Skip to main content

Riapre Rafah, anche grazie al lavoro di EuBam e dell’Italia

Israele ha avviato una riapertura limitata e sperimentale del valico di Rafah, dopo oltre un anno di chiusura quasi totale, nel quadro del fragile cessate il fuoco su Gaza. Dietro questo equilibrio securitario c’è anche un contributo italiano: il ruolo dei Carabinieri nella missione Eubam ha favorito stabilizzazione, dialogo operativo e coordinamento tra le parti

C’è anche un tassello italiano nella decisione israeliana di riattivare, seppur in forma limitata, il valico di Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. La riapertura parziale del passaggio, annunciata come fase pilota e ancora lontana da una normalizzazione dei flussi, è il risultato di un delicato equilibrio securitario costruito nel tempo. Un equilibrio che non nasce solo dal controllo militare esercitato da Israele o dal ruolo cruciale di contenimento svolto dall’Egitto, ma anche dal lavoro silenzioso e operativo della missione europea European Union Border Assistance Mission (EuBam Rafah), in cui l’Italia ha avuto un ruolo determinante.

Il varco era stato interdetto al traffico ordinario di persone dall’ottobre 2023, quando dopo l’attacco sanguinoso di Hamas era iniziata guerra israeliana nella Striscia, e da allora era rimasto accessibile solo in circostanze eccezionali, legate a gravi emergenze umanitarie. Anche nella nuova fase, il passaggio non rappresenta una reale riapertura: le autorità israeliane mantengono il controllo dei movimenti e hanno chiarito che l’operatività resta subordinata a verifiche di sicurezza stringenti.

Secondo quanto comunicato dal Cogat, il Coordinator of Government Activities in the Territor, la riattivazione è ancora in una fase iniziale di test, con procedure in via di definizione e tempi non del tutto chiariti. L’ingresso nella Striscia è consentito esclusivamente ai palestinesi che avevano lasciato Gaza nel corso del conflitto e che ottengano una preventiva autorizzazione israeliana. Sul fronte opposto, l’Egitto ha imposto criteri altrettanto rigidi per le uscite, limitandole a casi di grave malattia o urgenza umanitaria, nel timore che una riapertura più ampia possa trasformarsi in un afflusso strutturale di profughi nel Sinai.

I numeri previsti confermano la natura fortemente controllata dell’operazione. Le stime indicano flussi quotidiani ridotti, con alcune decine di ingressi e poco più di un centinaio di uscite al giorno. Rafah resta dunque uno strumento di gestione politica e securitaria, più che un canale di mobilità per la popolazione di Gaza.

La riattivazione del valico si inserisce nel quadro degli accordi legati al cessate il fuoco avviato nell’ottobre scorso, un’intesa fragile e ripetutamente messa alla prova da violazioni e attacchi sporadici. Anche nelle ore precedenti all’annuncio, nuovi bombardamenti hanno ricordato quanto la situazione resti instabile e quanto ogni passo verso una parziale normalizzazione sia reversibile.

È proprio in questo contesto che emerge il valore aggiunto della dimensione europea – e italiana – evocata dal Cogat nel riferimento a EuBam. Il raggiungimento di un equilibrio minimo a Rafah è il frutto di uno sforzo multilivello: il presidio egiziano, le attività israeliane volte a contenere Hamas e, in parallelo, il lavoro di stabilizzazione svolto sul terreno dalla missione europea. All’interno di questo quadro, i Carabinieri italiani hanno rappresentato un fattore distintivo.

La loro presenza in EuBam ha fatto la differenza non tanto in termini simbolici, quanto operativi. I Carabinieri sono una forza a vocazione internazionale, abituata a operare in contesti complessi e a interagire con attori diversi, spesso in competizione tra loro. Questa capacità di dialogo trasversale, unita all’esperienza nella gestione di sicurezza e controllo civile delle frontiere, ha contribuito a creare le condizioni di fiducia necessarie per rendere praticabile, anche solo in forma limitata, la riattivazione del valico.

In questo senso, Rafah diventa anche un caso di studio sul ruolo che l’Italia può giocare nei dossier più sensibili del Mediterraneo allargato: non come attore visibile o protagonista politico, ma come elemento di stabilizzazione credibile, capace di lavorare tra le linee e di rendere possibili compromessi operativi dove la diplomazia e la forza militare, da sole, non bastano.


×

Iscriviti alla newsletter