Le primarie rischiano di trasformarsi in un boomerang per il campo largo. La scelta del leader potrebbe far emergere il conflitto tra Pd e M5S, mentre l’ipotesi di un candidato di bandiera espone le opposizioni al rischio di ritrovarsi con una figura debole e priva di reale leadership. Il commento di Giuliano Cazzola
Ci fu un tempo – durato cinquant’anni – in cui in Italia – come in generale negli altri Paesi civili – esisteva una legislazione elettorale (la maieutica della democrazia) uniforme per tutti i livelli istituzionali, nazionale e locali: il proporzionale puro (metodo D’Hondt) con preferenze per la scelta dei candidati. Alle elezioni ogni partito correva per suo conto, le vittorie e le sconfitte non determinavano effetti diretti ai fini del potere, perché era necessario il formarsi di maggioranze in grado di varare un governo che avesse la maggioranza in Parlamento.
Dentro alla maggioranza aveva rilievo il risultato dei diversi partiti, tanto da condizionare – nella nebulosa della politica – la composizione dell’esecutivo e (in casi limitati) la figura del presidente del Consiglio. Poteva anche capitare che le opposizioni (in particolare quella comunista) ottenessero un buon esito nel voto che però non influiva ai fini dell’entrata al governo a livello nazionale, a causa di quello che venne chiamato, in quel contesto geopolitico, il fattore K.
Quando all’inizio degli anni ’90 ha avuto luogo il colpo di Stato per mano giudiziaria, le circostanze dei nuovi assetti politici, spuntati sulle macerie dei vecchi, hanno portato ad una legislazione elettorale basata sulle coalizioni determinate prima del voto, secondo una logica tendenzialmente bipolare tra centrodestra e centrosinistra. Sono state proprio le nuove finalità della legge elettorale, con le sue modalità operative, a contrassegnare nei fatti la nascita di quella che è stata definita la Seconda Repubblica. In realtà si trattò di una forzatura istituzionale, perché nulla era cambiato nell’impianto costituzionale, per via di una legge ordinaria. Ma nei fatti il sistema politico non funzionava più allo stesso modo. Si pensi soltanto alla prassi di quando il capo dello Stato – sulla base di valutazioni emerse nei fatti – incaricava una personalità di sua scelta di formare il governo dopo aver verificato la possibilità di una maggioranza, rispetto a quella in cui il Presidente si trovava di fronte al leader della coalizione vittoriosa a cui affidava in automatico quella funzione. Chi parla dell’offesa ai poteri del Capo dello Stato, se il premier è indicato nella scheda, dovrebbe ricordare che l’inquilino del Quirinale, in circostanze normali, subisce già un vincolo di fatto, a meno che non vi sia la necessità di un intervento straordinario e della costituzione di un governo del Presidente (detto anche tecnico).
Matterella nel 2018 fu costretto persino a dare l’incarico di formare il governo ad un illustre sconosciuto che gli era stato presentato dai dioscuri del contratto di governo. Quasi una storia da film americano, nella quale un cittadino qualunque arriva alla Casa Bianca in base ad una somiglianza con il presidente in carica. Nel caso di Conte non vi era neppure una vaga apparenza di leadership politica (che poi magari è emersa in fretta). C’era solo una pochette nel taschino della giacca. Anche quel caso ci consente di ammettere che la situazione è sfuggita di mano e che il momento fatidico delle elezioni in Italia somiglia alla babele delle lingue: ogni livello istituzionale è eletto con una legge specifica, senza contare le varianti che ogni regione o amministrazione comunale ha deciso di darsi all’interno del medesimo impianto di carattere generale. Ma c’è di peggio.
A livello nazionale succede che ogni maggioranza uscente vara una legge elettorale che le consenta di restare al potere (anche se poi finisce per favorire gli avversari). È una linea di condotta da Repubblica delle Banane con qualche propensione golpista, nel senso che è evidente il disegno di adattare le norme alla contingenza politica. Nel 2022 la destra ha vinto le elezioni perché ha approfittato di sistema di alleanze che ha conquistato quasi tutti i seggi attribuiti col nominale, mentre i c.d. progressisti correvano divisi. Nel 2027 il campo largo vuole evitare questo handicap di partenza, ma per ora non è in grado di riuscirci. La maggioranza ha avuto un’intuizione geniale che sembra suggerita da uno psichiatra di fama mondiale. Meloni sta giocando di fioretto sulla psicologia degli avversari. È bastato un piccolo trucco tipografico per mettere in crisi la “gioiosa macchina da guerra” delle opposizioni: indicare sulla scheda in nome del leader della coalizione.
Mentre – almeno per ora – la destra punta su Giorgia Meloni, la sinistra deve scegliere tra due leader, dei quali nessuno è disposto a fare un passo indietro nel cammino verso palazzo Chigi. Giuseppe Conte intende tornarci, Elly Schlein vuole arrivarci. Ecco perché le primarie costituiscono una sorta di giudizio di Dio. Anche Giuseppe Conte gioca sulla psicologia dei militanti del Pd, che si affezionano ai loro riti, tra i quali troneggia il ricorso alle primarie. Si tratta di una suggestione derivante dall’americanismo di Walter Veltroni che volle imprimere, tramite Salvatore Vassallo, iniezione di novità nelle fondamenta del Pd ricorrendo, già nello Statuto, a pratiche di selezione delle candidature del tutto estranee alla tradizione italiana, secondo la quale le scelte spettavano agli organi dirigenti eletti nei congressi.
A pensarci bene, le primarie sono divenute una consuetudine (in declino) nelle elezioni locali, mentre a livello nazionale hanno quasi sempre funzionato come ratifica di scelte già compiute all’interno delle coalizioni. Conte insiste sulle primarie esercitando un vero e proprio ricatto morale su Elly Schlein che è stata portata ai vertici del Pd (un partito a cui non era neppure iscritta) grazie alla messa in scena dei gazebo, quando ha rovesciato il verdetto degli iscritti. In una intervista televisiva Conte ha avuto buon gioco ad affermare che le primarie le ha inventate il Pd e che il M5S rifiuta la logica del premier assegnato al partito più forte.
Il ricorso alle primarie nel campo largo darebbe la stura a quel conflitto che cova sotto la cenere tra i due maggiori partiti sedicenti progressisti e che potrebbe avere ripercussioni anche nel voto. Per disperazione sono arrivati anche a discutere di un candidato di bandiera, senza rendersi conto che potrebbero imbattersi in un nuovo signor Nessuno, che, come Giuseppi, li manderebbe in giro con il piattino nell’arco di pochi mesi.
















