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Washington cambia strategia in Africa: meno aiuti, più sicurezza economica

La nuova strategia Usa sull’Africa punta a competere con la Cina solo nei settori chiave, a partire dai minerali critici, in linea con la logica della Pax Silica. Per l’Italia questo scenario rafforza la centralità del Piano Mattei come leva per inserirsi nelle nuove catene di valore strategiche tra Africa, Europa e Stati Uniti

L’amministrazione di Donald Trump sta ridefinendo in modo profondo il proprio approccio all’Africa, abbandonando l’idea di una competizione totale con la Cina sul continente e puntando invece su una strategia selettiva, mirata e dichiaratamente legata agli interessi nazionali americani.

A spiegarlo è Nick Checker, capo del Bureau of African Affairs del Dipartimento di Stato, in un’intervista a Semafor che offre uno spaccato particolarmente chiaro del nuovo corso della politica africana di Washington.

Una competizione mirata

Il punto di partenza è esplicito: gli Stati Uniti non intendono competere “dollaro per dollaro” con Pechino in Africa, soprattutto su grandi progetti infrastrutturali come strade o opere pubbliche. L’obiettivo non è scalzare la Cina dall’intero continente, né replicare il modello della Belt and Road Initiative.

“Se si tratta di un settore prioritario, per esempio quello dei minerali critici o della resilienza delle catene di approvvigionamento, allora sì, è un ambito in cui vogliamo competere attivamente”, ha spiegato Checker.

La logica è la stessa che l’amministrazione Trump dichiara di applicare anche in altri contesti, come il Venezuela, dove lo stesso presidente ha affermato che la Cina è “benvenuta” a investire nel settore petrolifero. La competizione non è ideologica, ma funzionale.

Aiuti sì, ma legati a interessi e risultati

Questo approccio si riflette anche nella riorganizzazione degli aiuti statunitensi. Washington ha annunciato accordi sanitari con diversi Paesi africani per oltre 11 miliardi di dollari in cinque anni, una cifra inferiore rispetto al passato ma coerente con la nuova impostazione: meno assistenza generalizzata, più accordi mirati e bilaterali.

Secondo Checker, il sistema precedente aveva bisogno di una revisione profonda. La nuova linea punta su: diplomazia commerciale; maggiore autosufficienza dei Paesi beneficiari; strumenti di assistenza “innovativi; prevenzione e gestione dei conflitti.

Il messaggio è chiaro: l’aiuto americano deve produrre ritorni strategici e stabilità, non dipendenza.

Paesi chiave e priorità geografiche

Pur non avendo ancora definito una lista completa di Paesi su cui concentrare lo sforzo di “riallineamento” rispetto alla Cina, l’amministrazione ha già individuato alcuni interlocutori prioritari, tra cui Kenya, Angola e Sudafrica.

Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato difende la scelta di destinare maggiori risorse ad altre aree del mondo, in particolare l’emisfero occidentale e l’Asia-Pacifico, pur mantenendo un livello di impegno significativo in Africa. Checker stesso ha annunciato una missione imminente in Mali per discutere di cooperazione antiterrorismo.

Un cambio di tono nella diplomazia americana

Uno degli elementi più rilevanti dell’intervista riguarda il cambio di linguaggio nei rapporti con i Paesi africani. Checker rivendica un approccio più pragmatico e meno ideologico, in linea con la visione del Segretario di Stato Marco Rubio.

“Per troppo tempo siamo entrati in molti Paesi africani facendo lezioni morali. Non è quello che vogliono sentire”, ha detto. “Sicurezza ed crescita economica: è questo che conta per loro. Ed è qui che possiamo trovare un terreno comune.”

Un’impostazione che emerge anche da una email interna trapelata, nella quale l’Africa viene descritta come un teatro “periferico” per gli interessi statunitensi – non irrilevante, ma caratterizzato da stake spesso indiretti e prevalentemente negativi, tali da non giustificare una dispersione strategica.

Un impegno diverso, non minore?

Checker respinge l’idea di un disimpegno americano dal continente, ricordando che Trump ha incontrato 11 leader africani dall’inizio del suo mandato. L’impegno, sostiene, resta solido, ma “ha un aspetto diverso”.

In sintesi, la nuova strategia americana in Africa abbandona l’ambizione di una competizione totale con la Cina e punta invece su settori chiave, interessi concreti e risultati misurabili, in una visione che privilegia sicurezza, crescita economica e resilienza strategica rispetto alla retorica e all’assistenza indiscriminata.

Dai minerali al Piano Mattei: perché conta

In questo quadro, i minerali critici diventano il vero terreno di competizione strategica — e nel settore l’Africa è centrale. È qui che si inserisce la logica della Pax Silica: non una sfida totale alla Cina, ma una competizione selettiva sui nodi che contano — terre rare, litio, cobalto, rame — essenziali per industria, difesa, transizione energetica e intelligenza artificiale. Non a caso, mercoledì a Washington si terrà il Critical Minerals Summit, dedicato proprio alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla riduzione delle dipendenze strategiche.

Per l’Italia, queste dinamiche toccano direttamente il Piano Mattei, che mira a riposizionare Roma come partner industriale, energetico e infrastrutturale credibile in Africa. Se Washington guarda al continente come fornitore strategico di materie prime critiche, l’Italia ha l’interesse – e lo spazio politico – per inserirsi come ponte tra Africa ed Europa, contribuendo a filiere più resilienti e meno sbilanciate verso la Cina. In questa chiave, Africa, minerali e sicurezza economica sono dossier che compongono lo stesso disegno strategico.


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