La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. L’analisi di Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi internazionali di Roma, Unint
Le violenze di Milano, gli scontri di Roma e le mobilitazioni in varie città occidentali sono il precipitato metropolitano di una trasformazione globale della conflittualità. La tecnica riorganizza gli spazi in cui si formano percezioni, appartenenze e comportamenti. Come si assottiglia il confine fra guerra e non guerra, interno ed esterno, così fratture sociali, reti digitali, culture antagoniste e operazioni di influenza possono interagire senza una regia comune. Di fronte a questa complessità si invoca l’abusato «approccio olistico» oppure si parla di “caos”. Comprenderla richiede invece una revisione rigorosa delle categorie interpretative.
Tale revisione presuppone due distinzioni: fra spiegazione e giustificazione della violenza e fra paradigma giudiziario e strategico. Sono categorie con oggetti e criteri di validità differenti.
Il giustificazionismo pseudosociologico degli anni passati ha provocato un comprensibile rigetto. Ma negare ogni giustificazione non rende irrilevanti le cause sociali. Ignorarle significa trascurare vulnerabilità sfruttabili da organizzazioni estremiste e apparati stranieri. La spiegazione sociale non attenua la responsabilità penale: chiarisce le condizioni in cui possono svilupparsi minacce alla sicurezza nazionale.
Carovita, difficoltà abitative e mobilità sociale bloccata erodono, soprattutto fra i giovani, la fiducia di migliorare rispetto alla generazione precedente. Fratture interne possono così acquistare rilevanza oltre i confini nazionali. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali all’eguaglianza effettiva, investe la credibilità dell’ordinamento e la sua sicurezza.
Quanto alla seconda distinzione, i paradigmi giudiziario e strategico differiscono per oggetto, metodo e criteri di validità: il primo ricostruisce fatti e responsabilità secondo regole probatorie; il secondo interpreta processi e possibili evoluzioni. Confonderli significa attribuire valore probatorio a ipotesi strategiche o ridurre un fenomeno ai suoi responsabili.
Consideriamo Milano. Dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il 24 non si sono ripetute devastazioni, mentre a Roma si sono registrate tensioni. L’individuazione del presunto amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre, che secondo gli inquirenti avrebbe cercato di sfruttare i disordini precedenti, costituisce un importante risultato investigativo, ferme restando le verifiche giudiziarie. Chiarisce uno specifico livello organizzativo, non una regia unitaria dell’intero fenomeno.
Veniamo alle categorie interpretative. Una prima chiave di accesso riguarda la morfologia della conflittualità. La distinzione fra spontaneità e organizzazione centralizzata non spiega iniziative autonome che convergono senza direzione unitaria. Il concetto di bebelarchia, sviluppato a partire da un’analisi dei movimenti No Global, distingue l’assenza di un centro dall’assenza di un ordine. I nodi della rete selezionano e trasformano impulsi, generando effetti non interamente controllabili. Gerarchie e centri decisionali permangono, ma entro relazioni mutevoli.
Circolano pratiche, non soltanto messaggi. Anarchism in Action: Methods, Tactics, Skills, and Ideas (2001), raccolta curata da Shawn Ewald, documenta la diffusione transnazionale di repertori militanti. Nell’inchiesta milanese è comparso Rivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirato alle proteste egiziane del 2011. Tecniche e linguaggi possono attraversare gruppi senza che siano necessari legami organizzativi diretti.
La categoria dell’«integrazione antagonista», elaborata con riferimento all’ibridazione politica fra radicalismo islamista e antagonismo occidentale, descrive gruppi ideologicamente distanti che riconoscono avversari comuni, condividono mobilitazioni e adottano reciproci repertori d’azione. Queste interazioni possono trasformarne identità e strategie senza un’organizzazione unitaria.
Le interferenze straniere attraversano reti transnazionali, intermediari, piattaforme e, in alcuni casi, segmenti di comunità diasporiche. Il fenomeno precede Internet: durante la guerra fredda le «misure attive» sovietiche impiegavano falsificazioni e disinformazione. Un documento americano del 1983 ricordava falsi telegrammi attribuiti all’ambasciata statunitense a Roma. Oggi algoritmi e intelligenza artificiale propagano narrazioni attraverso nodi distanti, senza catene lineari. Il rapporto europeo del marzo 2026 esamina campagne contemporanee di manipolazione estera. L’influenza può modificare tensioni che non ha originato.
La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. Il rischio non è soltanto l’estensione dei disordini, ma la trasformazione di conflitti locali in fattori di instabilità nazionale. Di qui l’esigenza di rivedere le categorie tradizionali e integrare l’analisi delle fratture sociali, delle reti digitali, dei gruppi violenti e delle interferenze esterne. La questione decisiva è comprendere quando e come queste dinamiche, pur conservando una propria autonomia, possano concorrere alla formazione di minacce che nessuno dei soggetti coinvolti ha interamente progettato o controllato.
















