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Proporzionale ma non troppo, maggioritario se vi pare. A che punto siamo con la legge elettorale

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Giorgia Meloni dovrà essere abile ad evitare la sindrome della bolla e non diventare l’unico bersaglio di ogni fallimento economico, problema sociale o crisi internazionale. Se la classe dirigente selezionata dall’alto si rivela inadeguata e distante dai bisogni dei cittadini, il meccanismo maggioritario accelera la caduta del leader esattamente con la stessa velocità con cui ne decreta l’ascesa. L’analisi di Domenico Fracchiolla, docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’Universitas Mercatorum

L’obiettivo di un governo stabile ed efficace ben si concilia con il combinato disposto della riforma elettorale dello Stabilicum in discussione in Parlamento e della riforma costituzionale del Premierato. Riformare la Costituzione senza una legge elettorale “maggioritaria” creerebbe un corto circuito istituzionale, lasciando un Premier eletto dal popolo ostaggio di un Parlamento frammentato.

Non sappiamo se Giorgia Meloni si sia ispirata a Walter Bagehot, che in The English Constitution (1867) considerava la funzione elettiva di eleggere un buon governo, come la più importante tra quelle del Parlamento di un sistema democratico. L’illustre studioso valutava la funzione legislativa la meno significativa, dopo quella espressiva (dar voce ai sentimenti della nazione), pedagogica (educare il buon cittadino) e informativa.

Di sicuro, il Presidente del Consiglio ha sottolineato più volte l’importanza del rispetto della scelta dei cittadini e la sua contrarietà totale ai governi tecnici e alle coalizioni post-elettorali eterogenee. Nelle intenzioni, lo Stabilicum è il motore tecnico necessario a far funzionare la riforma costituzionale del Premierato, creando la stabilità necessaria, anche se artificiale, per blindare il governo per 5 anni, neutralizzando il potere di ricatto dei piccoli partiti e rafforzando l’autorità delle istituzioni pubbliche. Come noto, il sistema elettorale in votazione in questi giorni è formalmente proporzionale, accompagnato però da un premio di maggioranza molto elevato (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunge la soglia del 42% o 41% dei voti) che ne ribalta gli effetti e lo qualifica come maggioritario.

L’emendamento sul ballottaggio, presentato dall’ex Presidente del Senato Marcello Pera di FdI e sostenuto, tra gli altri, dall’attuale Presidente del Senato La Russa, serve a blindare il premio di maggioranza, qualora nessuna coalizione riesca a raggiungere la soglia minima richiesta al primo turno, e soprattutto a disinnescare il pericolo Vannacci, chiedendo una convergenza dei voti degli elettori della coalizione del centrodestra al ballottaggio, senza apparentamenti formali con il Generale.

Con la consueta lucidità e profondità di analisi, Gianfranco Pasquino su queste colonne ha più volte ammonito la necessità di rispettare la grammatica istituzionale, ricordando che le democrazie parlamentari non prevedono l’elezione diretta del capo del governo, ma si caratterizzano, senza eccezioni, dal rapporto di fiducia votato dal Parlamento. Nelle democrazie presidenziali, invece, il capo del governo è eletto direttamente dai cittadini. Sovrapporre i piani è un errore che crea un inevitabile cortocircuito e svuota il Parlamento.

Secondo la critica liberale, progressista e socialdemocratica, la formulazione della riforma non garantisce il necessario equilibrio del sistema di pesi e contrappesi, con il rischio di approfondire le fratture sociali perché il forte premio di maggioranza esclude la rappresentanza della maggioranza reale degli elettori dalle decisioni (almeno 58%) e radicalizza lo scontro politico. Inoltre, gli elettori delusi potrebbero essere indotti ad ingrossare le fila dell’astensionismo. Anche il ballottaggio non convince completamente, pur ricordando il sistema del semipresidenzialismo francese, da anni proposto da Gianfranco Pasquino per l’Italia in abbinamento al sistema dei collegi uninominali, che consentirebbe agli elettori di votare liberamente per il candidato preferito al primo turno e spingere i partiti a convergere, coalizzandosi, al secondo turno.

Che la legge elettorale è tutto, è tutto ciò che sappiamo della legge elettorale. Scusandoci con Emily Dickinson, il gioco di parole illustra bene l’irresistibile attrazione per la riforma del sistema elettorale, che con storica ciclicità, subiscono le maggioranze parlamentari italiane di ogni colore politico, nell’illusione di ottenere maggiori chances di rielezione. In realtà, la legge elettorale non può generare artificialmente le maggioranze. Una vastissima letteratura scientifica di politica comparata conferma questa circostanza, misconosciuta dalla classe politica. Tutti i governi repubblicani che hanno riformato il sistema elettorale hanno visto deluse le loro aspettative. La “maledizione della riforma elettorale” colpisce duramente nella Prima Repubblica, con la “legge truffa” del 1953, punendo il più autorevole governo della storia d’Italia, guidato da Alcide De Gasperi.

Nella Seconda Repubblica i casi sono quattro. Nel 1993, il Mattarellum, approvato dal governo tecnico Ciampi, non salva il Pentapartito, già travolto da Tangentopoli, ma ne determina il crollo definitivo, con la sorprendente vittoria di Silvio Berlusconi. Il Porcellum nel 2005, voluto dalla maggioranza di governo di centrodestra, spiana la strada alla vittoria del centrosinistra di Prodi con l’Ulivo. L’Italicum nel 2015, mai applicato per la bocciatura parziale della Corte Costituzionale, dopo il fallimento del referendum costituzionale abbinato, porta alle dimissioni e al totale fallimento politico di Renzi e del suo governo. Il Rosatellum nel 2017, approvato dal governo Gentiloni, non riesce ad arginare le forze populiste: il Movimento 5 Stelle diventa la prima forza in Parlamento e successivamente forza di governo, con i governi Conte. Quello che la legge elettorale fa, invece, è trasformare i voti in seggi, con una fotografia fedele della distribuzione delle preferenze degli elettori nei sistemi proporzionali e una distorsione più o meno significativa nei sistemi maggioritari, al fine di garantire maggiore governabilità.

Secondo i sostenitori dell’attuale riforma, lo Stabilicum avrà una sorte diversa dalle precedenti riforme, perché gli strumenti individuati sono più coraggiosi. In Italia, la frammentazione sociale ed elettorale è stata a lungo neutralizzata dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. Preso atto che la frammentazione della società italiana non è stata superata nella Seconda Repubblica e che i partiti tradizionali di massa non esistono più, la riforma dello Stabilicum si propone di rafforzare l’autorità del governo, per impedire che il caos della società paralizzi l’azione dello Stato, riscoprendo un forte collante identitario nazionale. A livello sociologico, la riforma si collega con l’attenzione del governo a rimettere al centro della cultura pubblica i concetti di Nazione, interesse nazionale e sovranità, intesi come collante culturale comune sopra le divisioni sociali. Il focus si sposta al rafforzamento delle comunità locali, delle famiglie e delle reti di prossimità come tessere di un mosaico nazionale unitario e ordinato.

Abbinata al Premierato, la riforma dovrebbe muoversi esattamente lungo il binario logico delle tesi elaborate da Samuel Huntington. In Political Order in Changing Societies (1968), Huntington formulava la proposta del rafforzamento e della forte strutturazione dei partiti organizzati, come soluzione alla frammentazione e al caos sociale prodotto dalle molteplici pressioni dei gruppi di interesse. Diversi decenni dopo, ne La sfida ispanica (2004) completava il ragionamento indicando il Ritorno al nucleo culturale fondante di valori religiosi, linguistici e culturali storici, per superare la frammentazione proveniente dalle forti ondate migratorie e dalle spinte identitarie, di quelle che oggi chiamiamo politiche woke.

In perfetta coerenza con lo schema dello Stabilicum, la struttura interna del partito Fratelli d’Italia riflette il principio per cui il potere deve rimanere saldamente nelle mani dei vertici, organizzato intorno alla figura carismatica di Giorgia Meloni e di una cerchia ristrettissima di leader storici e familiari. Il rafforzamento passa attraverso la burocratizzazione interna e l’occupazione dei ruoli chiave nello Stato, consolidando una solida e fedele classe dirigente (in tal senso si veda la stagione congressuale locale nel 2026 per strutturare i territori). Le liste bloccate sono difese, in quest’ottica, come strumenti per garantire la coesione e la disciplina parlamentare del blocco di governo, essenziali per la stabilità istituzionale.

Il grande rischio è che lo Stabilicum, unito al Premierato, crei un “decisionismo nel vuoto”: un sistema istituzionale corazzato e stabilissimo, che però governa sopra una società civile totalmente distaccata, apatica e che non si sente rappresentata. Come sottolinea Marco Tarchi, forzare un bipolarismo matematico, attraverso premi di maggioranza schiaccianti, genera raggruppamenti politici che si percepiscono come nemici assoluti invece che avversari, generando instabilità, con alternanze di governo in cui si registra la demolizione sistematica delle riforme e delle leggi precedenti ad ogni cambio di maggioranza.

Su queste basi, è possibile tracciare due conclusioni. La prima è il richiamo alla regola del tempo di Giovanni Sartori per il buon funzionamento delle riforme elettorali. In particolare, se gli incentivi cambiano troppo velocemente, i partiti non hanno il tempo di strutturarsi e si creano solo cartelli elettorali per vincere le elezioni. Secondo il gigante della Scienza Politica mondiale, ci vogliono almeno 3 elezioni prima che una riforma riesca ad incidere nella cultura politica e ad essere interiorizzata nei comportamenti degli elettori.
La seconda conclusione è di evitare l’illusione che le riforme istituzionali possano sostituire i partiti. Come affermava Schattschneider già nel 1942: “La democrazia moderna continua ad essere impensabile se non in termini di partiti”. Senza di essi, il sistema cessa di essere una democrazia rappresentativa e si trasforma in qualcos’altro. Nessuna legge elettorale può proteggere un leader dal rancore o dalla disillusione di una società civile distaccata.

Nella democrazia del pubblico (Bernard Manin, 1995) il cittadino smette di partecipare e si trasforma in uno spettatore televisivo o digitale che reagisce agli impulsi emotivi della propaganda. Giorgia Meloni dovrà essere abile ad evitare la sindrome della bolla e non diventare l’unico bersaglio di ogni fallimento economico, problema sociale o crisi internazionale. Se la classe dirigente selezionata dall’alto si rivela inadeguata e distante dai bisogni dei cittadini, il meccanismo maggioritario accelera la caduta del leader esattamente con la stessa velocità con cui ne decreta l’ascesa. L’imperativo è formare la classe dirigente nei territori, con scuole di partito, gavetta nei consigli comunali e una selezione basata sul merito e la competenza e non solo sulla fedeltà. La manifestazione di piazza con il festeggiamento per celebrare il governo più lungo e stabile della Repubblica a Bari del 04 settembre 2026 è un segnale chiaro che il problema è nell’agenda del Presidente del Consiglio e saranno prese iniziative importanti per scongiurare questo rischio.


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