La riforma elettorale reintroduce le preferenze, ma il loro impatto resta limitato. Le simulazioni mostrano che solo i partiti più grandi ne trarranno un beneficio reale, mentre per molti seggi continueranno a essere decisive le scelte dei vertici di partito. L’opinione di Salvatore Di Bartolo
La riforma elettorale, recentemente approvata dall’Aula del Senato, promette di restituire agli italiani una delle prerogative più semplici e, insieme, più simboliche della democrazia rappresentativa: scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Il ritorno delle preferenze viene presentato come la fine della lunga era delle liste bloccate e come una riconquista del rapporto diretto tra elettore ed eletto. Ma basta scendere dalla propaganda ai numeri per accorgersi che la rivoluzione è, in realtà, molto meno significativa di quanto racconti la narrazione politica. Le preferenze tornano, sì. Ma tornano in misura talmente limitata da lasciare sostanzialmente intatto il potere dei partiti — e soprattutto dei loro vertici — di decidere chi avrà davvero un posto in Parlamento.
Quella approvata dal Senato appare dunque meno come una svolta e più come un compromesso al ribasso: un’operazione di maquillage istituzionale che consente di sventolare una bandiera identitaria senza rinunciare al controllo sulle candidature. Il cittadino recupera formalmente la possibilità di indicare un nome, ma solo entro uno spazio di scelta che resta largamente delimitato dagli apparati di partito.
Dietro la retorica di facciata si nasconde, infatti, un preciso meccanismo: le preferenze tornano, ma solo per pochi partiti e in una quota assai ridotta di seggi. Lo mostrano bene le simulazioni statistiche di YouTrend, che ridimensionano la narrazione del ritorno alla scelta dei candidati e rivelano come l’incidenza reale delle preferenze dipenda quasi esclusivamente dalla dimensione elettorale del partito.
Per le forze politiche che si collocano sotto il 10 per cento dei consensi, l’effetto è sostanzialmente nullo. In questa fascia rientra la stragrande maggioranza dei partiti: non soltanto i piccoli gruppi di opposizione, ma anche i due principali alleati di governo di Fratelli d’Italia. Per loro, i seggi disponibili si esauriscono sistematicamente con i capilista. Le liste bloccate, dunque, restano nei fatti quasi intatte.
Un discorso quasi analogo vale per le forze che gravitano poco sopra il 10 per cento, come il Movimento 5 Stelle: qui la quota di parlamentari la cui elezione sarebbe effettivamente determinata dalle preferenze si ferma a un marginale 5 per cento degli eletti.
Il meccanismo comincia a produrre effetti tangibili soltanto per i partiti che raggiungono o superano il 20 per cento. Ed è qui che emergono i veri “beneficiari” della riforma: Fratelli d’Italia e Partito democratico. Per formazioni di queste dimensioni, la quota di eletti attraverso le preferenze sale a circa un terzo alla Camera e a poco più di un quarto al Senato.
Il paradosso è evidente: le preferenze tornano, ma soprattutto dove i grandi numeri consentono loro di incidere. La promessa di restituire agli elettori la scelta dei parlamentari si trasforma così in un meccanismo selettivo, che amplia solo marginalmente la contendibilità interna dei partiti maggiori e lascia sostanzialmente intatto il potere dei vertici sulle candidature.
Politicamente, la mossa della presidente del Consiglio risponde a una precisa esigenza di sopravvivenza tattica. Da un lato, Giorgia Meloni ha disinnescato l’iniziativa del Partito democratico, che aveva provato a mettere in difficoltà la maggioranza con un subemendamento che prevedeva il ritorno alle preferenze senza capilista bloccati e, al tempo stesso, a intercettare le simpatie di una parte dei senatori di FdI favorevoli al ritorno delle preferenze integrali. Dall’altro, ha evitato di irritare gli alleati di governo, fermamente contrari a un sistema capace di ridurre il controllo dei vertici sulle candidature.
Il risultato è un baratto politico cinico, ma efficace. Meloni sacrifica una quota minima di caselle nella prossima compagine parlamentare per poter rivendicare mediaticamente il ritorno delle preferenze, senza però intaccare il principio fondamentale del sistema: saranno infatti ancora i partiti, e in larga misura i loro vertici, a decidere chi avrà una concreta possibilità di entrare in Parlamento.
Le preferenze, insomma, ci sono. Ma non abbastanza da cambiare davvero la natura del meccanismo, che sarà modificato solo in piccola parte. Si tratterà, dunque, di una minima concessione, non di un’effettiva restituzione. Una finestra socchiusa nel sistema delle liste bloccate, non certamente la loro definitiva demolizione.
















