“L’Europa non sarà mai un’entità bellicista, ma in un mondo dominato dalla forza deve attrezzarsi per non restarne oggetto”. L’ambasciatore Giampiero Massolo riflette con Formiche.net sui limiti strutturali dell’Unione europea, dalla mancanza di integrazione in materia di sicurezza alla gestione del rapporto con gli Stati Uniti
Tra crisi dell’ordine internazionale, guerra in Ucraina e rapporti sempre più transazionali con Washington, l’Unione europea è chiamata a una scelta di fondo sul proprio ruolo globale. Un tema al centro anche del recente monito di Mario Draghi. Giampiero Massolo, ambasciatore e senior advisor dell’Ispi, in una conversazione con Formiche.net analizza le prospettive europee tra integrazione, sicurezza e politica estera.
Le recenti parole di Mario Draghi hanno posto un interrogativo netto: l’Europa vuole restare un grande mercato o diventare una potenza. Condivide questa lettura?
L’Europa subisce oggi le conseguenze dell’uscita da un ordine mondiale liberale e vive l’incertezza di una fase di transizione in cui prevale la legge del più forte. In questo contesto, l’Unione si trova a disagio: per ragioni storiche, culturali e politiche non è naturalmente portata a concepirsi come soggetto di potenza. Non sarà mai un’entità bellicista, ma in un mondo governato da forza e influenza deve comunque attrezzarsi per non restare solo oggetto delle decisioni altrui.
Secondo Draghi, la strada passa da un rafforzamento dell’integrazione. Qual è, a suo avviso, il nodo centrale?
La ricetta di Draghi è semplice e logica, ma il punto è la natura stessa dell’Unione. Una confederazione di Stati, per quanto coordinata, resta debole. Una federazione, invece, diventa un’entità e dunque acquisisce potenza. Il problema è che è difficile trovare soluzioni federali tutti insieme, per ogni argomento e nello stesso momento. Da qui l’idea di un federalismo pragmatico: cessioni di sovranità dove è possibile e tra gli Stati che sono pronti a farlo, una sorta di federazione a geometria variabile.
In quali ambiti l’Europa ha già dimostrato che questa strada funziona?
Come dice Draghi dove l’integrazione è stata realizzata – commercio, moneta, mercato unico – l’Europa conta. Dove invece non c’è stata, come in politica estera, difesa e sicurezza, non conta. E il paradosso è che questa debolezza finisce per riflettersi negativamente anche sui settori in cui l’Unione è forte. Senza unità nelle materie più politiche, anche la forza economica rischia di essere insufficiente. Tuttavia, nonostante la pressione oggi sia fortissima – guerra in Ucraina, esigenza di fare deterrenza credibile nei confronti della Russia, atteggiamento dell’amministrazione americana che non dà più per scontate le garanzie di sicurezza all’Europa – non si vede ancora la volontà politica necessaria per procedere sulla via delle cessioni di sovranità.
Sul piano economico-commerciale, però, all’inizio del 2026 l’Unione sembra più dinamica. Gli accordi con Mercosur e India segnano un cambio di passo?
Sono la presa d’atto di una realtà. Viviamo in una fase di deglobalizzazione, con mercati che si restringono e i dazi usati come armi. La dipendenza dagli Stati Uniti è sempre più ingombrante, quella dalla Cina sarebbe inopportuna. L’Europa è quindi costretta a cercare nuovi mercati di sbocco. Mercosur e India vanno esattamente in questa direzione. Eppure, anche su questi dossier emergono difficoltà interne. È il limite del metodo europeo. Dopo 25 anni, si chiude un accordo come quello con il Mercosur, ma poi il Parlamento europeo ne rinvia la ratifica. Se questo accade su un terreno concreto come il commercio, è facile immaginare quanto sia più complesso farlo su temi identitari come la sovranità in materia di difesa e sicurezza.
In questi giorni il primo ministro britannico, Starmer, che si è recato in Cina, a pochi giorni dalla visita del premier canadese, Carney. Come l’Europa può interpretare queste visite?
La scelta dei partner rientra nell’autonomia strategica. Ma oggi il criterio della sicurezza si sovrappone sempre più a quello della convenienza. Dialogare va bene, cercare sbocchi anche, ma bisogna essere consapevoli dei limiti. Spingere questo rapporto alle estreme conseguenze richiederebbe un grado di indipendenza che l’Europa, al momento, non ha.
Veniamo all’Ucraina. Cosa possiamo aspettarci dai colloqui tra Kyiv, Mosca e Washington di oggi e domani 5 febbraio?
Il nodo centrale resta quello dei territori. La richiesta russa che l’Ucraina si ritiri da parti del Donbass non conquistate militarmente è inaccettabile per Kyiv per due motivi: sul piano costituzionale, perché la Costituzione non ammette l’accessione ai territori; su quello della sicurezza, poiché quelle aree sono un bastione difensivo e perderle significherebbe aprire la strada a future avanzate russe. Tutto questo senza contare il peso forte del dramma umanitario, della tragedia e dei morti che è costata la difesa di quei territori, rendendo politicamente e moralmente impossibile andare in quella direzione.
Qual è la strategia del mediatore americano?
L’amministrazione Usa tenta di avvicinare le posizioni su tre fronti. Il primo è quello dello status dei territori contesi che la Russia non ha conquistato per creare una zona smilitarizzata. Il secondo riguarda le garanzie di sicurezza all’Ucraina in cambio di cessioni territoriali. Il terzo, invece, sono gli aiuti economici alla ricostruzione. Ma mancano due elementi decisivi: una reale pressione americana sulla Russia e una volontà russa di fare la pace.
A poco più di un anno dall’insediamento di Donald Trump, come definirebbe le relazioni transatlantiche?
Tra le due sponde dell’Atlantico, il rapporto è diventato transazionale, dove gli Usa mettono sul tavolo la loro potenza e sfidano l’Europa sul piano ideologico, economico e di sicurezza. L’Europa dovrebbe accettare la sfida, ma scomporla in tre dimensioni. In primis, non deve enfatizzare lo scontro ideologico perché l’Amministrazione ne fa spesso un uso strumentale. Sul piano della sicurezza, dobbiamo realisticamente partire dall’assunto che per il futuro prevedibile avremo ancora bisogno degli Stati Uniti. Per tenere gli americani in Europa dobbiamo dimostrare di assumerci le nostre responsabilità e di essere pienamente in grado di fare fronte alla nostra difesa, anche dal punto di vista dei bilanci nazionali. Su questo si gioca la soluzione della guerra in Ucraina, difenderla per difendere la sicurezza dell’Europa. Infine, sul piano economico serve un mix: misure di reazione e di ritorsione credibili, ma anche la disponibilità al dialogo quando il confronto diventa negoziabile.
















