Con l’AI Act l’Europa ha fissato le regole, ma l’Italia non ha ancora una strategia sull’impatto dell’IA su lavoro e demografia. La proposta: legare gli incentivi alla digitalizzazione all’assunzione di under 35, in cambio di sgravi fiscali e formazione finanziata dallo Stato. L’intervento di Andrea Stazi
Con l’AI Act, l’Europa ha definito le regole per l’intelligenza artificiale tra l’approccio basato sul rischio e la tutela dei diritti fondamentali. L’Italia si sta adeguando a queste norme e, al contempo, cerca di stimolare la produttività attraverso il piano Transizione 5.0 e l’introduzione di nuovi interventi e risorse dedicati alle imprese rimaste escluse dalle precedenti misure. Tuttavia, manca ancora un elemento fondamentale: gestire in modo attivo l’impatto dell’IA sul lavoro e sulla demografia.
Fino a oggi l’IA è stata vista solo in due modi: dal punto di vista legale, per prevenire abusi, o da quello economico, per tagliare i costi e aumentare i profitti. È ora di guardarla anche nell’ottica delle politiche sociali e industriali, creando un vero e proprio “patto generazionale”.
L’idea è introdurre un “collocamento mirato tecnologico”. Questo modello prende spunto da leggi sociali già esistenti, come la legge 68/99 per le categorie protette, e dalle regole del Pnrr, che chiedono a chi vince appalti pubblici di assumere quote di giovani e donne.
In concreto, la proposta consiste nel legare gli incentivi alla digitalizzazione all’obbligo di assumere giovani under 35. Questo riguarda sia i profili entry-level (praticanti, impiegati junior e stagisti), per evitare che queste posizioni spariscano, sia i giovani professionisti qualificati, capaci di addestrare e integrare le nuove tecnologie in azienda.
Non si tratta di ostacolare l’innovazione o punire le imprese, ma di creare un accordo conveniente per tutti (win-win). Se un’azienda automatizza i propri processi riducendo il fabbisogno di lavoro tradizionale, lo Stato richiede un ritorno sociale: l’assunzione di giovani nativi digitali.
In cambio, lo Stato offre vantaggi concreti alle aziende: forti sgravi fiscali per l’acquisto e le licenze di software di IA e la copertura completa dei contributi per le ore di formazione dei dipendenti. In questo modo, l’aggiornamento delle competenze (upskilling) viene sostenuto dalle risorse pubbliche e diventa accessibile anche alle piccole e medie imprese.
Nessun Paese ha ancora adottato una misura di questo tipo. Le norme internazionali si limitano a richiedere la presenza umana per la supervisione delle macchine (human-in-the-loop). L’Italia ha l’opportunità di andare oltre, trasformando la supervisione in un vero e proprio obbligo normativo di collocamento mirato, per valorizzare i giovani e investire sul futuro del Paese.
Regolare l’IA non significa solo fissare divieti o codici etici, ma scegliere come distribuire i benefici dell’automazione. Unire lo sviluppo tecnologico al sostegno ai giovani e al contrasto alla fuga dei cervelli è la vera strategia per guidare il cambiamento anziché subirlo.
















