I sondaggi sfavorevoli a Trump creano difficoltà alla posizione di Meloni e al suo rapporto con Washington. L’Italia, storicamente divisa sul legame con gli Usa, affronta un momento politico delicato, con possibili effetti sul quadro interno e sulle relazioni internazionali. Il commento di Francesco Sisci
I sondaggi secondo cui il 73% degli Italiani è contro il presidente Usa Donald Trump sono un complesso indicatore per i delicatissimi equilibri politici italiani. In primo luogo, toglie ossigeno all’azione del premier Giorgia Meloni, che aveva abbracciato Trump prima ancora delle elezioni.
Se Meloni vuole popolarità (ergo rielezione) deve scostarsi da Trump. Ma qui c’è un doppio vincolo. Dopo le controversie sulla Groenlandia i partiti di destra radicali europei, all’opposizione, si sono allontanati dal loro ex beniamino. I governi, pur non trumpiani, hanno invece mantenuto un equilibrio. Meloni come trumpiana e di governo aveva un rapporto speciale con l’amministrazione di Washington. Oggi forse vuole allontanarsi da Trump, per la sua impopolarità, ma ha margini di manovra ristretti perché al governo bisogna avere un rapporto con l’America.
Qui il nodo forse è del suo partito, Fratelli d’Italia. Esso si è fatto trumpiano ma non era prima filoamericano. Gi altri governi europei, non trumpisti, erano comunque filoamericani. Per Meloni l’adesione a Trump non era una conversione a valori che per oltre un secolo gli Usa hanno rappresentato, ma adesione a ideali di una destra radicale il cui vento soffiava dall’altra sponda dell’Atlantico verso il suo oriente.
Su questo si innesta una questione italiana più generale. Mentre altri Paesi europei dopo la Seconda guerra mondiale (prima) e con la fine dell’impero sovietico (dopo) si sono convertiti profondamente all’America, in Italia non è stato così. La Germania che ha rigettato profondamente l’esperienza nazista si è fatta super amerikana. La destra radicale tedesca, quella francese o inglese, come la loro vecchia sinistra, non sono mai state davvero antiamericane.
L’Italia viene da una esperienza diversa. Il suo governo politico nasce su un sentiero ideale stretto. Culturalmente alleati dell’America, nel dopoguerra vanno al potere a Roma cattolici e liberali massoni. Ma a destra e sinistra ci sono militanti antiamericani. A sinistra sono quelli che vogliono stare con i sovietici, a destra quelli che non perdonano agli Usa di avergli ucciso Mussolini, come nota Giuseppe Rippa. Poi certo l’Italia è il Paese di “Francia o Spagna purché se magna”, non vuole morire per i principi. Ma ciò in un senso e in un altro. Se l’America fa scintille tutti sono americani, se l’America inciampa, vecchi livori tornano a galla.
Quindi il campanello dei sondaggi non è banale, specie se vista alla luce dell’esperienza recente con Israele. Legittimi dissensi per la politica del premier Benjamin Netanyahu a Gaza si sono trasformati in proteste contro Israele e gli ebrei in generale con pericolosi rigurgiti di antisemitismo.
Gli Usa e Trump non sono la stessa cosa. Ma forze profondamente antiamericane, come i filorussi e pro-Pal, hanno reti robuste che si radicano sull’antiamericanismo storico di ex fascisti ed ex comunisti. Sono tutte reti e radici che altri paesi europei non hanno e che in Italia potrebbero partorire mostri. Il governo dovrebbe riuscire a fare distinguo articolati, dissentire, legittimamente, su questa o quella politica di Trump ma sostenere comunque l’America. Occorrerebbe un pensiero critico e profondo che faccia i conti con le sfide poste da Trump, non per abbracciarle fideisticamente, ma per capire dove ci sono elementi costruttivi. Solo, che il governo italiano non “ha l’America”, “ha Trump”.
Senza Trump non c’è tanta America a Roma, e se Trump è insostenibile non è chiaro che succede. Oggi l’Italia non è cruciale come durante la prima guerra fredda, quindi da Washington non importa. Ma una deriva antiamericana a Roma allontana ulteriormente l’Italia dall’Europa (non trumpista ma certo filoamericana). Roma è allora di fatto senza Usa e senza Ue. Ma con chi è? Sola?
In questo profondo sbandamento ideale c’è una miccia tutta italiana: il referendum di marzo sulla giustizia. Il governo vuole il sì a una riforma che separa giudici giudicanti da procuratori; l’opposizione è per il no. Il no potrebbe vincere e, al di là di ogni intenzione, sarebbe uno schiaffo al governo che traballerebbe. La sinistra italiana però ha preso posizioni di politica internazionale non migliori del governo. Sono spesso anti Trump e anti America. Né se vincesse il sì il governo ritroverebbe per magia partner internazionali.
Il Paese rischia quindi una situazione anarcoide, in cui governo e opposizione sono deboli all’interno e senza sponde reali all’esterno… a meno che qualcuno decida di fare il grande balzo, uscire da Nato e Ue allearsi a Mosca.
Si prospetta un tracollo politico nazionale, ben più grave di una crisi economica. Si tratta di capire come e dove si possono trovare i margini di gestione di questo momento.
















