in Libia era stato chiesto l’intervento dei turchi. È qui che emerge il senso attribuito dal governo alla nostra permanenza. Restare significa continuare a contare nel Paese ed evitare che lo spazio lasciato libero dall’Italia venga occupato da altri attori.
Alla luce dell’instabilità emersa in questi giorni e della crescente presenza russa, ha ancora senso per l’Italia restare in Niger? Quali interessi può tutelare mantenendo la missione e, al contrario, quali rischi comporta continuare a operare in questo contesto?
Sul piano etico, dei principi, per la politica estera su una democrazia, sostenere un governo golpista è una scelta difficilmente apprezzabile. Ma se anche affrontiamo la questione in termini strategici, la valutazione non migliora. Le Forze armate sono uno strumento per raggiungere determinati obiettivi e, nel caso del Niger, sono essenzialmente due. Rafforzare l’influenza politica dell’Italia nella regione e contribuire a migliorare la capacità del Paese di garantire la propria sicurezza.
Se guardiamo ai risultati, però, entrambi gli obiettivi appaiono lontani. Quando la giunta si trova in difficoltà si rivolge alla Russia, mentre le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare. Per questo non vedo ragioni sufficienti per continuare a mantenere la nostra presenza nel Paese.
Se la missione non riesce né ad accrescere l’influenza italiana né a contribuire a un miglioramento della sicurezza, sarebbe opportuno ripensarla. Del resto, sappiamo che il tentativo di rafforzare le capacità di sicurezza di governi privi di una solida legittimità ha prodotto ripetuti fallimenti, dall’Iraq all’Afghanistan fino al Sahel. È una dinamica che emerge chiaramente anche dalla ricerca scientifica.
















