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La legge c’è, le risorse no. Il nodo delle cure per l’obesità

Di Iris Zani
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A un anno dalla legge Pella, il riconoscimento dell’obesità come patologia cronica non si è ancora tradotto in un accesso uniforme alle cure. E il finanziamento per la cura è il grande assente del disegno di legge di bilancio 2027. Zani, presidente di Amici Oltre il Peso, chiede alle istituzioni risorse dedicate, percorsi multidisciplinari e un cambio di linguaggio capace di superare lo stigma

A un anno dall’approvazione della Legge 3 ottobre 2025, n. 149 (nota come Legge Pella), il dibattito pubblico è stato attraversato dal confronto tra la Società italiana dell’obesità e il presidente di Aifa, dopo la sua intervista a PresaDiretta andata in onda a fine settembre. Le cronache lo hanno raccontato come un “botta e risposta” su stile di vita e farmaci. Per chi con questa patologia convive ogni giorno, però, non è una questione di toni: riguarda come l’obesità viene riconosciuta, come viene raccontata e come viene curata.

L’obesità è una patologia cronica, progressiva e recidivante. Lo riconosce l’Oms e lo riconosce, dall’ottobre 2025, la Legge Pella, la prima al mondo a darne una definizione di questo tipo.

Preoccupano alcune affermazioni ancora troppo frequenti, anche in televisione, soprattutto quando provengono da voci istituzionali o da professionisti della salute. Per chi è affetto da obesità non esiste un “ciclo di cura” dopo il quale si guarisce. Esiste una condizione con cui si convive per tutta la vita.

Alimentazione e attività fisica sono componenti essenziali della prevenzione e della terapia. Ma trasformarli nella spiegazione dell’obesità è un errore scientifico e culturale. Genetica, fisiologia, ambiente, fattori psicologici e sociali concorrono in una rete complessa, in larga parte fuori dal controllo del singolo individuo. Quando una persona riduce l’apporto calorico, il corpo risponde modificando gli ormoni che regolano fame e sazietà: per questo tante persone che seguono regimi rigorosi e fanno regolarmente movimento recuperano il peso perso. Quel recupero viene troppo spesso letto come mancanza di forza di volontà, anche dagli stessi pazienti. In realtà è fisiologia.

L’obesità è una patologia, non una colpa individuale. Sostenere che la maggior parte delle persone abbia semplicemente “stili di vita sbagliati” significa riproporre lo stesso stigma che per decenni ha ostacolato il riconoscimento e la cura della patologia e che ancora oggi fatica a essere superato nella collettività.

Lo stigma è un tema su cui Amici Oltre il Peso lavora da anni. Abbiamo contribuito al Manifesto per il contrasto all’obesità, alla Carta dei diritti e doveri della persona con obesità, a progetti sul corretto uso del linguaggio e al lavoro dell’Intergruppo parlamentare su obesità e diabete, e con Fiao ci proponiamo come interlocutori stabili delle Istituzioni.

Sappiamo che pregiudizi e colpevolizzazione allontanano le persone dai servizi, ritardano la diagnosi e compromettono il rapporto di fiducia con i professionisti. Producono senso di colpa e di fallimento, e inducono a nascondere il problema e a rinunciare a un percorso di cura. Esiste anche uno stigma clinico: chi si rivolge al proprio medico spesso si sente rispondere in modo sbrigativo “mangia meno e muoviti di più”, senza un vero inquadramento diagnostico. Il medico di medicina generale è il primo punto di contatto con il sistema sanitario e deve poter gestire l’obesità con la stessa competenza riservata a ogni altra patologia cronica. Servono formazione, informazione corretta e un linguaggio rispettoso della dignità di ogni persona.

Sono temi già segnalati all’Aifa. Il 24 febbraio 2025, in occasione di Aifa Incontra, ne ho parlato personalmente con il Presidente Nisticò: la necessità del riconoscimento definitivo della patologia e dell’inclusione delle prestazioni nei Lea (Livelli essenziali di assistenza), la disparità di accesso tra Regioni, il peso economico di visite specialistiche e farmaci che grava su pazienti e famiglie, e lo stigma che accompagna la presa in carico. Avevo chiesto un confronto per far ascoltare la voce dei pazienti, e la disponibilità dell’Agenzia a incontrarci è stata un segnale importante, che teniamo a riconoscere.

Riconosciamo anche quanto fatto dalle Istituzioni in quest’ultimo anno: la Legge, l’inserimento dell’obesità nel Piano nazionale della cronicità, l’istituzione dell’Osservatorio, l’impulso alle normative regionali e l’avvio delle procedure di finanziamento della prevenzione sono passi importanti. Ora serve proseguire con tempi certi e risposte concrete: rendere pienamente accessibili, nell’ambito dei Lea, le prestazioni e i percorsi dedicati all’obesità, con una presa in carico multidisciplinare e continuativa. Il tutto garantendo la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Su un punto, oggi, non possiamo nascondere la nostra delusione: il testo del disegno di legge di bilancio 2027 non sembra prevedere risorse dedicate ai percorsi di cura delle persone con obesità. Senza un finanziamento specifico, il riconoscimento della patologia rischia di restare sulla carta, mentre il costo di visite mediche e terapie continuerà a ricadere sulle persone e sulle loro famiglie.

Il diritto alla cura deve essere garantito a ogni persona, indipendentemente dalla regione in cui vive e dalle sue possibilità economiche, e questo è possibile solo con una normativa chiara e con risorse adeguate e dedicate.

Chi vive con questa patologia conosce le difficoltà quotidiane e le barriere nell’accesso ai servizi, e questa esperienza deve poter contribuire alle decisioni. Restiamo dunque a disposizione di Parlamento, ministero della Salute e Aifa per un confronto aperto su quanto si può fare per rispondere ai bisogni dei pazienti.

Il valore del riconoscimento dell’obesità si misura nella vita delle persone: nell’accesso alle cure, nella continuità dell’assistenza e nel diritto di essere accolte, ascoltate e curate senza pregiudizi. Come associazione, continueremo a vigilare sull’operato delle istituzioni, nell’interesse di tutte le persone con obesità.


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