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Perché la pax leghista è una tregua armata

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Dopo il congresso che ha confermato Matteo Salvini alla guida del partito, la segreteria punta a rafforzare il controllo interno, mettendo nel mirino le aree critiche emerse durante la stagione congressuale. Dal caso Romeo agli attacchi ibridi a Giorgetti, così Salvini stringe il cerchio sui dissidenti

La stagione congressuale in casa Lega è ormai alle spalle, ma la pax promessa da via Bellerio si è rivelata, fin dalle prime battute, poco più di una tregua armata. Archiviata la kermesse con la riconferma di Matteo Salvini alla guida del partito, il segretario sembra aver scelto una linea tutt’altro che conciliatoria: ricondurre all’ordine i dissidenti e ridimensionare gli spazi di autonomia delle componenti che, durante il congresso, hanno messo in discussione la sua leadership.

Il primo terreno di scontro è Palazzo Madama. Il rifiuto di Massimiliano Romeo di lasciare spontaneamente la guida del gruppo parlamentare, dopo mesi di distinguo sulla linea politica del segretario e di contrarietà alle modalità con cui è stato gestito il congresso, ha trasformato una tensione latente in uno scontro aperto. Di fronte alla mancata disponibilità a fare un passo indietro, la segreteria ha deciso di giocare la carta dei numeri: una raccolta firme lampo che ha portato 25 senatori su 29 a sottoscrivere la sfiducia al capogruppo.

Un passaggio politicamente rilevante, che va oltre la semplice sostituzione di un incarico parlamentare. Il segnale è rivolto all’intera componente interna che ha contestato la gestione del partito: nessuno spazio per leadership alternative o centri di iniziativa capaci di mettere in discussione la linea di Salvini. A raccogliere il testimone dovrebbe essere Marco Dreosto, figura considerata vicina alla segreteria e destinata a rafforzare il controllo politico del gruppo.

La partita, tuttavia, non si esaurisce al Senato. Il confronto si estende alla gestione dei dossier economici e investe direttamente l’area che fa riferimento al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il rapporto tra la segreteria e il titolare del Tesoro è da tempo attraversato da sensibilità differenti, soprattutto sulle priorità della politica economica. Da una parte, la necessità di mantenere i conti pubblici entro margini sostenibili; dall’altra, la spinta a riaffermare alcune tradizionali bandiere leghiste, a partire dalle misure sulle pensioni anticipate.

In questo quadro si inserisce la scelta di Alberto Gusmeroli come probabile relatore della Manovra, al posto di Silvana Comaroli. Una decisione che assume un significato politico ulteriore se si considera il sostegno offerto da Comaroli, durante la fase congressuale, alla candidatura alternativa di Massimo Garavaglia. Più che una semplice nomina, la scelta appare dunque come un segnale rivolto agli equilibri interni del partito e, indirettamente, all’area che fa riferimento a Giorgetti.

Il filo che lega il caso Romeo alla partita sulla Manovra è evidente: dopo aver consolidato la propria leadership attraverso il congresso, Salvini sembra intenzionato a tradurre quella legittimazione in un controllo più stringente dei gruppi parlamentari e delle principali leve politiche del partito. La disciplina interna diventa così una priorità, anche a costo di riaprire fratture che la stagione congressuale avrebbe dovuto ricomporre.

Resta da capire fin dove si spingerà questa strategia. Perché il problema della Lega non riguarda soltanto la gestione del dissenso, ma anche la convivenza tra due diverse impostazioni politiche: quella più identitaria e movimentista della segreteria e quella più pragmatica e istituzionale che trova in Giorgetti uno dei suoi principali riferimenti.

La resa dei conti, dunque, potrebbe essere appena cominciata. Nel tentativo di blindare la propria leadership, Salvini rischia però di restringere ulteriormente gli spazi di pluralismo interno e di confronto politico. La vera incognita, a questo punto, è se la stretta imposta da via Bellerio riuscirà a compattare il partito attorno al segretario o finirà per accentuarne le divisioni, impoverendone il dibattito interno.


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