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La sfida di governare il dissenso. La violenza politica nelle piazze di ieri e di oggi

Di Nicola Cristadoro
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Dai servizi d’ordine degli anni Settanta ai movimenti antagonisti contemporanei, la violenza nelle piazze italiane ha cambiato protagonisti e modalità organizzative. La frammentazione dei gruppi, il ruolo dei social media e le possibili convergenze tra estremismi diversi rendono più difficile distinguere il dissenso dalla sua degenerazione violenta. L’analisi del generale Nicola Cristadoro

Eh, dentro ai negozi in centro,
c’è tutto quello che non ho.
Oh, che voglia di entrare dentro
e prendere di tutto un po’.
Avere le cose migliori
è un privilegio che è sempre più raro;
è brutto guardarle da fuori
ma per averle ci vuole denaro.
Non ci sei riuscito mai
ad avere ciò che vuoi.
Hai imparato a far da solo;
prendi tutto e spicca il volo.

…

T’arriva una sberla sul muso, la grossa mano del droghiere fa male.
Scappi via ma ti senti confuso;
quello che hai fatto ti sembra normale.
Così la realtà ti ha tradito,
a Diabolik non sarebbe successo.
Walt Disney comunque è finito;
adesso il traguardo è il possesso.

 A sei anni tu già sai
ciò che vuoi e non avrai.
Vedi attorno tante scale;
stare in basso ti fa male.

Decibel – Mano Armata (1979)

 

Milano, Torino, Bologna, Roma…ottobre 2026. Manifestazioni di piazza contro il carovita, il governo, la mancanza di lavoro, le carenze del welfare. Tutte nobili cause. In tutta Europa sta accadendo. Tanta violenza urbana. Anche negli anni Settanta si manifestava. Sempre per nobili cause. Tanta violenza urbana anche allora, anche più di adesso. Eppure, c’è qualcosa di diverso. Qualcosa è cambiato.

Alla fine degli anni Settanta, Enrico Ruggeri cantava della violenza metropolitana, della precoce iniziazione alla criminalità di un minore intrappolato in una drammatica deriva esistenziale, tra un contesto urbano difficile e un immaginario degradato. Il brano dei Decibel evocava quasi quarant’anni fa lo stereotipo del ragazzino che oggi – felpa nera, cappuccio calzato come camuffamento e bandana (ma frequentemente una kefiah) a coprire il viso anche in funzione “antilacrimogeni” – sfascia le vetrine e assalta i negozi nei centri cittadini per arraffare quanta più merce è possibile. Normalmente articoli di lusso, altrimenti il rischio non avrebbe senso. Ma non è del tutto vero. C’è anche l’adrenalina. C’è il video da postare per avere la sensazione di essere qualcuno ed è questo che, in buona sostanza, fa la differenza con l’adolescente frustrato e senza prospettive descritto da Ruggeri.

Mi ritrovo tantissimo nel pensiero della giornalista e conduttrice televisiva Elena Guarnieri,  espresso in un post su Istagram il 20 ottobre 2026, all’indomani dei disordini e dei saccheggi perpetrati nelle principali città italiane:

“Sono nata e cresciuta a Milano, nella periferia di viale Monza, vicino alle case popolari. Non venitemi a parlare di disagio: gente che ruba capi griffati o se li contende si ispira a quei trapper che dell’arroganza e della ricchezza, raggiunta delinquendo, hanno fatto la propria bandiera. Questo non è il disagio della periferia.”

Anche io sono nato a Milano e sono cresciuto nella “rossa” Sesto S. Giovanni, quella periferia milanese che, coincidenza, è proprio a ridosso del luogo citato dalla giornalista. Siamo anche quasi coetanei e, ancorché bambini negli anni Settanta e adolescenti negli Ottanta, abbiamo vissuto in diretta i cortei, le occupazioni scolastiche, la droga consumata prima da “quelli più grandi”, poi da qualcuno dei nostri compagni di scuola ai giardini davanti a casa, la microcriminalità di quartiere e, soprattutto,  il terrorismo. Walter Alasia abitava a duecento metri da casa mia, nelle case popolari, e la sparatoria con la polizia in cui è rimato ucciso è avvenuta una mattina mentre stavo andando a scuola. Avevo 11 anni. Situazioni in cui si era immersi, non osservate a distanza dai “quartieri bene” o semplicemente ascoltate nei notiziari. Questo per dire che so di cosa parlo, quando, a distanza di cinquant’anni, esprimo le mie considerazioni sul “disagio giovanile nelle periferie”.

La violenza politica nelle strade ieri. Il movimentismo politicizzato

Per comprendere il clima politico culturale in cui è maturato il movimentismo italiano del passato e quale sia l’eredità lasciata a quello presente, dobbiamo guardare alla città di Milano, vera e propria “fucina” di quella realtà, caotica e frammentata come quella odierna, soprattutto nelle sue fasi iniziali e, tuttavia, strutturata su solide basi ideologiche. Facciamo, allora, un salto indietro nel tempo.

In numerosi dibattiti successivi ai recenti episodi di violenza scoppiati durante le manifestazioni, è stata più volte sottolineata l’incapacità degli organizzatori di schierare un dispositivo di sicurezza formato dagli stessi animatori della protesta, ed è stato evocato lo spettro dei “servizi d’ordine” che si muovevano solidalmente ai cortei della sinistra negli Anni Settanta. In generale, i servizi d’ordine nelle manifestazioni di quegli anni in Italia erano gruppi con una vera e propria struttura paramilitare, interni ai partiti e ai movimenti politici, in particolare della sinistra extraparlamentare. Erano composti dai militanti più determinati e fisicamente preparati di ciascun gruppo.

Spesso operavano con un abbigliamento distintivo (come caschi e giubbotti) per riconoscersi tra loro e distinguersi dal resto del corteo e dalle forze dell’ordine.  I servizi d’ordine dei partiti più strutturati (come il Pci) erano generalmente più disciplinati e orientati a mantenere un ordine interno e a evitare scontri non voluti dalla leadership. Quelli dei movimenti dell’estrema sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, Potere Operaio, Autonomia Operaia, ecc.) erano spesso più politicizzati, militarizzati e inclini alla violenza politica e alla guerriglia urbana, vedendo lo scontro come parte integrante della lotta rivoluzionaria. L’attività dei servizi d’ordine si inseriva nel clima generale degli “anni di piombo”, un periodo caratterizzato da forte polarizzazione politica, scontri continui tra opposti estremismi e una crescente spirale di violenza che portò anche al terrorismo. 

In quel momento storico i giovani animati da spirito rivoluzionario cercavano delle figure di riferimento, avevano bisogno di leader a cui guardare: ricordiamo Mario Capanna che diventò la figura centrale del Movimento Studentesco milanese. Da lui dipendevano i Katanga, i membri del servizio d’ordine del Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano. Noti per la loro organizzazione paramilitare e la ferrea disciplina, la loro “uniforme” tipica includeva l’uso di caschi da motociclista e, come strumento di difesa/offesa, la celebre chiave inglese Hazet 36, lunga circa 45 centimetri. Ne fece tragica esperienza lo studente Sergio Ramelli, ucciso da estremisti di Avanguardia Operaia per le sue posizioni di destra, proprio con un attrezzo simile. Oggi, come è accaduto durante la manifestazione organizzata da Askatasuna il 31 gennaio a Torino, si preferisce il martello. E anche l’uso dei caschi come protezione e per rendersi irriconoscibili è una delle procedure ereditate dai black bloc del nostro tempo. Avversari dei neofascisti e della polizia, i Katanga divennero famosi anche per i duri scontri con altri gruppi della sinistra extraparlamentare (come Lotta Continua o i gruppi anarchici), agendo spesso come una sorta di “polizia interna” del movimento.

Un altro esempio paradigmatico è quello del servizio d’ordine creato nel quartiere Casoretto, sempre a Milano. Gestito principalmente dai collettivi locali della sinistra extraparlamentare, il “Collettivo del Casoretto”  era noto anche come “Banda Bellini”. Questo gruppo, fondato e guidato da Andrea Bellini, fu una presenza significativa nell’attivismo milanese del periodo. Il collettivo operava nel quartiere e partecipava con un proprio servizio d’ordine alle manifestazioni politiche, spesso caratterizzate da un clima di tensione e scontri con le forze dell’ordine o con gruppi avversari. Il “Collettivo del Casoretto” gravitava nell’area dell’Autonomia Operaia milanese, un movimento che raggruppava diverse anime della sinistra extraparlamentare e che fu molto attivo in quegli anni, soprattutto intorno al 1977. I membri del servizio d’ordine erano spesso riconoscibili per l’uso di caschi, bastoni e a volte maschere antigas, a dimostrazione della frequente preparazione a scontri fisici.

Questo accadeva nel passato, quando essendoci una leadership individuabile era possibile arrivare a degli accordi. È il caso di quanto verificatosi in occasione del Social Forum tenutosi a Firenze nel 2002, quando il Prefetto Achille Serra concordò con gli organizzatori lo schieramento di duemila portuali livornesi per garantire l’ordine interno all’evento. Oggi, non è più possibile. Almeno per ora. Mancano gli interlocutori.

La violenza politica nelle strade oggi. Le infiltrazioni dell’estremismo islamico

Torino, 3 ottobre 2025. Le violenze scoppiate durante la manifestazione che ha attraversato il centro cittadino, hanno acceso i riflettori su un fenomeno preoccupante: negli scontri e negli atti di vandalismo tra Porta Susa, piazza Castello e via Po erano coinvolti gruppi di giovanissimi, molti dei quali minorenni e di origine nordafricana. Secondo quanto emerge dalle indagini della Digos si sarebbe trattato in gran parte di ragazzi – i “maranza” – appartenenti alle cosiddette baby-gang della zona di Barriera di Milano, “arruolati” per l’occasione da militanti dei centri sociali. I movimenti “antagonisti” ed anarchici – da non confondere i primi con i secondi, come spiego nel mio articolo L’Internazionale Anarchica e il Movimento Antagonista due realtà in apparenza sovrapponibili ed erroneamente confondibili. Il caso-studio torinese, Difesa Online, 27/01/2026 – , hanno dunque cominciato a cavalcare l’onda del malessere degli immigrati stranieri di seconda generazione che, frustrati dalla scarsità di prospettive di realizzazione sociale e, spesso, refrattari a qualunque forma di integrazione per ragioni culturali, vanno ad ingrossare le file dei “professionisti del caos”. Il pretesto, in molti casi, è offerto dalle proteste in favore del popolo palestinese. Ecco il significato dell’uso così diffuso della kefiah.

Sebbene il ruolo del centro sociale Askatasuna (appartenente all’area antagonista, erede dell’Autonomia Operaia degli anni Settanta) – recentemente sgomberato e, per questa ragione, motivo principale delle manifestazioni di protesta – sia sempre stato di primo piano nella pianificazione, nell’organizzazione e nella condotta di tali iniziative, un importante bacino di reclutamento di “agitatori” è offerto dal movimento Pro-Pal, nato sulla scorta di ideali umanitari e strumentalizzato, comme d’abitude, in chiave antigovernativa. È  Il ruolo della galassia che ruota attorno al fenomeno dell’immigrazione di origine islamica e mediorientale, pertanto, rappresenta un aspetto peculiare degno di particolare attenzione. Proprio a Torino è emersa la centralità della figura di Mohamed Shahin, da vent’anni imam della moschea del quartiere di San Salvario, a cui sono state contestate frasi a sostegno dell’attacco del 7 ottobre 2023 durante manifestazioni pro-Palestina e, pertanto, reso soggetto ad un decreto di espulsione per presunta apologia del terrorismo. In seguito a tale provvedimento in città – e non solo – si sono svolte numerose manifestazioni in suo sostegno e, di fatto, nel gennaio 2026, la Corte di Cassazione ha annullato il suo trattenimento nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) e lo ha rimesso in libertà. Nonostante il decreto di espulsione firmato dal governo, infatti, i giudici hanno escluso una sua pericolosità attuale, permettendogli di restare in Italia, pur richiedendo un nuovo giudizio sulla questione. È interessante soffermarsi, in particolare, su questo controverso personaggio in quanto si possono fare una serie di considerazioni. Innanzitutto, i movimenti che lo hanno appoggiato appartengono all’area antagonista e, dunque, alla compagine simpatizzante della sinistra estrema, quella della sovversione per conferire il “potere al proletariato”. Dal canto suo, l’imam può machiavellicamente sfruttare tale appoggio per una futura candidatura politica che, qualora lo vedesse eletto, gli consentirebbe di operare per una progettualità in tal caso “eversiva” (trovandosi all’interno del sistema stesso) che indebolisca le fondamenta del governo facendo leva sullo stato di “agitazione” della comunità musulmana, particolarmente numerosa ed attiva nel torinese.

Non è un segreto che nella galassia del movimentismo attuale accanto agli antagonisti, ai black bloc e a tanti altri, marcino i rappresentanti del movimento Pro-Pal, dai più moderati, ai più estremisti. I partiti della sinistra istituzionale sposano la causa e, ingenuamente, forniscono agli estremisti il viatico per catalizzare l’attenzione sulle loro organizzazioni, cercando di collocarle in una dimensione politica “presentabile”, che non è certamente quella propugnata attraverso la violenza urbana.  E, allora, la legittima causa di sostegno alla popolazione palestinese viene superata dalla fascinazione per un’inclusività manipolata dai leader locali delle rappresentanze islamiche in Italia che, ormai, puntano a conquistarsi uno spazio nel Parlamento. Nel nostro Paese non esiste attualmente un “partito islamico” ufficialmente riconosciuto a livello nazionale, ma è stata recentemente costituita a Roma un’associazione politica denominata MuRo 27 (Musulmani per Roma 2027) in vista delle elezioni amministrative del 2027. Il quadro che si delinea è drammaticamente chiaro e prefigura l’istituzione di un movimentismo islamico che, una volta raggiunta la posizione desiderata nell’agone politico, possa gradualmente affermare i propri principi. E, notoriamente, non si tratta di principi democratici; dunque, sono proprio i principi di quella Sinistra che dà loro voce perché possano raggiungere il loro scopo, a finire paradossalmente calpestati.

Youssuf Siher. Un “cattivo maestro”?

Nel peculiare quadro poltico-sociale delineato, la “cerniera” che polarizza  il “movimentismo del caos 2.0” mirato a dissimulare trame di potere attraverso slogan di sostegno a un progetto sociale lungo un’asse che unisce idealmente le città di Milano e Torino, pare che sia individuabile da un giovane intellettuale che tutto sembra, tranne che un guerrigliero. L’incarnazione di un “cattivo maestro” contemporaneo, capace di agitare le masse e creare disordini attraverso la tastiera di un computer o di uno smartphone. Si chiama Youssef Siher, ha 30 anni ed è un italiano di seconda generazione di origine marocchina. È la persona ritenuta dagli inquirenti il presunto ideatore del Movimento 17 ottobre, finito sotto i riflettori dopo le proteste e gli scontri che hanno acceso il dibattito sulla gestione delle manifestazioni in Italia. La mattina del 24 ottobre è stato sottoposto a perquisizione a Milano. Il fermo è stato disposto nella tarda serata della stessa giornata, al termine di operazioni tecniche e informatiche proseguite a lungo. La Polizia postale ha effettuato l’estrazione e l’analisi dei dati alla presenza di Siher e di una legale vicina al movimento ProPal. Durante le perquisizioni sono state trovate anche mappe delle città nelle quali erano previste le manifestazioni. Per gli stessi reati, insieme a Siher è indagata anche la moglie, una mediatrice culturale di 32 anni residente nel Comasco.

Un intellettuale, dicevo. Laureatosi presso l’Università degli Studi di Milano, ha conseguito la laurea triennale in Scienze umanistiche per la comunicazione e quella magistrale in Scienze politiche. Nel 2024, poi, ha effettuato un periodo di stage presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), durante il quale ha operato come assistente di ricerca presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa (Mena). L’Ispi ha tenuto a specificare in una nota ufficiale che il suo rapporto con Siher si è limitato a quell’esperienza. Siher viene descritto come attivista strenuo sostenitore della causa palestinese, giornalista freelance, politologo e studioso. Il suo percorso formativo-professionale comprende anche collaborazioni con alcune testate giornalistiche, tra cui Il Fatto Quotidiano, per il quale ha scritto articoli su diversi scenari internazionali. Secondo quanto ricostruito da Adnkronos, nel 2024 ha firmato cinque articoli per il quotidiano e nel 2025 ne ha pubblicati due, l’ultimo a dicembre. Negli anni precedenti le collaborazioni sarebbero state più continuative. Tra gli argomenti affrontati, oltre a riferimenti alla questione palestinese, figurano la Tunisia, il Sudan e il Mar Rosso. Va detto che la ricostruzione del suo percorso professionale e delle sue posizioni pubbliche contribuisce a delinearne il profilo, ma non costituisce di per sé una prova di eventuali responsabilità nei fatti oggetto degli accertamenti.

Le accuse mosse a Siher vertono sul fatto che avrebbe utilizzato il Movimento 17 ottobre per promuovere una mobilitazione permanente nelle piazze italiane, con messaggi diffusi attraverso Telegram e Instagram. I contenuti dei post pubblicati avrebbero contribuito a creare uno «stato di intimidazione della popolazione» e ad «ingenerare terrore nella popolazione» (E. Scarrone, Youssef Siher voleva generare “terrore nella popolazione”, Rai News, 25/10/2026). Altri accertamenti riguardano eventuali legami con persone coinvolte nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso una rete di associazioni benefiche. Nel dicembre 2025, l’indagine aveva portato a sette arresti, tra cui quello di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia. Anche in questo caso, gli eventuali collegamenti con Siher restano comunque da verificare. L’attenzione degli investigatori si concentra, inoltre, sui contenuti pubblicati in passato dal ricercatore. Come in precedenza l’imam Shahin di Torino, l’ANSA ha riferito che anche Siher avrebbe espresso sui social apprezzamento per Hamas in relazione all’attacco del 7 ottobre 2023. In un post del Movimento 17 ottobre riportato su RaiNews, avrebbe anche citato il cosiddetto manuale di rivolta egiziano, un opuscolo tattico circolato clandestinamente nel 2011 durante la Primavera araba, invitando a replicare in Italia la situazione francese.

La sfida di governare il dissenso

Negli ambienti del dissenso in Italia, queste correnti hanno trovato terreno fertile; svuotate delle loro motivazioni originali sono state asservite alle logiche della sovversione e dell’eversione. Non è accettabile che il massimalismo dei giovani degeneri nell’anarchismo, nell’antagonismo e nelle loro deprecabili espressioni di violenza. La Gen Z in Italia, pur eterogenea, mostra un’area di malcontento focalizzata su ingiustizia sociale, crisi climatica e precarietà lavorativa. Per comunicare si esprimono attraverso TikTok e i social media e in proteste contro le istituzioni percepite distanti, manifestando anche disagio psicologico quali ansia, depressione, isolamento e cercando alternative concrete al sistema attuale. Tutti aspetti condivisibili, ma  il rischio di essere cooptata da movimenti più strutturati e con altre finalità è elevato, con tutte le conseguenze che abbiamo visto.

Il problema è che nella configurazione sempre più parcellizzata delle manifestazioni attuali, non è facile individuare degli organizzatori con cui interagire in modo unico e inequivocabile per evitare la degenerazione della protesta in violenza. Negli anni Settanta la società era sostanzialmente polarizzata attorno ai partiti politici istituzionali e anche i movimenti extraparlamentari erano sostanzialmente strutturati. Oggi, nella “società liquida” in cui siamo immersi la minaccia è rappresentata da molteplici realtà frammentate, organizzazioni che si coalizzano su certi temi per poi disgregarsi e rinforzarsi in altro modo.  Qua e là emergono figure che cercano di catalizzare l’attenzione delle masse e di indirizzarle pro domo loro, veicolando messaggi che celano sovente influenze e orientamenti culturali molto distanti dal nostro. Sostanzialmente antidemocratici e antioccidentali, anche se non in modo palese. Non è un problema da sottovalutare e deve essere gestito in modo adeguato ed intelligente, dosando in modo equilibrato la necessaria fermezza istituzionale e le opportune aperture sul piano sociale.


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